CAST & CREDITS

regia:
Ken Scott

distribuzione:
Bolero Film

durata:
109'

produzione:
Jasmyrh Lemoine, André Rouleau

sceneggiatura:
Ken Scott, Martin Petit

fotografia:
Pierre Gill

scenografie:
Elise de Blois

montaggio:
Yvann Thibaudeau

costumi:
Sharon Scott

musiche:
David Lafleche

Starbuck - 533 figli e...non saperlo | Recensione | Ondacinema

Starbuck - 533 figli e...non saperlo

di Ken Scott

commedia, Canada (2011)

di Vincenzo Lacolla

Voto: 4.5
David Wosniak, simpatico quarantenne con l'età mentale di un ragazzino, porta avanti con straordinaria imbranataggine la sua occupazione lavorativa e i rapporti affettivi: inaffidabile spedizioniere per conto della macelleria paterna, puerile fidanzato di una poliziotta e futuro papà. A disordinare ulteriormente la vita di David ci si mette anche il passato: una ventina d'anni prima, per ricavare un po' di soldi, era stato "Starbuck", prolifico donatore per una banca del seme, padre biologico di ben 533 figli, cento dei quali, adesso, intendono conoscere la sua vera identità. Presto il fatto si diffonde e diventa un caso succulento per televisioni e tabloid che cominciano a descriverlo come un vero e proprio mostro serico. Sta a David decidere se continuare a nascondersi dietro la propria irresponsabilità, intascando anche una bella cifra, o affrontare l'astio dell'opinione pubblica e prendere in mano la propria vita una volta per tutte.

Grande successo in patria (tanto da far subito imbastire ben due remake, uno bolliwoodiano e l'altro made in Dreamworks e diretto dallo stesso Scott), questo ennesimo racconto di formazione sulle derive tardoadolescenziali di un protagonista biologicamente maturo, costretto dagli imprevisti a riequilibrare la propria esistenza, sembra un (debole) tentativo di smussare i contorni (all'apparenza) più spigolosi dell'umorismo sboccato proprio dei tragicomici ritratti in stile Judd Apatow. Il regista Ken Scott, infatti, si/ci concede un paio di sequenze iniziali un poco più sapide, per poi proseguire con mano sempre più leggera, glissando sui potenziali risvolti "scorretti" per virare su una bonarietà stucchevole e ruffiana che si spegne, con il moraleggiante finale, in una sciocca scaturigine di melassa, sorrisi e abbracci di gruppo.

Non tutto è però da buttare. Una regia regolare mantiene, quantomeno nella prima parte, un timbro narrativo piacevole e onesto, pur senza particolari guizzi o trovate degne di segnalazione. Il cast è tutto sommato funzionale, con un protagonista capace di polarizzare la necessaria dose di empatia e una spalla-macchietta, l'amico avvocato, che fa il suo dovere.

Di certo, niente a che vedere con i frizzanti affreschi socio-familiari del connazionale Denys Arcand che qualche anno fa, prima con la ridanciana disillusione de "Il declino dell'impero americano" e "Le invasioni barbariche" e poi col dissacrante andamento flamboyant de "L'età barbarica" (doveroso ricordare il titolo originale, "L'age Des Tenebres"), è riuscito a proporre uno sguardo diverso, meno conciliatorio e spesso davvero drammatico, aprendosi un varco tutto suo nella memoria dello spettatore.
Questa, al contrario, è una piccola commedia di inezie, parzialmente godibile e priva di pretese che, col suo stile piano e talvolta didascalico, scivola addosso e si lascia guardare. Forse proprio in virtù della sua inconsistenza.