Io sono l'amore
di Luca Guadagnino
drammatico, Italia (2009)
di
Piero Calò
Da Venezia a Toronto, dal Sundance al Lincoln Center, “Io sono l’amore” è stata la mascotte dei festival di mezzo mondo finché, rimanda oggi rimanda domani, slitta da ottobre a dicembre, fino ad oggi marzo 2010, si sono finalmente decisi a darlo in pasto alle sale cinematografiche e ai comuni mortali che le frequentano.
Il bluff finisce qua.
I messaggi subliminali (ma mica tanto) non hanno sortito effetto: “Teorema” di Pasolini? Figurarsi! Visconti? Manco a parlarne! L’esangue e altera Tilda Swinton? Un ghiacciolo al Polo Nord e quando prende la sua decisione mèlo, di “rinunciare al certo per abbracciare l’incerto”, ci viene il sospetto che, più che altro, ha bisogno di due amorevoli manine che le grattino con grazia la schiena lì, in quel dannato punto, dove lei proprio non ci arriva da sola.
Milano, splendidamente (niente da obiettare sulla fotografia) innevata.
Il patriarca di casa Recchi (un etereo Gabriele Ferzetti che gira questa scena e poi sparisce, furbo lui) designa il figlio Tancredi (Pippo Delbono) e il nipote Edoardo (Flavio Parenti) capobastone dell’impero tessile di famiglia.
Un cuoco (Aldo Gabriellini) metterà in ginocchio la dinastia già di suo sfaldata.
Che dire? Un brutto film, come se ne vedono pochi, candidato peggior film del 2010.
La freddezza della fotografia, dei movimenti di macchina, dei personaggi, persino dei gamberetti su cui indugiano le appropriate posate della Swinton, ti fanno uscire dalla sala con l’angoscia.
E con la fame, di un cheesburgher e una birra media bionda. Alla fine un macchiato caldo e, anzi: che dolci avete? Tartufo nero, tartufo bianco, profiterolles, tarte tatin, meringata, sorbetto, panna cotta, tirami su e avanti così per un’altra mezzora, ammirati dall’understatement del cameriere della pizzeria…
Il bluff finisce qua.
I messaggi subliminali (ma mica tanto) non hanno sortito effetto: “Teorema” di Pasolini? Figurarsi! Visconti? Manco a parlarne! L’esangue e altera Tilda Swinton? Un ghiacciolo al Polo Nord e quando prende la sua decisione mèlo, di “rinunciare al certo per abbracciare l’incerto”, ci viene il sospetto che, più che altro, ha bisogno di due amorevoli manine che le grattino con grazia la schiena lì, in quel dannato punto, dove lei proprio non ci arriva da sola.
Milano, splendidamente (niente da obiettare sulla fotografia) innevata.
Il patriarca di casa Recchi (un etereo Gabriele Ferzetti che gira questa scena e poi sparisce, furbo lui) designa il figlio Tancredi (Pippo Delbono) e il nipote Edoardo (Flavio Parenti) capobastone dell’impero tessile di famiglia.
Un cuoco (Aldo Gabriellini) metterà in ginocchio la dinastia già di suo sfaldata.
Che dire? Un brutto film, come se ne vedono pochi, candidato peggior film del 2010.
La freddezza della fotografia, dei movimenti di macchina, dei personaggi, persino dei gamberetti su cui indugiano le appropriate posate della Swinton, ti fanno uscire dalla sala con l’angoscia.
E con la fame, di un cheesburgher e una birra media bionda. Alla fine un macchiato caldo e, anzi: che dolci avete? Tartufo nero, tartufo bianco, profiterolles, tarte tatin, meringata, sorbetto, panna cotta, tirami su e avanti così per un’altra mezzora, ammirati dall’understatement del cameriere della pizzeria…

cast: Edoardo Gabriellini, Flavio Parenti, Alba Rohrwacher, Tilda Swinton, Gabriele Ferzetti
regia: Luca Guadagnino
distribuzione: Mikado Film
durata: 120'
produzione: Pixeldna, Mikado Film, First Sun
sceneggiatura: Barbara Alberti, Ivan Cotroneo, Luca Guadagnino, Walter Fasano
fotografia: Yorik Le Saux
scenografie: Francesca Di Mottola
montaggio: Walter Fasano
costumi: Antonella Cannarozzi
musiche: John Adams
