CAST & CREDITS

cast:
Eddi Marsan, Joanne Froggat, Karen Drury

regia:
Uberto Pasolini

distribuzione:
BIM Distribuzione

durata:
87'

produzione:
Redwave, Embargo Films, Rai Cinema

sceneggiatura:
Uberto Pasolini

fotografia:
Stefano Falivene

scenografie:
Lisa Marie Hall

montaggio:
Tracy Granger, Gavin Buckley

costumi:
Pam Downe

musiche:
Rachel Portman

Still Life | Recensione | Ondacinema

Still Life

di Uberto Pasolini

drammatico, Gran Bretagna (2012)

di Antonio Pettierre

Voto: 7.0

John May è un impiegato del Comune di Londra. La sua attività da ventidue anni è quella di rintracciare i parenti delle persone morte in solitudine. Un lavoro che compie tutti i giorni con dedizione e meticolosità, interessandosi anche della loro sepoltura ed essendo alla fine l'unico che presenzia ai loro funerali. Tutto procede in modo ordinato, fino al giorno in cui il nuovo capo di May gli comunica che è stata presa la decisione di accorpare il suo ufficio con un altro e che lui si doveva ritenere licenziato. L'unica cosa che ottiene è seguire l'ultimo caso: la ricerca dei familiari di un suo vicino di casa, un certo Billy Stoke, trovato morto dopo settimane nel suo appartamento.

Uberto Pasolini, produttore italiano trapiantato in Inghilterra da molti anni ("Full Monty" è stato il suo più grande successo), con questa opera seconda - vincitrice del premio Orizzonti per la regia all'ultima Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia - mette in scena la solitudine dell'uomo con un'attenzione al singolo dettaglio, operando in sottrazione sull'inquadratura. Viene aiutato in questo anche da un bravo caratterista come Eddie Marsan, che qui regge praticamente da solo tutto il film, con un'interpretazione minimalista, controllata, normalizzata eppure intensa e partecipe, che rende completa la regia di Pasolini.

John May è un solitario, non ha alcun legame affettivo né sociale. Ha solo il suo lavoro che ama. La ricerca dei familiari degli uomini e delle donne, che sono ritrovati morti nelle loro case, per May si trasforma sempre in una detection, un'indagine sulla persona: chi erano? Quale vita avevano vissuto? Insomma, un detective di sentimenti il cui scopo dell'investigazione è trovare parenti in vita. Questo lato è caratterizzato da elementi profilmici e da intere sequenze: quando May entra nell'appartamento del suo ultimo caso - quello di Billy Stoke - si mette una tuta bianca e inizia a rovistare e osservare come uno della polizia scientifica; oppure la sua classificazione in faldoni, con appunti, foto, oggetti come se trattasse di cold case; o ancora,  il suo ufficio così ordinato, nascosto, sembra quello di un analista dell'MI6, alla ricerca di indizi su agenti morti in azione.

La detection è quindi mostrata con elementi riconducibili a un immaginario cinematografico, ma che sottende aspetti metafisici. May, in realtà, indagando su Stoke, investiga su se stesso e cerca di darsi, per l'ultima volta, una risposta.  Del resto, l'appartamento di Stoke è proprio posto di fronte al suo. Un'esplicita inquadratura in soggettiva, e in controcampo, mentre May osserva dalla sua finestra scostando le tende, quella del vicino dalla parte opposta, crea un effetto speculare che dice tutto sulla creazione del doppio. Mentre la narrazione procede in breve sequenze, in un montaggio lineare e pulito, lo spettatore assiste allo scambio di ruolo tra May e Stoke. John inizia a compiere piccole variazioni comportamentali, influenzato dalla storia di Stoke: incontrerà i suoi amici, i suoi commilitoni (era un militare che ha fatto la guerra delle Falkland) e infine la figlia, con cui sboccia un sentimento acerbo. Dall'altro lato, May donerà a Stoke la sua sepoltura (proprio lo spazio al cimitero, prenotato per se stesso) e gli passerà i legami umani ricostruiti nella sua recherche.

Abbiamo detto della solitudine che non è solo fisica ma emotiva e  metafisica. Ognuno di noi è fatto di ricordi, di una vita vissuta e passata. E quale prova più diretta, una testimonianza visiva del nostro passato e della nostra vita, si può avere di una persona se non dalle sue fotografie? Del resto, i replicanti in "Blade Runner" sono attaccati alle loro fotografie, pur sapendo che rappresentano dei ricordi fittizi, perché averle crea un simulacro di umanità.

Invece, May non possiede nessuna foto di se stesso, non ha immagini che lo ritraggono in alcuna situazione della sua vita passata. Pure nell'appartamento di Stoke viene ritrovato un album di famiglia con le fotografie della figlia e anche nel penultimo caso di John May la morta aveva delle foto con il suo gatto. Lui, al contrario, riempie un album con foto appartenenti a tutte le persone che ha "accompagnato" alla sepoltura: è quella la sua famiglia, è quella la sua vita. I ricordi degli altri sono i suoi. La sua vita è vissuta per procura, ma in un atto di generosità piuttosto che di rinuncia e di pietas verso gli altri.

E questa pietas si chiude nell'ultima sequenza, in un finale bergmaniano, dove la compiutezza di John May si rivela nella vita e nella morte di Billy Stoke.
Uberto Pasolini ci regala un film pieno di umanità, malinconico, essenziale, dove dice che, oltre a nascere e morire, molto spesso viviamo anche soli e, alla fine di tutto, quello che importa è la ricerca della felicità ovunque essa sia. Anche solo in un sorriso, in un gesto, in una foto, un ricordo.