CAST & CREDITS

cast:
Tihana Lazović, Goran Marković, Nives Ivankovic, Mira Banjac, Slavko Sobin

regia:
Dalibor Matanić

distribuzione:
Tucker Film

durata:
123'

produzione:
Ankica Jurić Tilić

sceneggiatura:
Dalibor Matanić

fotografia:
Marko Brdar

scenografie:
Mladen Ožbolt

montaggio:
Tomislav Pavlic

costumi:
Ana Savić Gecan

musiche:
Alen Sinkauz, Nenad Sinkauz

Sole alto | Recensione | Ondacinema

Sole alto

di Dalibor Matanić

drammatico, Croazia/Serbia/Slovenia (2015)

di Claudio Fabretti

Voto: 8.0

Amore e guerra in tre atti, sotto il Sole alto dei Balcani. È grazie alla benemerita società di distribuzione friulana Tucker Film che arriva nelle nostre sale il gioiello di Dalibor Matanić, premiato nella sezione Un certain regard all’ultimo festival di Cannes. Una coproduzione tra Croazia, Slovenia e Serbia (fatto di per sé già encomiabile) che dovrebbe fungere da primo capitolo di un’ambiziosa Trilogia del sole. Lo stesso regista croato ha raccontato l’aneddoto che ha ispirato il film, al tempo stesso curioso e sintomatico di quanto l’odio sia sempre radicato in terra ex-jugoslava: “Qualsiasi storia sentimentale o flirt avessi, mia nonna ripeteva sempre la stessa frase: ‘purché non sia una di quelli’. Andava tutto bene, insomma, purché evitassi le ragazze serbe”. Matanić ne ricava una storia tripartita, in cui i due attori protagonisti - gli straordinari Tihana Lazović e Goran Marković - interpretano proprio tre diverse coppie “miste” di giovani – croato lui, serba lei - in tre episodi ambientati a dieci anni di distanza l’uno dall’altro: prima, durante e dopo il conflitto che ha chiuso nel sangue il Novecento. Tre amori impossibili per un paese che non esiste più.

Con Jelena e Ivan, siamo nel 1991. La guerra ormai incombe, come le colonne di mezzi militari che attraversano i campi vicino al lago in cui i due ragazzi consumano il loro amore puro e passionale. Lui, croato, trombettista naif della banda del paese; lei, serba, indomita e insofferente alle pressioni del fratello militare, che non tollera rapporti con “quelli lì” – come in tutto il film saranno nominati i nemici. “È solo colpa di persone come te”, l’atto di accusa che gli rivolge lei, e sembra che a parlare sia lo stesso Matanić, così com’è un elemento autobiografico del regista la nonna di Ivan, che nella sua lucida demenza vede lo spettro di Hitler alla guida dei serbi, esortandolo, appunto, a evitare rapporti con donne di quella etnia. Il sole è alto sul lago placido, il paesaggio è incantato: “Questo posto meraviglioso ti mancherà”, sussurra l’amico al trombettiere, in procinto di partire per Zagabria. Ma il clima idilliaco, sublimato dalla fotografia luminosa, sarà presto spezzato dall’inevitabile resa dei conti con l’odio interrazziale che già avvelena quelle terre. Un epilogo-shock alla Romeo e Giulietta, a far da preludio alla deflagrazione del conflitto. Un solo sparo, l’unico di un film in cui la guerra non si vede mai, ma trapela dall’oscurità, dagli sguardi ostili, dalle cicatrici, dalle croci, dalle case diroccate.

Il secondo episodio – protagonisti Nataša e Ante – ci proietta nel 2001, al suono di una di quelle canzoni folk balcaniche che grondano pathos e melodia senza ritegno. L’orrore si è consumato in un decennio di cupe vampe, restano solo le vestigia: le case senza tetti, i cartelli stradali bucherellati, gli animali che pascolano incontrollati nei villaggi-fantasma. Tutto filmato da Matanić con la sensibilità del documentarista, tra campi lunghi e primi piani. Nataša e la madre (la stessa di Jelena, Nives Ivankovic) cercano di rifarsi una vita occupando una casa disabitata e affidandone la ristrutturazione al giovane carpentiere croato Ante. Ma quel materasso bruciato riporta alla luce i lutti familiari, ferite ancora troppo fresche per poter essere rimarginate: gli uomini di casa sono morti, e Nataša vede in Ante e nel suo popolo la mano che glieli ha portati via. L’angoscia è resa oppressiva dalla claustrofobia degli ambienti, dal buio trafitto solo da qualche spiraglio di luce che filtra dalle travi, dagli interstizi; la solitudine è scandita ossessivamente dal ritmo della piallatrice di Ante, che leviga porte e finestre. Ma l’amore, troppo a lungo represso, esplode in tutta la sua carica più sensuale e selvaggia. Solo con una fiammata, però, perché il grumo del risentimento è ancora troppo denso per potersi sciogliere.

Martellanti ritmi techno e un refrain che pare quasi un'invocazione (“Amerika!”) introducono nel terzo episodio, quello di Marija e Luka, datato 2011. Il clima ora è fintamente spensierato: un gruppo di amici rimorchia due autostoppiste sulla strada verso il rave party che li attende. Dall'inizio del conflitto sono passati ormai vent’anni, le case sono ricostruite, ma “va sempre peggio” - come confida il protagonista alla madre. La libertà e il miraggio del benessere sono solo un involucro vacuo: le cicatrici non si sono rimarginate, neanche quelle sentimentali. Ma dopo la sfrenata (e meravigliosa) sequenza notturna del rave e del bagno collettivo nel lago, a metà tra rituale dionisiaco e catarsi generazionale, Luka cercherà di inseguire l’alba di un nuovo giorno, dello Zvizdan, lo zenit del titolo originale del film.

Tre lunghe estati: 1991, 2001 e 2011. Epoche e paesaggi così lontani, eppure così uguali. E a replicarsi sono anche il dolore, la sofferenza, le famiglie rovinate e le vite distrutte. Ma proprio nell’apparente ciclicità di luoghi e situazioni, Matanić trova la chiave espressiva del film. Il suo è un cinema low budget che dimostra di saper raccontare la realtà senza orpelli e con la sola forza delle immagini. Grazie anche a un uso superbo della natura, dagli splendidi paesaggi balcanici - luoghi fisici ma anche emotivi – ai piccoli dettagli: l’alternanza luce/ombra, il calore della terra, il fruscio dell’erba, lo sguardo di un cane o il rumore di un gatto che scivola dietro la scena. Allo stesso modo, la musica si fa metafora e contrappunto, assecondando l'evolversi della narrazione. In più, va segnalata la formidabile prova dei due giovani protagonisti: una sensuale, rabbiosa e rabbuiata Tihana Lazović e un esuberante Goran Marković, a dar vita a un campionario d'emozioni contrapposte.
Candidato agli Oscar per la Croazia, “Sole alto” è la miglior riflessione vista al cinema sul dopoguerra jugoslavo. Una parabola intrisa d’irrimediabile amarezza, ma aperta alla speranza e alla riconciliazione.