Recensioni

Solo: A Star Wars Story

di Ron Howard

fantascienza, avventura, space opera, Usa (2017)

CAST & CREDITS

cast:
Alden Ehrenreich, Emilia Clarke, Woody Harrelson, Donald Glover, Thandie Newton, Joonas Suotamo

regia:
Ron Howard

distribuzione:
Walt Disney Pictures Motion Studios

durata:
135'

produzione:
Lucasfilm, Walt Disney Picture, Imagine Entertainment

sceneggiatura:
Jon Kasdan, Lawrence Kasdan

fotografia:
Bradford Young

scenografie:
Neil Lamont

montaggio:
Pietro Scalia, Chris Dickens

costumi:
Dave Crossman, Glyn Dillon

musiche:
John Powell

Solo: A Star Wars Story | Recensione | Ondacinema

Solo: A Star Wars Story

di Ron Howard

fantascienza, avventura, space opera, Usa (2017)

di Diego Testa

Voto: 6.0

"Guerre stellari" è definitivamente seriale, probabilmente perdendo quella forza ritualistica che contraddistingue un imprescindibile legame col ripetersi di un evento e piuttosto assumendo l'aspetto di un modello reiterato. "Solo" tuttavia sembra voler esaltare la sua diversità, reclamando l'alterità che rilegga i codici della saga come fece "Rogue One": una spiazzante destarwarsizzazione che accumuli nuove e vecchie suggestioni, scardinando la mimesi senza mai rimandare completamente all'esperimento forzoso. Invece "Solo" manca di un modello proprio, colmo di riferimenti ai generi eppure così appiattiti dallo schema avventuroso. Ecco dunque che l'alterità si perde in una struttura collaudata, in un prevedibile dispiegamento che alimenta il senso di meraviglia riportando la mente all'Indiana Jones spielberghiano, per qualche momento.

Han è cresciuto in mezzo ai fumi industriali di Corellia, sbrigando furtarelli con la speranza di pescare l'occasione giusta per diventare un pilota spaziale, sogno del padre scomparso. Il prologo porta Han ad arruolarsi con l'Impero, evento a cui seguirà un'ellissi temporale decisiva per capire l'approccio della scrittura di Jon e Lawrence Kasdan. I tre anni da soldato imperiale di Han dimostrano con quanta semplicità proceda il racconto, puntando spedito al cuore degli eventi che sono quelli di un heist movie: conosciuto Chewbecca, Solo si aggrega ad un gruppo di ladri e li convincerà della sua bravura per rubare una fonte di energia preziosa. "Solo" smantella l'epicità dei film sui jedi ma invece che rielaborare con la ludica eleganza di Episodio VIII, sceglie un ritmo serrato e leggero, in questo sì incontrando il modello di "Star Wars". Finché non si evince una certa semplicioneria nella caratterizzazione dei singoli, pericolosamente visibile anche nel suo protagonista impostato per un modello di pubblico ampio, giovane. Non scaturisce alcuna vena da vagabondo spaziale e nessuna pericolosità anarchica dal giovane Solo, caratteristiche che invece Harrison Ford era chiamato a simulare. Impossibile chiedere queste caratteristiche ad un personaggio da rifondare e riscrivere, ma l'impressione rimane quella di un Solo incompleto e abbozzato, pedina per una continuity piuttosto che un compiuto, singolo film.  Questo episodio, per la prima volta avulso dalla coralità, non imprime con forza il suo eroe nel meccanismo degli eventi, facendolo scomparire tra comprimari di passaggio (problema che affliggeva anche l'incompiutezza dei personaggi di "Rogue One").

Manca insomma quel rischio che elevi il compitino di Ron Howard, infilato in corsa nel progetto già avviato, da semplice appuntamento seriale a space opera di spessore. Howard si muove bene tra i generi e si diverte col western nella scena dell'attacco al treno in odore di "Mad Max: Fury Road", picco di una prima mezz'ora serrata. Col digitale aveva già mostrato la sua versatilità e qui ripropone la velocità dei circuiti di "Rush", plasmando la fisica al servizio della leggerezza. Il Falcon fa quello che vuole, in barba alla perizia realistica di J. J. Abrams. C'è tempo per una femme fatale e un robot (femminino) che inneggia alla parità di diritti, ma appunto passano senza troppo fastidio, espletando un compito di riempimento.
In "Solo" si intravede, ancor più che nelle altre opere, l'annaspare dietro ai ritmi produttivi e il risultato sfavorisce anche l'operazione al servizio del fan. Miti e leggende si sgonfiano: l'incontro con Chewbecca semplificato e ridimensionato dal sottotitolato, seppur nelle trincee della Grande Guerra; la rotta di Kessell divertissement scenico; Lando Calrissian ininfluente.

Questa Star Wars Story azzecca il pregio di allontanarsi dalla grandezza degli eventi (l'Impero è uno Star Destroyer in lontananza) per raccontare di una storia semiseria di emancipazione dalla sottomissione (quella di Han e quella di abitanti di altri pianeti), e sul finale regala una svolta narrativa abbozzata ma affascinante: il primo falò della ribellione. I volti stanchi e vessati dei lavoratori della raffineria fanno intravedere la consapevolezza di essersi avvicinati ad un modello solamente accennato, per ora grezzo e in questo caso conteso con l'estro burlesco ma inoffensivo del giovane Han Solo.
Non torna però il cameo finale, il quale porta a chiedersi a quale pubblico stia parlando la "Star Wars Saga", se alla platea cinematografica o al consumatore  del franchise allargato fatto di fumetti, romanzi, prodotti televisivi e puntigliose canonicità.