CAST & CREDITS

cast:
Liam Neeson, Maggie Grace, Forest Whitaker, Famke Janssen

regia:
Olivier Megaton

distribuzione:
20th Century Fox

durata:
109'

produzione:
Luc Besson, Canal+

sceneggiatura:
Luc Besson, Robert Mark Kamen

fotografia:
Eric Kress

scenografie:
Linda Spheeris, Sébastien Inizan

montaggio:
Audrey Simonaud, Nicolas Trembasiewicz

costumi:
Olivier Bériot

musiche:
Nathaniel Mechaly

Taken 3 - L'ora della verità | Recensione | Ondacinema

Taken 3 - L'ora della verità

di Olivier Megaton

azione, Francia (2015)

di Matteo Pernini

Voto: 5.0

Sembra davvero non esserci pace per l'agente Bryan Mills (Liam Neeson). Accusato di uxoricidio, si ritrova ora nella sua Los Angeles diviso tra la caccia agli assassini dell'ex moglie e la fuga dalle forze dell'ordine.
Qualcuno dovrebbe spargere la voce. Siamo ormai al terzo capitolo (l'ultimo? - così dicono, ma il mercato ha le sue leggi che i produttori non sempre conoscono) della saga dedicata all'ex agente della CIA e si stenta a credere che le organizzazioni criminali di tutto il mondo, anziché far tesoro delle esperienze passate, perseverino nell'infastidire questo mite padre di famiglia, costretto a rispondere a suon di stragi alle loro provocazioni. Può darsi che i cattivi non vadano al cinema e allora peggio per loro.
D'altro canto, forse presentendo il rischio più del ridicolo che della maniera, Luc Besson, mente produttiva e sceneggiatore della trilogia, ha ben pensato stavolta di rinunciare a rapimenti e intimidazioni telefoniche. A minacciare il quieto vivere della famiglia Mills ci pensa, però, il solito gruppo di mafiosi russi, opportunamente riconoscibili dalla tessitura di tatuaggi che ne decora la pelle con l'evidenza di un codice a barre. Scelta felice, che consente al protagonista di identificare rapidamente il nemico e alla sceneggiatura di contrarre i faticosi tempi morti della predazione; ma allora viene da chiedersi perché mai la storia finisca con l'avvolgersi in trame arzigogolate fino all'inutile coup de théâtre, spinto a forza tra i residui del minutaggio giusto per correggere l'umore dello spettatore dopo le false promesse di una sparatoria rivelatasi più che deludente, priva com'è di ritmo nella messa in scena.

A voler riassumere, si potrebbe dire che "Taken 3" si presenta come una sintesi dei difetti dei precedenti capitoli, in un'ottica di aspirazioni puramente commerciali.  C'è un po' di melodramma, un po' di violenza, quel tanto di cinismo che basta per riportare alla mente il primo capitolo (dove, però, lo schiaffo della scena di tortura aveva tutt'altra forza), accenni di commedia.
Senza il coraggio di proseguire sulla strada di "Io vi troverò", Besson e la sua factory inventano un film-collage, mescolando sequenze che si vorrebbero adrenaliniche (e invece sono solo caotiche) a squarci di malinconia trattenuta, eroi in fuga dalle forze dell'ordine e poliziotti tenaci, ma onesti, panda giganti e gravidanze inattese, autoscontri e jet privati. L'idea di action che emerge da questa tessitura di luoghi comuni e déjà vu sarà, forse, un fedele specchio delle attese dei produttori, ma denuncia più che altro la crisi di un genere, ormai impoverito dalla blanda condiscendenza del pubblico.

Dove il film si dimostra stimolante è, invece, nel montaggio forsennato che ne scandisce il ritmo. Il numero di tagli per scena è sorprendente e se arriva a spezzare in un profluvio di punti di vista le azioni più comuni, è soprattutto nei momenti in cui l'azione prende il sopravvento che se ne comprende la portata.
Arrestato dagli agenti che l'hanno sorpreso chino sul cadavere dell'ex moglie, Mills si libera dalla presa e salta dalla finestra: il movimento è spezzato in dodici inquadrature dal regista Olivier Megaton, che rompe la continuità del gesto in una somma di geometrie quasi subliminali, ma lascia intatta la corrispondenza tra tempo reale e tempo dell'azione. Nel meraviglioso libro-conversazione con François Truffaut, parlando della regia di una serie televisiva, Alfred Hitchcock spiega l'importanza di moltiplicare i punti di vista nel caso di un'azione concitata e rallentare, così, il tempo, per renderla meglio intelligibile. Dubitiamo che Megaton condivida l'assunto: figlio putativo dell'era di youtube e del video musicale, per lui il montaggio è uno strumento del ritmo, la costruzione del senso va lasciata allo spettatore.

Come quei bravi violinisti che nelle più folli cadenze di Paganini intonano con cura la prima e l'ultima nota e nel mezzo succeda quel che succeda, il regista mette a fuoco il principio e la fine di ogni movimento, lasciando che l'abitudine e l'intuizione dello spettatore completino il quadro, mentre i violenti tagli del montaggio instaurano una tensione formale che si riverbera sui nervi del pubblico. Svanita la suspense, che necessita di tempo e comprensione, prende il sopravvento l'impressione di una dinamicità diffusa, che rinuncia all'ipotesi di uno spazio-contenitore in virtù di una spazialità astratta, dove non esistono direzioni privilegiate.
Quel che non funziona in questa revisione delle forme del videoclip è soprattutto la tempistica. Perché se le movenze di un singolo finiscono col risultare esaltate da questa vertiginosa analisi formale (si veda l'inseguimento iniziale o l'esuberante corpo a corpo tra la Porsche e il jet privato), altrettanto non si può dire quando l'azione diventa di massa e l'arbitrarietà dei punti di vista confonde anziché entusiasmare. È quel che accade sul finale, quando Megaton frantuma in un guazzabuglio di inquadrature indecifrabili il tanto atteso conflitto a fuoco.

Del sempre ottimo Liam Neeson (novello ispettore Callaghan, meno arguto e più pericoloso) c'è poco da dire, se non che stavolta è difficile anche per lui salvare il film. Gli va dato atto di averci provato, ma nemmeno Clint Eastwood avrebbe retto sotto il peso di una sceneggiatura così letale.
E quando sul finale mormora il suo mantra al cattivo di turno, sembra difficile anche per lui trattenere un sorriso.