CAST & CREDITS

cast:
Philip Seymour Hoffman, Willem Dafoe, Robin Wright, Rachel McAdams

regia:
Anton Corbijn

distribuzione:
Notorious Pictures

durata:
122'

produzione:
Film4

sceneggiatura:
Andrew Bovell

fotografia:
Benoit Delhomme

montaggio:
Claire Simpson

La spia - A Most Wanted Man | Recensione | Ondacinema

La spia - A Most Wanted Man

di Anton Corbijn

spionistico, Regno Unito (2014)

di Alberto Mazzoni

Voto: 7.0

L'ultimo film da protagonista del buon Philip Seymour Hoffman è una spy-story contemporanea algida e cerebrale ma dall'ottima fattura. Tra i clandestini arrivati oggi ad Amburgo c'è Issa Karpov: è poveraccio o un terrorista?
Il "vero mondo" così Gunther, la spia mal messa interpretata da Philip Seymour Hoffman chiama gli intrighi spionistici nelle stanze chiuse d'Europa America e Medio Oriente[1]. Per il grande pubblico questo mondo è rapresentato negli action-spy tagliati conl'accetta, dal tragico "Salt" al magnifico "Bourne Supremacy" (gli 007 sono più genere fantasy che altro). Ci sono poi i registi che si rimboccano le maniche e provano almeno a scalfire la complessità della faccenda. La complessità a sua volta può essere affrontata scegliendo un punto di vista partigiano ("Zero Dark Thirty" per una parte e "Omar" per l'altra) o cercando di non prendere posizioni esplicite, alla "Syriana". "La spia" ricade in quest'ultima categoria: non aspettatevi il pensiero pro-Occidente nel contenuto ma politically correct nella forma dei quotidiani a grossa tiratura, tantomeno il patriottismo o l'impegno sociale, ma una storia intricata e senza morale, quindi molto realistica: non a caso lo spunto è un romanzo di Le Carrè.  Non si può negare, però, che la complessità e il realismo vadano in questo caso un po' a discapito della tensione e che, e se non ci si cala completamente nella prospettiva dei personaggi, le loro azioni risultino un po' oziose.

Chiarito questo punto, veniamo al vero motivo per cui andrete a vedere il film. Philip Seymour Hoffman è lì, con le sue lentiggini, la sua panza, i capelli chiarissimi che diventano quasi grigi. Non è la sua migliore interpretazione, sia chiaro, ma stiamo parlando di un attore che con Phoenix ci ha regalato il duetto del decennio in "The Master", che rubava la scena ne la "25esima ora" etc. etc., insomma, di Philip Seymour Hoffman, una interpetazione "media" come questa si mangia quattro quinti degli attori protagonisti che avete visto al cinema quest'anno. A parte Dafoe un po' impallato, il resto del cast è molto in parte e in particolar modo celebriamo il piccolo ma tagliente ruolo di Robin Wright boss della Cia, ripromettendoci di recuperare "The Congress". I duetti tra lei e Philip Seymour Hoffman, frizzanti di per sé e al contempo interessanti metafore della stratificata relazione Usa-Ue dopo l'11 settembre e la catastrofe irachena, sono tra i momenti alti del film.
Il limite delle interpretazioni sta nei caratteri dei personaggi che, almeno come punto di partenza, sono di complessità inversamente proporzionale alla storia: ma davvero tutte le vecchie spie bevono e fumano in continuazione (continuando però a eccellere in corsa, guida e menar le mani) e davvero tutte le avvocate pro-immigrati sono giovani belle e ricche? Non nella mia esperienza.

Sorprendentemente, il lato islamico della storia è caratterizzato con molte più sfumature: chi è veramente Issan Karpov? In quali contraddizioni si dibattono lo studente Jamal e il benefattore Faisal? L'Islam non è né il nemico né un pacifico gregge di devoti. Almeno visto da noi, sembra piuttosto una nazione composita e attraversata a livello globale e individuale da molte contraddizioni, anche dovute allo scontro da vecchi schemi e nuove realtà.

Anton Corbijn nasce fotografo e si vede, ed è un altro punto di forza del film. Oltre alle inquadrature ricercate e all'uso narrativo non banale del fuori fuoco (si veda la scena nel lounge dell'albergo), viene in più di un caso da soffermarsi sulla bellezza dei colori banali come il blu della luce all'interno di una macchina o il marrone delle acque alla foce dell'Elba. Inoltre, come chiara scelta di regia c'è quella di rendere le architetture interne ed esterne parte della storia: le anguste case coperte di graffiti dei turchi, la casa di vetro del banchiere, le listelle di legno di Philip Seymour Hoffman, le piastrelle delle stanze degli interrogatori, i caffè design in piedi vista fiume, i pub con i tavoli coperti di scritte, fino agli ambienti precari (sottopassaggi, depositi, parcheggi, case da ristrutturare) per cui si muove l'enigmatico Issa.
Se avete amato "La talpa", se negli scorsi anni avete amato Philip Seymour Hoffman, troverete in "La Spia" un'opera adulta e ben fatta, senza però il guizzo del genio che ne renda assolutamente necessaria la visione. Ad ogni modo, se già adesso cerco sempre di evitare di prendere il taxi, dopo questo film ci metto una pietra sopra.

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[1] Certo, ne "La promessa dell'assassino" il vero mondo era quello criminale, e supponiamo che per un Jordan Belfort il vero mondo fosse quello della finanza e così via.