CAST & CREDITS

cast:
Preston Foster, Noel Francis, Helen Vinson, Glenda Farrell, Paul Muni

regia:
Mervyn Leroy

distribuzione:
Warner Bros

durata:
92'

produzione:
Warner Bros

sceneggiatura:
Robert E. Burns - Howard J. Green - Brown Holmes - Sheridan Gibney -

fotografia:
Sol Polito

scenografie:
Jack Okey

montaggio:
William Holmes

costumi:
Orry-Kelly

musiche:
Nathan Levinson

pietra miliare

Io sono un evaso | Recensione | Ondacinema

Io sono un evaso

di Mervyn Leroy

drammatico, noir, Usa (1932)

di Piero Calò

James Allen (Paul Muni) è un reduce della Prima Guerra Mondiale che torna a casa dove nulla è cambiato e nulla sembra essere successo.
Lo accoglie festante la mamma commossa, il fratello prete, la giovinetta ormai cresciuta che si capisce sarà la sua mogliettina e il vivace padrone del negozio di scarpe pronto a restituirgli il suo vecchio lavoro di contabile.
Se non il suo mondo più prossimo, la Guerra ha tuttavia cambiato profondamente lui, il vitaminico ragazzone della provincia americana più profonda che decide di “evadere” da una vita già incanalata e sonnecchiante.
Tra avventure e disavventure che hanno dell’incredibile, non fosse la matrice biografica di questo film che romanza ma non tanto la vera storia di un certo Robert Burns, si arriva a un finale inaspettato e disturbante.
"Io sono un evaso" è un film cardine di quel realismo americano che si prese in carico il racconto di una nazione in forte difficoltà prima economica e poi sociale nota a tutti come il '29, l’anno del crollo della Borsa di New York ma che durò un buon ventennio, fino alla vigilia del secondo conflitto mondiale.
La storia di James ha tutte le caratteristiche per inscriversi in molti generi cinematografici, a cominciare da quello bellico che non è se non rievocato da due episodi apparentemente trascurabili: lo choc che provoca in James il rumore sordo di una bomba che è una esplosione sì ma civile, il primo atto, distruttivo, della costruzione di un ponte esattamente come faceva lui sul fronte francese, militare del Genio, ma per tutt’altri motivi e che sarà l’innesco alla sua nuova vita. Poco più avanti la seconda rievocazione ha un carattere disperato, la scelta di liberarsi della sua medaglia che si trasforma in profonda delusione quando lo strozzino gli mostra un intero scatolone pieno di medaglie al valore.

Poteva anche essere, agevolmente, un film sulla figura che da sempre appassiona il pubblico statunitense, sul self made man, l’anonimo signor Smith che parte dalla fame e arriva al successo. Effettivamente questa è anche la storia di James Allen ma non ancora sufficiente a raccontarla per intero.
C’è un neo nelle sue avventure, un neo che la faccia spavalda e pronta a tutto, quella faccia che piace tanto alla gente sbagliata, la faccia di Paul Muni che in tutta la sua carriera avrebbe sempre avuto il problema di trovare un opponente e un adiuvante in grado di tenergli testa nel primo piano, non sarebbe mai stata perdonata dall’animo intimamente puritano dei suoi connazionali.
Tale neo è la conseguenza di una rapina sventata che costa al pur incolpevole Allen dieci anni di bagno penale. Che il fattaccio sia avvenuto in Virginia, stato del profondo Sud, schiavista prima, razzista poi, violento sempre, non addolcisce la pillola del racconto carcerario che è il cuore della narrazione.
Allen vi evade con ingegno una prima volta e poi anche una seconda, quando è ormai troppo tardi e la sua vita non potrà essere più di una testimonianza a futura memoria.
E così, dopo aver esperito la tranquillità piccolo borghese dell’impiego, la crudeltà della guerra, la fame dell’ambizione e lo champagne del successo non gli resta che l’ultima spiaggia, il buio dell’avventuriero che in fondo è sempre stato.
Esemplare e memorabile è l’ultima sequenza del film, quell’incontro di cui si ricorderà più tardi Fritz Lang ("Io sono innocente", 1937) invertendolo. Sua moglie, atterrita, chiede a quello che è poco più di un ombra in che modo stia vivendo. E la risposta arriva angosciosa in un urlo trattenuto dal terrore di essere scoperto e arrestato nel mentre il fuggiasco indietreggia prima di essere completamente inghiottito dal nero.

"Io sono un evaso" è un film girato con la maestria di un regista, Mervin LeRoy, che sarà ricordato come un onestissimo artigiano a totale disposizione della storia e della fisicità ansiogena di Paul Muni illuminato come una star del muto cui spesso spara i riflettori sul volto fino a renderlo etereo nel mentre la storia acquisisce i contorni dell’incubo, soffice e scivoloso.
Quando sarà infine inghiottito dal buio dà l’impressione di una sveglia che suona infernale, che ringraziamo di averci sottratto dal brutto sogno ma che insieme malediciamo per l’inizio di una giornata nuova ma indecifrabile. Film più di montaggio che di inquadratura, di ellissi più che di movimenti di macchina, "Io sono un evaso" è un Je accuse che fa onore al V Emendamento per la sincerità con cui il tema è stato rappresentato. Non del tutto potabile per la notte degli Oscar, ottenne tre nomination ma nessun premio.

Marvin LeRoy sarà probabilmente più noto al cinefilo per il suo "Piccolo Cesare" (1931), il gangster interpretato da Edward G. Robinson che ebbe l’unica sfortuna di essere coevo allo "Scarface" (1932) di Howard Hawks, regista di tutt’altro livello, in tutta onestà.
Nella sua lunga carriera di uomo duttile e di grande qualità tecnica, gli fu assegnata la regia del kolossal "Quo Vadis" (1951), film di grandi aspettative commerciali, soddisfatte, e di critica, meno: gli furono date otto nomination agli Oscar ma nessun premio. Stessa sorte incontrò nella veste di produttore, del "Mago di Oz" (Victor Fleming, 1939) che qualcuno lo gratifica di regista non accreditato e che fu anche questo un successo commerciale e ottenne due Oscar minori (musiche e canzone originale, la mitica "Over the Rainbow").
Nella sua filmografia, comunque ricca e variegata, tra western, kolossal, commedie e drammi si può facilmente evincere che la sua mano più felice è visibile in questi ultimi e non solo per il film in questione e "Piccolo Cesare" ma anche per film meno noti quali "Vendetta" (1937), film realista che ha come soggetto il linciaggio e che Fritz Lang aveva rifiutato di girare perché aveva già detto la sua al riguardo ("Fury", 1936); ne "I marciapiedi di New York" (1949) ha mano felicissima a dirigere le due attrici più quotate del momento, Barbara Stanwick, altera e sprezzante, in lotta con una sguaiata e maledetta Ava Gardner. Alla categoria cult, infine, può ascriversi quel fosco gioiellino sulla cattiveria infantile che è "Il giglio nero" (1956).