CAST & CREDITS

cast:
Yuliya Aug, Yana Esipovich, Vasili Domrachyov, Darya Ekamasova, Olga Dobrina, Yana Troyanova

regia:
Aleksei Fedorchenko

durata:
106'

sceneggiatura:
Denis Osokin

fotografia:
Shandor Berkeshy

montaggio:
Roman Vazhenin

musiche:
Andrey Karasev

Spose celestiali dei Mari di pianura | Recensione | Ondacinema

Spose celestiali dei Mari di pianura

di Aleksei Fedorchenko

fantastico, Russia (2012)

di Giuseppe Gangi

Voto: 7.5
A Venezia, nel 2010, Aleksei Fedorchenko ricevette un peana critico (forse ingiustificato), tanto da essere considerato quasi il vincitore morale della competizione: questo passaggio dell’ultima fatica del regista russo in un festival mülleriano, però, sembra non aver destato la curiosità che meritava. 

Come ha sottolineato lo stesso regista, la Russia è un territorio complesso, dove risiedono ben 180 etnie. Diversamente dallo scomparso popolo Merja, ricordato nel metaforico viaggio di commiato di "Silent Souls", il popolo dei Mari esiste ancora e vive nel Maij El, una regione autonoma che contiene una delle più grandi comunità ugro-finniche della nazione russa, portando avanti la cultura e le tradizioni religiose pagane dei loro avi.
L’occhio di Fedorchenko può apparire molto simile all’occhio di un documentarista antropologo che, però, non è mai stato né mai sarà. Racconta storie e in questo caso le storie diventano ventitré: una sorta di "decamerone" condensato su tradizioni, folklore e aneddotica Mari in poco più di cento minuti di cinema. Assoluta protagonista di questo susseguirsi novellistico è la donna, un omaggio sincero e sentito al sesso femminile in tutte le sue configurazioni e sfumature. Anche per questo abbiamo accolto con un certo stupore la mancata assegnazione di un premio collettivo allo straordinario ensemble d’attrici che ha reso possibile la riuscita di un progetto simile.

Gli scenari fotografati da Shandor Berkeshy sono quelli dei Mari delle pianure, come dice anche il titolo, poiché questo popolo si suddivide anche i Mari delle montagne e in Mari orientali. I ventitré episodi passano con leggerezza dal racconto vero e proprio, allo sketch o la facezia, determinando un mondo fantastico, dominato da una mitologia affascinante e da strane leggende. I nomi delle donne protagoniste danno il titolo ai vari episodi, nomi la cui iniziale è sempre O. Tra villaggi con le casette dipinte di rosso, blu giallo e altri colori accesi, foreste dove si nascondono mostruose creature femminee (quasi la versione femminile dello Yeti), fantasmi e zombie, crudeltà familiari e riti di iniziazioni diventa persino inutile e impossibile fare una rassegna delle varie storie, perché l’impostazione narrativa di Fedorchenko desidera consapevolmente immergere il proprio spettatore in coordinate spazio-temporali di un altromondo.

Ogni qual volta si attinge a un sostrato antico, però, si fa leva su questioni archetipiche che connettono anche mondi agli antipodi. Difficile, infatti, non notare in uno degli episodi più stranianti una somiglianza fortissima con la cultura latina. Esattamente come a Roma un mimo si sostituiva a un morto nell’accompagnamento funebre, così nel giorno del fidanzamento di una ragazza, torna indietro dalla tomba un uomo che viene accompagnato, riverito e salutato da tutti come il padre della futura sposa, per poi capire che si trattava del suo migliore amico che ne aveva indossato i panni per "farlo partecipare" al lieto evento.
Fedorchenko sfrutta abilmente i codici dei generi popolari con raffinato gusto per l’intarsio narrativo e visivo (grazie anche ai colori e alle ambientazioni en plein air): ci ritroviamo di fronte alla fiaba pura, come al mystery dell’episodio sul rito del kissel (delle ragazze si riuniscono ed evocano dei fantasmi spargendo un liquido molto simile a quello seminale), o una particolare commistione tra commedia e horror nel racconto del becchino che usa uno zombie per una vendetta d’amore, con un erotismo talvolta carnale altre volte più aereo e lirico (la "figlia del Vento" che si scopre sua amante).

Al contrario della simbolizzazione metaforica che riempiva (e sfiancava) "Silent Souls", il terzo lungometraggio del cineasta russo si impone a una prima visione come più ostico, ma provvisto di un fascino e di una capacità di suggestionare lo spettatore molto più fresca e genuina. Passabile allo spiazzamento nel singolo episodio, il viaggio di "Spose celestiali dei Mari di pianura" va rivelandosi con parsimonia lungo il suo arco narrativo e solo quando si conclude il ventitreesimo episodio e scorrono in sequenza (ma senza ordine)  le protagoniste inizianti per O che hanno rappresentato il popolo Mari si delinea la preziosità dell’opera eretta da Fedorchenko.