CAST & CREDITS

cast:
Geoffrey Rush, Emily Watson, Sophie Nélisse, Ben Schnetzer

regia:
Brian Percival

distribuzione:
20th Century Fox

durata:
131'

produzione:
Fox 2000 Pictures, Studio Babelsberg, Ken Blancato

sceneggiatura:
Michael Petroni

fotografia:
Florian Ballhaus

scenografie:
Simon Elliott

montaggio:
John Wilson

costumi:
Anna B. Sheppard

musiche:
John Williams

Storia di una ladra di libri | Recensione | Ondacinema

Storia di una ladra di libri

di Brian Percival

drammatico, Germania/Usa (2014)

di Matteo Pernini

Voto: 6.0

Liesel ha dodici anni, un fratello minore morto per gli stenti durante una faticosa traversata nel rigido inverno tedesco  e una madre deportata per le sue idee comuniste. Affidata alle cure di una coppia tedesca di mezza età (premuroso e bonario lui, severa e di buon cuore lei), la piccola impara a leggere con l'aiuto del patrigno e ben presto trasforma le pareti della cantina in un immenso abbecedario, dove annotare i suoi progressi. Frattanto la ferocia del nascente regime nazista si fa dilagante e, mentre le vie del paese si ricoprono di svastiche e i roghi dei libri "proibiti" divampano nelle piazze, Liesel avrà modo di scoprire il potere creativo delle parole, fino a rifugiarsi in esse per sopravvivere agli orrori che la circondano.

"Storia di una ladra di libri" rientra nel novero dei film a tesi, di quelle pellicole, cioè, che dichiarano in partenza l'adesione a un progetto educativo e lo perseguono con ostinata coerenza, fino a costringere l'insieme dei valori formali in una manciata di modelli formativi. Evidenti, in simili lavori, i rischi derivati dal piegare la grammatica dell'espressione artistica a un intento divulgativo spesso al confine con la propaganda e ci si può chiedere sino a che punto l'onestà dell'approccio e la giustezza dell'assunto consentano la riduzione degli eventi a facili schemi consolidati.

Nel film di Brian Percival la questione è sollevata sin dall'ingresso, in incipit, della Morte, al cui punto di vista aderiamo subito grazie a una opinabile scelta di regia, che apre il proprio sguardo sugli sbuffi celesti di nubi biancastre, per poi inseguire, a volo d'angelo, la corsa di un treno in cui si consuma la prematura dipartita del fratellino della protagonista. Dalla curiosa voce off del Tristo Mietitore (che, a onor del vero, era lecito immaginare più arguto e meno pedante) veniamo, così, introdotti in una storia che vuole assumere le sembianze di una fiaba e abbraccia un'ottica che consente di giustificare i molti anacronismi che attraversano la pellicola - su tutti: la curiosa renitenza alla crescita dei piccoli Peter Pan, che mantengono uguali fattezze e pettinature nel corso del periodo bellico - ma non allontana del tutto il pericolo di assurde semplificazioni. Al di là della confusione linguistica, che in simili progetti regna sovrana (perché mai in terra tedesca si dovrebbe insegnare a un'analfabeta il lessico inglese?), a disturbare è soprattutto la retorica di una struttura narrativa che ignora le esigenze drammaturgiche e riposa nel consueto catalogo di scene chiave, alternando con ferrea consequenzialità illustrazioni e spiegazioni. Inutile sperare in un mistero, un'incongruenza che ravvivi la curiosità e il percorso interiore della piccola Liesel: all'arrivo del rifugiato Max segue immediata la spiegazione del patrigno; alla reazione di fronte alla moglie del borgomastro, lo svelamento della biblioteca. Se l'intenzione era quella di riproporre il modello de "Il bambino con il pigiama a righe" - con il suo apparato di allusioni e l'intelligente rovesciamento della prospettiva - non possiamo stringere la mano al regista.

Difficile, comunque, appassionarsi a una struttura che sostituisce il commentato al sottointeso e confida sistematicamente nella dolorosa memoria di una tragedia che portiamo ancora incollata addosso.
Chi affermi che l'emozione non è estranea al film direbbe il vero, ma che ciò possa essere ascritto a meriti di sceneggiatura è pura illusione. Dal canto suo la regia di Percival (noto negli ambienti televisivi per aver diretto la serie "Downton Abbey ") va in automatico e si limita a seguire il filo di una lezione didascalica sul periodo nazista, regalando un unico momento efficace nel montaggio tra il coro dei bambini in uniforme nell'istituto scolastico e lo spaventoso pogrom della Notte dei cristalli. Una scena che è quasi una dichiarazione di intenti, il segno tangibile di un sistema fattosi capillare, che si infiltra nei luoghi deputati all'istruzione inoculando il morbo dell'imbarbarimento là dove a trionfare dovrebbe essere il libero pensiero.

È probabile che nelle intenzioni del regista il film dovesse tramutarsi in un inno alla cultura come difesa dai mali del mondo (emblematico il momento in cui Liesel distrae gli occupanti terrorizzati di un rifugio antiaereo raccontando loro "L'uomo invisibile" di H. G. Welles, uno dei libri messi al rogo dal regime), messaggio in cui riecheggia il monito dei "Monuments Men" di George Clooney, pronti a sacrificare la propria vita per salvaguardare i beni artistici dalla furia dei nazisti, che avevano ben compreso come per annientare la coscienza di un popolo sia necessario far tabula rasa della sua memoria artistica. Peccato che tale esortazione anziché farsi motore del film si limiti ad affacciarsi in poche scene chiave, subissata dall'emergere di linee narrative parallele e costrette a forza nel filone principale, ma che avrebbero richiesto ben altro respiro (si vedano la storia dell'amicizia con Rudi, le peregrinazioni di Max, la parentesi militare del patrigno o i continui richiami a eventi storici sempre segnalati da apposite didascalie pronte a contestualizzare l'ovvio). Un amalgama poco riuscito, tanto che, a conti fatti, la piccola ladra di libri non avrà poi molti peccati da confessare.

Si dirà: un classico film pedagogico di scarso interesse, dunque. Saremmo d'accordo se non fosse per le prove degli attori, capaci, da sole, di riscattare le debolezze di scrittura fino a far palpitare i personaggi di un umanità dolente e verissima, tale da meritare il costo del biglietto. Accanto all'interpretazione un po' sottotono di Ben Schnetzer nella parte del giovane rifugiato ebreo, giganteggiano le prove di Geoffrey Rush e Emily Watson, in cui prendono vita tenerezze e asperità, timori e aspettative, apprensioni e ottimismo in uno spettro emotivo pronto a far sussultare di complicità l'animo degli spettatori a ogni svolta dell'intreccio.