CAST & CREDITS

cast:
Fatemah Motamed-Aria, Peyman Moaadi, Baran Kosari

regia:
Rakhshan Bani-Etemad

durata:
88'

fotografia:
Koohyar Kalari

montaggio:
Sepideh Abdolvahab

musiche:
Siamak Kalantari

Tales | Recensione | Ondacinema

Tales

di Rakhshan Bani-Etemad

Drammatico, Iran (2014)

di Alessandro Corda

Voto: 8.0
Una delle più importanti funzioni del cinema è da sempre quella di testimoniare il cambiamento della società: saper intercettare o, addirittura, anticipare alcuni fenomeni culturali e sociali.
I racconti di "Ghesseha", ultimo film della cineasta Rakshan Bani-Etemad, presentato in concorso alla Settantunesima Mostra del Cinema di Venezia, sposa perfettamente questa funzione e diventa testimonianza viva e attiva dell'Iran del giorno d'oggi.

Autrice di fondamentali film per la Storia del suo Paese come "Our Times" e "Gilaneh", Bani-Etemad è una delle più importanti esponenti del neorealismo del moderno cinema iraniano e racconta come il mosaico di storie che si intrecciano in questo film non sia altro che un ritorno ai personaggi delle opere precedenti, andando così a riesaminare la sorte e le condizioni sociali di quelle persone negli ultimi anni. Al di là di questi riferimenti, "Ghesseha" è un corpo indipendente senza alcun debito verso quelle vicende. La struttura è composta da una serie di episodi, alcuni di pochi minuti ma mai più lunghi di un quarto d'ora, concatenati tra loro man mano che la cinepresa incontra i protagonisti.
Non esistono particolari legami tra i personaggi se non per il fatto di sfiorarsi tra loro.

Si incomincia con un tassista che porta un reporter che dovrà girare un documentario. Una volta che l'avrà lasciato, farà un incontro che rievocherà un passato d'infanzia. Successivamente la cinepresa lascerà il tassista per seguire sua madre in un palazzo della pubblica amministrazione. Il succedersi delle storie porterà lo spettatore davanti ad un ottuso e svogliato burocrate, per poi passare dalla parte di una moglie in fuga dal marito che l'aveva picchiata.

Queste storie mettono in scena la gente comune della classe media iraniana, vecchi e giovani senza alcuna distinzione. Hanno come comun denominatore una sostanziale incomunicabilità tra i singoli soggetti. Tale impossibilità a capirsi ha molte sfaccettature: l'anziano che cerca di comunicare il proprio problema al funzionario della pubblica amministrazione che non lo ascolta, il marito che non è in grado di leggere una lettera arrivata alla moglie da un amante del passato (e riuscirà a farsela leggere dalla figlia, metafora dell'importanza del ponte tra generazioni), la donna che fa finta di non riconoscere l'amico d'infanzia. Sembra non esserci alcuna serenità di rapporto, ogni legame è in tensione e sul punto di esplodere.
Bani-Etemad vuole lanciare un allarme in cui la responsabilità di una salvezza futura sembra gravare sulle spalle della nuova generazione, spesso ostaggio di droga e malattie. Questo discorso non viene affrontato con alcun tono moralistico né conservatore e senza alcun giudizio.
Nell'ultimo racconto è esemplare l'incomunicabilità tra i due giovani che sembrano non capirsi apparentemente, fino alla rivelazione finale che, accompagnata dall'unico momento di colonna sonora, lascia senza parole lo spettatore.

Un'ultima annotazione sulla censura che la regista è riuscita ad evitare. Il film è stato girato quando ancora era al potere Ahmadinejad e per aggirare la censura che veniva esercitata solo sui lungometraggi, girò tanti corti che poi assemblò nell'attuale film con l'avvento della più morbida amministrazione di Hassan Rouhani.
Il reporter che aveva aperto le storie chiude poi il film stesso, in una sorta di cerchio che rievoca l'omonimo film di Jafar Panahi, senza però quella geometria, ma con un senso più ondivago nel procedere tipico della vita reale di tutti i giorni.