Recensioni

Suburbicon

di George Clooney

commedia nera, Usa (2017)

CAST & CREDITS

cast:
Matt Damon, Julianne Moore, Oscar Isaac, Megan Ferguson, Michaël Cohen, Jack Conley

regia:
George Clooney

distribuzione:
01 Distribution

durata:
104'

produzione:
Black Bear Pictures, Silver Pictures, Smokehouse Pictures

sceneggiatura:
George Clooney, Ethan Coen, Joel Coen

fotografia:
Robert Elswit

scenografie:
Jan Pascale, James D. Bissell

montaggio:
Stephen Mirrione

costumi:
Jenny Eagan

musiche:
Alexandre Desplat

Suburbicon | Recensione | Ondacinema

Suburbicon

di George Clooney

commedia nera, Usa (2017)

di Giuseppe Gangi

Voto: 6.5
"Suburbicon", presentato in concorso alla 74esima edizione della kermesse veneziana, ha potuto far mostra sul tappeto rosso del suo cast scintillante: Matt Damon, Julianne Moore e George Clooney qui nelle vesti di produttore, sceneggiatore e regista. La sceneggiatura originale, su cui ha lavorato anche l'autore insieme al sodale Grant Heslov, è firmata da Joel e Ethan Coen: quasi trent'anni fa, a ridosso dell'uscita di "Blood Simple", i Coen stavano iniziando a gettare quei semi che, oggi, hanno incontrovertibilmente messo le radici nell'immaginario cinematografico. E, in effetti, la sensazione di stare vedendo una variazione sull'universo tematico generato dai fratelli di Minneapolis si avverte sin dalle battute iniziali, quando uno spot pubblicitario costruito alla maniera di un depliant, va sfogliando le attrattive di vivere a Suburbicon, villaggio residenziale sviluppatosi in una ridente cittadina di sessantamila abitanti. Ancora una volta al centro del mirino sono gli Stati Uniti tra anni 50 e 60, quelli del decollo economico e delle villette a schiera, degli happy days e dell'American dream che si fa realtà. Ancora una volta l'avidità, il tentativo di evasione da una routine costrittiva sono i detonatori per una escalation di violenza inarrestabile e imprevedibile. 

"In questa città non accadeva mai niente, finché non sono arrivati loro..." dice alle telecamere una signora, la classica vicina anziana sempre pronta a scoccare un dardo avvelenato; e "loro" sono i Meyer, una famiglia di colore che si trasferisce nella casa accanto ai Lodge, sotto gli occhi incuriositi delle sorelle Rose e Maggie (interpretate dalla Moore). I nuovi arrivati provocano un'ondata di malumore tra gli abitanti storici di Suburbicon, che mostrano tutti i segni del rabbioso razzismo che impregnava quegli anni istigandoli a una serie di azioni via via più belluine a discapito della dignitosa famiglia black - la quale opporrà una silenziosa ma ostinata resistenza a ogni vile violenza. Verosimilmente è questo subplot sulla mancata integrazione razziale a essere farina del sacco di Clooney ed Heslov che, agganciandosi all'attualità, si innesta alla trama principale, più spiccatamente coeniana. I protagonisti sono i sopracitati Lodge, tra i pochi peraltro a non avere alcuna animosità contro i vicini di casa tanto da far giocare il figlio Nicky con il coetaneo del giardinetto a fianco.

Poco dopo l'arrivo dei Meyer accade che, a casa dei Lodge, una coppia di rapinatori irrompa in casa, leghi tutti i componenti e li addormenti col cloroformio causando una tragedia inaspettata. Senza volerci addentrare necessariamente negli sviluppi della trama, è divertente notare alcune caratteristiche dirimenti della pellicola: ossia come le indagini, i piani calcolati al millimetro (sebbene sempre in balia del caso) e la natura reversibile dei personaggi (si veda il trattamento riservato a Matt Damon) seguano in maniera cristallina il linguaggio ormai codificato dei Coen. "Suburbicon" si presenta pertanto come un lavoro apparentabile alla sorprendente espansione del pianeta-Fargo firmata da Noah Hawley nell'omonima serie televisiva. È probabilmente per questo che in fin dei conti il sesto film da regista di George Clooney non riesce mai a veramente a spiazzare, confinato in quella che, per i frequentatori di un certo cinema, è un'altra comfort zone determinata dalla nera ironia e dal freddo distacco col quale anche brutalità efferate vengono messe in scena. In questa direzione va letto anche lo stile di Clooney, per lo più asciutto e classicheggiante, concedendosi alcuni lunghi carrelli piazzati significativamente solo in determinati momenti: una sobrietà che contrasta col contenuto della narrazione, parodia nella parodia di quell'America di provincia, placida e tranquilla, che nasconde un doppio volto di ferocia e follia, proprio sotto l'erba tagliata di fresco o dietro le porte chiuse.
Sebbene il cinema di Clooney non sia avaro di omaggi, la cinefilia degli autori dello script originale non può che palesarsi in tutta la sua evidenza quando le due sorelle, interpretate dalla Moore, si presentano in versione sia platino che castana, come sarebbe piaciuto ad Alfred Hitchcock; oppure quando appare il sospettoso ispettore delle assicurazioni, interpretato da un ottimo Oscar Isaac che guarda ai classici del noir, a partire da "La fiamma del peccato" di Billy Wilder.

Per concludere, non è vero -  al contrario di quanto asseriscono i detrattori dei due fratelli - che l'opera coeniana sia chiusa nel suo mondo, incapace di parlare alla e della realtà. La stessa scelta del copione da parte di Clooney, alfiere di un cinema liberal e impegnato, è la controprova che l'attore-regista vi abbia trovato ciò che cercava. Si tratta dello studio in vitro di un'America chiusa dentro i confini di un paese-laboratorio, la Suburbicon del titolo, che mette le staccionate intorno alla casa dei poveri Meyer venuti a macchiare una città all white (o meglio, white only). I cittadini si dicono a favore dell'integrazione, purché portata avanti attraverso l'istruzione che, all'epoca, era spesso negata alla gente di colore e non intrufolandosi di soppiatto in ambienti che non appartengono loro. C'è inoltre un gustoso paradosso, poiché i vicini, intenti ad alzare barricate contro gli odiati neri, li stanno inconsapevolmente difendendo dall'orrore celato dentro le loro case. Sebbene sia un lavoro troppo derivativo per possedere una carica dirompente di novità, "Suburbicon" conferma l'intelligenza del divo americano, il quale, rispolverando una sceneggiatura dei suoi amici, realizza un ritratto dark dell'America degli anni 50 che si fa metafora di quella di oggi, ancora pronta a costruire muri e incapace di affrontare le conseguenze della questione razziale.