CAST & CREDITS

cast:
François Cluzet, Samy Seghir, Virginie Efira, Guillaume Canet

regia:
Christophe Offenstein

distribuzione:
Lucky Red

durata:
96'

produzione:
Gaumont

sceneggiatura:
Jean Cottin, Christophe Offenstein

fotografia:
Guillaume Schiffman

montaggio:
Véronique Lange

costumi:
Muriel Legrand

musiche:
Victor Reyes

In solitario | Recensione | Ondacinema

In solitario

di Christophe Offenstein

drammatico, Francia (2013)

di Claudio Zito

Voto: 6.0
La Vandée Globe è un giro del mondo in barca a vela in solitario, senza possibilità di attracco o assistenza esterna; durata media, tre mesi. Il film però non perde tempo a spiegarci la natura o le regole dell'evento, né si sofferma sull'incidente che ha costretto lo skipper del team DCNS Franck Drevil a rinunciare all'impresa, lasciando strada - anzi acqua - al suo secondo (e cognato) Yann Kermadec, che a sessant'anni ha l'occasione della vita. L'incipit ci catapulta in medias res, in mare aperto, a sfidare con il protagonista onde e correnti, immortalate con efficacia, prevalentemente camera a spalla, dal regista debuttante Christophe Offenstein; il quale, dopo una decennale carriera da capo operatore (più volte con Guillaume Canet, che interpreta Drevil), esattamente come il protagonista ha la sua grande opportunità.

La prima parte della pellicola è una elegia di questo affascinante sport. Per il suo film sulla navigazione, il cineasta esordiente scrittura un attore navigato: quel François Cluzet che vanta sette nomination più due vittorie ai Premi César, ma che noi riconosciamo soprattutto come il milionario tetraplegico di "Quasi amici". Dalla costrizione della carrozzella a quella della barca a vela, dagli ostacoli delle vie parigine alla minaccia delle correnti oceaniche, per Cluzet la sfida più impervia è senz'altro quest'ultima poiché - ci assicura la troupe - quasi nulla vi è di ricostruito, l'attore si è sottoposto allo sforzo stanislavskiano di chi impara il mestiere di colui che intepreta.

La svolta, il clou del lungometraggio, si ha tuttavia quando il nostro eroe imbarca senza accorgersene un ragazzino migrante africano (Samy Seghir) che sogna di approdare in Francia, per curare una malattia di cui non sa fornire una diagnosi se non affidandosi alle leggende del suo paese d'origine. E magari, in futuro, diventare calciatore. Le ovvie difficoltà del rapporto con lo skipper che rischia la squalifica evolvono senza scorciatoie; la conciliazione arriva, ma è più ardua di quanto non possa prevedibilmente essere, in un film simile. Il quale trova momenti di autentica commozione, come nel salvataggio di una concorrente difficoltà, e regala un finale antiretorico e asciutto quanto l'incipit.

Proiettato al Festival di Roma nella sezione "Alice nelle città", "In solitario" è un lavoro equilibrato, a parte qualche stucchevole ping pong di troppo tra skipper a bordo e squadra e famiglia sulla terraferma; e corretto, senza però predica alcuna su un tema usurato come l'immigrazione. Evitate molte insidie intrinseche in un progetto di questo tipo, manca tuttavia l'idea originale, il volo pindarico che porti al salto di qualità.