CAST & CREDITS

cast:
Gabriele Pini, Luca Spanò, Riccardo Goretti, Nicolò Belliti, Luke Tahiti, Miriam Bardini, Alessandro Guariento, Giorgio Colangeli, Carlo Monni, Xiuzhong Zhang, Francesca Sarteanesi

regia:
Patrizio Gioffredi

distribuzione:
CG Home Video

durata:
94'

produzione:
John Snellinberg Film

sceneggiatura:
Lorenzo Orlandini, Patrizio Gioffredi

fotografia:
Duccio Burberi

scenografie:
Daria Pastina, Francesco Bacci

montaggio:
Patrizio Gioffredi, Duccio Burberi

musiche:
Calibro 35

Sogni di gloria | Recensione | Ondacinema

Sogni di gloria

di Patrizio Gioffredi

commedia, Italia (2014)

di Lorenzo Taddei

Voto: 6.0

Presentato in anteprima nazionale all'Odeon di Firenze, il film riscuote un buon successo di pubblico e critica. Anche all'Eden di Prato è accolto  con un lungo applauso, tutto per Carlo Monni, scomparso il 19 maggio dello scorso anno (questa è la sua ultima apparizione cinematografica).
Il film in sé delude. Dai titoli di apertura si intuisce subito che il budget sia aumentato rispetto all'esordio e la grafica lascia pensare che si prosegua il discorso avviato, con la fissazione per i polizieschi e i b-movies anni '70 di cui era fan "Il brasiliano" e il disgusto verso i cinquantenni che ai nostri nonni hanno fregato il passato e a noi il futuro.
Due punti niente male da portare avanti, considerando che non molto è cambiato dalle scorrerie del "La banda del brasiliano": al cinema ancora abbondano le storielle d'amore e i giovani sono un po' meno giovani ma sempre disoccupati. Invece, con nostro sommo sbigottimento (direbbero gli "Offlaga Disco Pax") gli Snellinberg virano su rotte più accomodanti (e noiose).
Registi e attori sono sempre gli stessi, ma il registro è diverso, si vede che le idee ci sono, e certe scene funzionano, ma si è persa quasi del tutto la farsa, l'intolleranza che faceva riflettere e quel non senso sfacciato (ho una particolare nostalgia per la bottiglia di "J&B") che aveva "La banda del brasiliano".

Pur senza il Monni meglio il primo episodio, che alla disoccupazione propone subito un rimedio all'italiana: la lotteria. Ogni mese i disoccupati si riuniscono e viene estratto il fortunato lavoratore, che per l'intero mese successivo avrà un impiego garantito. Giulio (Gabriele Pini) nonostante le messe e le benedizioni di don Mariano (Riccardo Goretti) che la madre (Miriam Bardini) gli impone, è ancora una volta ignorato dalla fortuna e dalla Provvidenza, così prende alla lettera il consiglio di un collega cassaintegrato, che in realtà è un modo dire ancora molto in uso in Toscana: "sbattezzarsi", ovvero darsi di fare, fare di tutto per ottenere qualcosa, in questo caso un lavoro. Giulio prepara i documenti per sbattezzarsi. La madre, con l'aiuto dello zio Nestore (Alessandro Guariento) imbastisce un piano per impedire il sacrilegio. I personaggi classici della comicità toscana, quelli di Benigni, Nuti o Benvenuti ci sono tutti: il ragazzo stralunato, la zia-mamma ipercattolica ma disposta a tutto per il figlio maschio, la nonna arzilla dalla lingua lunga e l'immancabile prete. Classico a modo suo anche il livornese "Dome La Muerte", nei panni del becchino (personaggio di raccordo fra i due episodi). Le prove più convincenti sono quelle di Guariento, molto a suo agio nell'indisponenza verso i doveri della vita e quella di Pini, che ricorda il Tanino di Virzì.

Protagonista del secondo episodio è un altro Giulio, all'anagrafe Kan (Xiuzhong Zhang) un ragazzo cinese studente universitario fuori corso, innamorato e non corrisposto, perduto anche lui nell'immensità della nullafacenza. La scelta dei personaggi è azzeccata, il faccione stempiato e trasognato di Zhang funziona, le ramanzine incomprensibili (sottotitolate) della sorella e infine i due vecchi giocatori di carte ("la santa trinità: scopa, briscola e tressette") ex compagni ora rivali, interpretati da Giorgio Colangeli e Carlo Monni. La professionalità del primo e l'arte d'improvvisare del secondo potevano essere il valore aggiunto della sceneggiatura. L'episodio è invece un lungo sermone, attraverso la metafora delle carte Giulio impara cos'è la vita e soprattutto una regola che in due occasioni viene scandita platealmente come una rivelazione: la carta buona passa una volta sola. Anche il treno mi vien da dire. E mi è venuto da pensare che il Nuti per esempio, una massima del genere non l'avrebbe mai ridetta una seconda volta, avrebbe sorriso, o alzato un sopracciglio, o penzolato la sigaretta e soffiato fuori il fumo. O tutt'al più avrebbe detto: allora un tu n'hai capito nulla.

Anche il Monni resta invischiato in questa sovrabbondanza. Sovrabbondanza di cliché, di primi piani (quanti!), l'episodio va per le lunghe, le carte sfiancano e anche il torneo, che si presterebbe a un bel giro di controcampi e battute più brillanti, è piatto e senza scosse, salvo forse la partita con le anziane e sboccate signore. La colonna sonora dei Calibro 35 è impalpabile e a volte anticipa fastidiosamente la scena. Si dimentica tutto in fretta. Solo tre scene mi sono rimaste impresse: la curiosa eco prodotta da "il Disumano" (Luca Spanò); la paternale di Maurino a Giulio, sulla riva del fiume ripresa dall'alto in basso, con la camera a scendere lungo il tronco di un albero; il lancio della scarpa con cui Giulio richiama l'amata alla finestra (la scena è girata proprio di fianco all'arco di Figline, frazione di Prato, dove il 6 settembre del 1944, proprio il giorno della liberazione della città, furono impiccati 29 partigiani della Brigata Buricchi).

"Sogni di gloria" è tratto dal testo della celebre "Addio sogni di gloria" di Carlo Innocenzi, lanciata nel 1949 da Luciano Virgili, cantante nato a Livorno e morto a Prato. Ed è questo l'ultimo viaggio che Maurino compie, per far pace col suo passato. Da Prato a Livorno fin sulla Terrazza Mascagni, in silenzio Maurino attraversa il pavimento a scacchi, si affaccia al mare e sembra quasi scomparire, i pantaloni confondendosi con la vernice della balaustra e la camicia, celeste come il cielo. E avendo nient'altro che il mare davanti, si gira.  La faccia del Monni non si dimentica, ma questo non riguarda il film. Per me è sempre stato come un Bukowski nostrano, un artista più per "condanna" che per vocazione, con il fuoco dentro, che se non esce ti brucia vivo. Non è un caso se Ferreri lo scelse per "Storie di ordinaria follia". In un'intervista di Matteo Norcini, Roberto Benigni ha raccontato che durante il periodo di "Non ci resta che piangere" giocavano a carte sempre i soliti quattro: lui (Benigni), Francesco Nuti, Massimo Troisi e Carlo Monni. Non è un caso neppure che il Monni abbia seduto a quel tavolo.