CAST & CREDITS

cast:
Nichola Burley, Kate Dickie, George MacKay

regia:
Paul Wright

durata:
84'

sceneggiatura:
Paul Wright

fotografia:
Wendy Cairns

scenografie:
Benjamin Kracun

montaggio:
Michael Aaglund

costumi:
Jo Thompson

musiche:
Erik Enocksson

Il superstite | Recensione | Ondacinema

Il superstite

di Paul Wright

drammatico, Gran Bretagna (2013)

di Alessandro Corda

Voto: 6.0
E' il classico dilemma che assale, ogni volta, chi debba scrivere di un'opera prima, ovvero propendere per una maggior indulgenza (in fondo è cosa più unica che rara imbattersi in un nuovo "Quarto Potere") o essere più esigenti nella ricerca continua di novità visive.
Di fronte all'opera prima del trentacinquenne Paul Wright, "Il superstite", questo dubbio shakespeariano sembra risolversi nella prima scelta, almeno a sentire i primi pareri della critica. Presentato in anteprima mondiale nella Semaine de la Critique al Festival di Cannes, il film ha collezionato  discrete recensioni, soprattutto sui giornali inglesi. Il Telegraph, con quattro stelle su cinque, azzarda che il film potrebbe assicurarsi lo stesso successo di "Re della terra selvaggia" di Behn Zeitlin, altra opera prima presentata l'anno scorso a Cannes.

Al di là delle previsioni, Paul Wright, con all'attivo tre corti on the road, decide di raccontare la storia di un remoto villaggio scozzese e l'elaborazione di un lutto collettivo. Il protagonista è Aaron, un giovane introverso che ha partecipato ad una sfortunata battuta di pesca dove hanno trovato la morte i tre componenti del gruppo e il fratello maggiore. Unico sopravvissuto, vive nella speranza di ritrovare il fratello. La comunità del villaggio, suggestionata dalle superstizioni locali, emargina Aaron, ritenendolo l'unico responsabile dell'accaduto. Non basteranno la forza della madre e l'amicizia della ragazza del fratello, che sconfinerà in amore: la tragedia sarà inevitabile e il mare reclamerà un altro corpo.  

La prima immagine, sgranata e in bianco e nero, ci presenta il mare, impetuoso e violento, fin da subito il vero protagonista della pellicola. Il mare sarà la causa motrice di tutta la storia e intorno ad esso ruoteranno, come bambole stregate, molti personaggi. Come le onde, sospinte dai venti da più parti, senza una direzione precisa, anche le ragioni degli abitanti della comunità si agitano senza senso mosse da puro istinto. E' soprattutto la paura che fa nascere i sospetti e diventa terreno fertile per il sacrificio del giovane Aaron, interpretato con impressionante intensità da George MacKay. Nei suoi occhi leggiamo lo smarrimento, la paura, l'amore e la delusione e la cinepresa lo tallona stretto, come la Rosetta dei Dardenne, per spremere ogni emozione.

Paul Wright non si accontenta di un unico piano narrativo, ma "rompe" la narrazione con altri tre livelli: quello del ricordo dell'incidente in mare, che piano piano torna  a galla più nitido, quello della vita di Aaron coi suoi coetanei e, infine, i ricordi del fratello da bambino. E ognuno di questi momenti è ritratto con un linguaggio diverso, rispettivamente: la ripresa digitale dalle immagini desaturate, la ripresa a scatti di un cellulare e quella con il super 8. L'idea non è certo una novità (basta solo ricordare "Redacted" di De Palma), però serve a conferire al film una certa freschezza e un senso quasi documentaristico che non risulta del tutto incoerente con l'impianto narrativo.

Peccati da opera prima però ce ne sono. Per esempio, Paul Wright indulge troppo sui ricordi dei bambini col super 8, rischiando così di ricattare eccessivamente lo spettatore. Oppure, la scena nella piscina tra Aaron e la ragazza del fratello (Nichola Burley), così patinata, è troppo debitrice di altre scene già viste. Con questo, il rapporto di solidarietà e affetto tra i due ragazzi è molto ben sviluppato e la stessa figura della madre (Kate Dickie) è decisamente caratterizzata. 

Le favole e le superstizioni del villaggio, in particolare quella del pesce, una leggenda che la madre raccontava ad Aaron bambino, contrastano con la cruda e grigia realtà degli abitanti del villaggio e costituiscono un sottotesto vibrante, che piano piano si insinua nel racconto, fino ad esplodere in un finale potentissimo.  Il regista sembra quasi dirci che non esiste un unico modo di raccontare una storia del genere, ma il triplicare i punti di vista impedisce anche di individuare il motivo di questa tragedia. La risposta ci sarebbe e potrebbe essere quella di tornare a credere ai miti del passato: solo cercando di vedere la realtà con occhi più giovani forse si potrà credere ad un pesce rosso gigante capace di rassicurare gli animi e riportare uno spiraglio di speranza.