CAST & CREDITS

cast:
Hiromi Nagasaku, Eita , Hidetoshi Nishijima, Aoi Miyazaki

regia:
Hiroshi Ishikawa

durata:
104'

produzione:
Hisashi Tsuchiya, Hiroshi Ishikawa

sceneggiatura:
Hiroshi Ishikawa

fotografia:
Hiroshi Ishikawa

montaggio:
Hiroshi Ishikawa

musiche:
Yôko Kanno

Su-Ki-Da | Recensione | Ondacinema

Su-Ki-Da

di Hiroshi Ishikawa

drammatico, Giappone (2005)

di Giuseppe Gangi

Voto: 8.0
Hey, Yosuke...Ricordi? Io, sì...

Con queste parole, che richiamano alla memoria un passato quasi dimenticato, inizia la sorprendente opera seconda di Hiroshi Ishikawa, che esplora le difficoltà di comunicare e di amare, attraverso la parabola di due innamorati che si rincorrono inconsciamente per tutta la vita.

"Su-ki-da" vede protagonisti i giovani Yu e Yosuke, adolescenti compagni di scuola, legati da una profonda amicizia. Yu si sente attratta dal ragazzo, ma non sa come esprimere i propri sentimenti. Yosuke passa i pomeriggi a suonare la chitarra in riva al fiume, dopo aver abbandonato la squadra di baseball, ed è segretamente innamorato della sorella maggiore di Yu (che però lo ha intuito).
I due amici passano i pomeriggi in silenzio, l'una accanto all'altro, mentre lui tenta di finire una canzone dal motivo orecchiabile ("Dear Blue" di Yoko Kanno), di quelle che si imparano subito a memoria e che la ragazza canticchia in continuazione. Altruisticamente Yu cerca di spingere la sorella verso l'amico, ma lei è ancora sconvolta dalla morte del suo fidanzato.
In uno dei pomeriggi passati in riva al fiume la ragazza ruba un bacio a Yosuke che però non ricambia. Poi la sorella di Yu ha un incidente ed entra in coma. Qualcosa si rompe.
Ellissi.
Passano 17 anni, ritroviamo Yosuke che lavora in una casa discografica, vive da solo in un appartamento semi-vuoto, e sente crescere dentro di sé l'insoddisfazione per quello che è diventato.
Un giorno, durante un provino, una ragazza suona quel suo vecchio pezzo: qualcosa si desta in lui e si accorge di avere davanti la sua vecchia amica Yu. Cenano insieme e cominciano a ricordare di quand'erano giovani, e vi sono gli stessi sguardi, la stessa complicità di allora, sebbene siano passati così tanti anni. Il sentimento riaffiora prepotente, soprattutto per Yosuke, che si accorge di quanto ha perso. Il mattino dopo vanno a trovare la sorella di Yu, ancora in coma, segno di un tempo che si è fermato per sempre. Si lasciano mestamente a una fermata. Yosuke, però, vuole ancora tener fede a quella promessa, quella di farle ascoltare la canzone completa. Ma vi sono contingenze, coincidenze impreviste, e tutto quello che sembra facile e naturale diviene distante e utopico...

Poetico e struggente, girato "di nascosto" (soprattutto nella parte adolescenziale), spia i tentennamenti dei due giovani innamorati, spesso incorniciati in piani fissi di grande bellezza.
Bravissimi i quattro attori protagonisti e, in particolare, Hidetoshi Nishijima e Hiromi Nagasaku che interpretano i due da grandi, riuscendo a ricreare la stessa mimica e lo stesso gioco di sguardi che v'era fra Yu (interpretata da Aoi Miyazaki, bellezza d'una purezza insostenibile) e Yosuke (Eita) da giovani.
Quello di Ishikawa è un cinema che non ha paura di guardare, sebbene lo faccia senza voyeurismo, con pudicizia, sempre un passo indietro rispetto ai personaggi.
"Su-ki-da" è un film fatto di silenzi, di frasi non dette o dette a metà, di persone che vorrebbero parlare ma preferiscono tacere, di imbarazzi e occhi che si abbassano all'improvviso, di sentimenti insopprimibili, di quelli che fanno piangere in solitudine.
La storia, apparentemente banale, si trasforma in un'intensa analisi sui mutamenti sotterranei e sulle difficoltà di esprimere con parole o gesti sentimenti puri e reali. Quella di Yu e Yosuke è una lotta contro lo scorrere del tempo (le inquadrature sulle nubi che percorrono il cielo), in cui la ripetizione delle situazioni (i pomeriggi passati insieme) si caricano di una profonda valenza rituale, dove conta la vicinanza con la persona cara. I due protagonisti sembrano combattere tutta la vita contro un tempo che rema loro contro, tanto da dover aspettare diciassette anni prima di rincontrarsi e ri-scoprirsi, accorgendosi che il tempo per loro si è cristallizzato (la melodia non finita, la sorella in ospedale).
Nel finale Ishikawa non se la sente di affondare il colpo del K.O. definitivo e opta per una conclusione sin troppo riconciliante in un tessuto narrativo fondamentalmente pessimista, in cui il tempo trascorso sembrava irreversibilmente perduto. Ma quando si trova un gioiello del genere, si sa anche chiudere un occhio.