CAST & CREDITS

cast:
Ben Stiller, Owen Wilson, Snoop Dogg, Vince Vaughn, Will Ferrell, Juliette Lewis, Chris Penn

regia:
Todd Phillips

distribuzione:
Warner Bros

durata:
101'

produzione:
Warner Bros - Dimension Films - AR-TL

sceneggiatura:
John O'Brien, Todd Phillips, Scot Armstrong

fotografia:
Barry Peterson

scenografie:
Kate J. Sullivan

montaggio:
Leslie Jones

costumi:
Louise Mingenbach

musiche:
Theodore Shapiro

Starsky & Hutch | Recensione | Ondacinema

Starsky & Hutch

di Todd Phillips

commedia, poliziesco, Usa (2004)

di Piero Calò

Voto: 7.0

Michigan, 1975.
Il poliziotto Starsky (Ben Stiller) è un ricciolone ligio al dovere, nevriticamente pedante e pedissequo nell’applicazione della Legge. Il poliziotto Hutch (Owen Wilson) invece è un biondone che considera già la Legge il primo dei reati, coi suoi codici e prescrizioni, e combatte il crimine da “agente doppio”, da infiltrato di dubbia onestà.
Per motivi opposti, quindi, entrambi rappresentano un problema per il capitano Doby (Fred Williamson) che trova la soluzione: li mette a lavorare insieme.
Si trovano subito davanti a un caso di omicidio che è la punta di iceberg di un sontuoso traffico di droga gestito dal solito insospettabile, cittadino modello, benefattore, orgoglio cittadino e tutto il resto. Incastrarlo sarà dura.

Immaginato come una sorta di prequel alla omonima, fortunatissima e buonina serie televisiva, il film di Todd Phillips opera una corretta e calibrata rilettura comica basata sul principio del’inversione e della citazione.
La storia si svolge a Bay City, lacustre città del Nord America che sostituisce l’assolata e rarefatta Los Angeles del telefilm.
Hutch, che nell’interpretazione di David Soul è spesse volte pennellato con tratti patetici e melensi è adesso il “motherfucker” dalla faccia d’angelo; Starsky è un ossessivo-compulsivo che non ha ancora risolto l’Edipo con sua madre, una mitica donna-poliziotto con cui si trova costantemente in competizione, e rappresentata-mediata nel racconto con l’altrettanto mitica Ford Gran Torino cui dedica una cura ultramaniacale.
Tali inversioni forniscono materiale pesante per una serie di sketch che l’ottima sceneggiatura utilizza per far avanzare la storia fino alla sua logica e naturale conclusione.
Molti di questi sketch sono organizzati in forma di citazione, tra le quali ricordiamo, alla rinfusa, “Tutti gli uomini del presidente” (Starsky che batte a macchina con un solo dito, come Dustin Hoffman, ottimo segugio ma scarso giornalista); “Saturday Night Fever” (la gara di ballo in cui Stiller/Travolta è immeritatamente sconfitto, citazione-inversione); la Golden Age of Porn in quel menage à trois tra Hutch e due cheer-leaders, fino alla scena della roulette russa ispirata a “Il cacciatore” di Michael Cimino.

Il film è godibile e splende di un’azzeccata luce “nordica” tersa e splendente, che mette in rilievo i blu del cielo e del lago che fanno da cornice solida all’accozzaglia hippie di arancioni, rossi e gialli che si muovono netti nelle inquadrature e danno quasi l’idea del restauro di un quadro impressionista dai colori troppo fragili, caldi e spappolati dal tempo e qui riportati all’antico splendore.
Un decisivo apporto è dato dall’ottimo cast che raggruppa quella “fratellanza” di addetti ai lavori capitanati dal più talentuoso di loro, Ben Stiller, e che prende il nome di Frat Pack: Owen Wilson, Will Ferrell e Vince Vaughn cui si aggiungono la sempre più incompresa Juliette Lewis (che non ha mai trovato l’equilibrio tra la bambola scema e l’ossessiva bomba sensuale formato teen-ager), l’affaticato e indimenticabile Chris Penn e lo scorretto Snoop Dogg (nella parte del delinquentello-informatore Huggy Bear) che con le sue improbabili pellicce e i capelli lisciati a carrè ritroveremo alcuni anni dopo, pari pari, nel video di Katy Perry “California Gurls”.

Un’ultima annotazione, infine, sui “perturbanti” del film. Carmen Electra, di cui è sempre un piacere parlare ma (volutamente?) fuori fuoco nel suo cameo, con quel fisico al photoshop e gli shorts troppo sgambati, troppo aderenti per i canoni degli anni ’70, che furono meno nervosi e più maiali dei nostri.
Ancor più perturbante, oltre anche il limite dell’inversione che tecnicamente è, il “mc guffin” della nostra storia: la cocaina di nuova sintesi, inodore e custodita in asettici sacchetti a pochette con lo strappo che viene confusa con un dolcificante (corretto, dietetico, non è neanche zucchero ché quello sì che fa male), una sorta di sostanza light, pulita e igienica, come gran parte dei feticci del nostro tempo, in questo modo sottilmente sdoganati.