CAST & CREDITS

cast:
François Damiens, Patrick Quinet, Frederic Frenay, David Murgia, Christian Kmiotek, Zacharie Chasseriaud, Jan Hammenecker, Anne Paulicevich, Sergi López, Mariano Frumboli

regia:
Frederic Fonteyne

distribuzione:
Artebis, Cineart, Rezo Films

durata:
97'

produzione:
Artemis Production, Samsa Film, Liaison Cinematographique

sceneggiatura:
Anne Paulicevich, Philippe Blasband

fotografia:
Virginie Saint-Martin

scenografie:
Veronique Sacrez

montaggio:
Ewin Ryckaert

costumi:
Catherine Marchand

musiche:
Carlo Thoss

Tango Libre | Recensione | Ondacinema

Tango Libre

di Frederic Fonteyne

commedia, drammatico, Francia/Belgio/Lussemburgo (2012)

di Lorenzo Taddei

Voto: 6.0

Vincitore del Premio Speciale della Giuria di Orizzonti alla 69a Mostra di Venezia, il film di Fonteyne chiude idealmente una trilogia dedicata alle delicate dinamiche che un rapporto d'amore intreccia e ai diversi punti di vista che offre. Da "Una relazione privata" (1999) a "La donna di Gilles" (2004) fino "Tango Libre" del 2012, Fonteyne aggiunge ogni volta un soggetto in più alla sua indagine: dalla coppia, al triangolo fino a un eterogeneo "quadrato amoroso".

Jean-Christophe (Francois Damiens) è una guardia carceraria. Un uomo ordinario, con una vita ordinaria, per non dire piatta. L'unica stravaganza che si concede è ballare il tango una volta la settimana. Ed è proprio durante una di queste lezioni, che JC fa coppia con la nuova arrivata Alice, madre di Antonio, un ragazzo di quindici anni. Con gran sorpresa Il giorno dopo JC vede di nuovo Alice nella sala visite del carcere. Non uno, ma due sono gli uomini a cui è venuta a far visita. Fernand (Sergi Lopez) e Dominic (Jan Hamenecker), amici di vecchia data e complici nel crimine, nonché l'uno marito - e probabilmente padre di Antonio - e l'altro amante.

Più che sul carcere, e sulla vita al suo interno, Fonteyne si concentra sulla sala delle visite, l'unico posto in cui è possibile un contatto fra il mondo esterno e i detenuti, dove nel caso specifico si sviluppa la relazione fra Alice e i suoi due uomini. Il centro intorno al quale ruotano gli altri personaggi è la donna, mentre il punto di vista scelto da Fonteyne è quello di JC, un "personaggio" a cui sia la società che il cinema dedicano solitamente scarsa attenzione. I problemi delle carceri, o le storie dei detenuti, lasciano spesso nell'ombra la figura della guardia carceraria, che paradossalmente tra i suoi compiti principali ha proprio quello di guardare, osservare, sorvegliare.

JC è un uomo ligio al dovere, rispettoso del sistema, al sicuro da ogni tentazione. Fino ad Alice.  Alice rappresenta il desiderio che scardina le regole e porta a commettere azioni apparentemente prive di buon senso. JC osserva - e ne è sconvolto - la quotidiana ma non certo ordinaria vita di una donna fuori dal comune, che cerca di trovare un equilibrio fra i suoi desideri e i suoi doveri, tra il suo essere moglie, amante e madre. Una donna che accetta le restrizioni della vita - entrambi i suoi uomini sono in carcere - per poterle superare, per andare oltre.

E questo è lo spirito che alimenta il Tango, la ricerca costante di un equilibrio che libera il corpo e la mente. L'uomo e la donna che ballano il tango in un certo senso si affrontano. Mettono letteralmente in ballo la propria personalità, con tutte le sfumature che la compongono, pregi e difetti, forze e paure. E' una danza ma anche una "lotta", una continua mediazione fra resistenza e abbandono.

Il film potrebbe - e vorrebbe - seguire questo ritmo, girare intorno ai personaggi, come in una "mirada" (che è lo scambio di sguardi, una sorta di rito con cui l'uomo invita la donna a ballare e la donna accetta) e poi coinvolgerli nel gioco resistenza-abbandono fino alla liberazione finale. Ci prova Fonteyne, ma i personaggi restano distanti e non riescono a mettere in discussione paure e certezze dello spettatore.

Anche ne "La donna di Gilles" è attraverso il ballo che viene ripreso da più angolature il "ménage a trois" al centro della storia; in "Tango Libre" Fonteyne utilizza un linguaggio più semplice, meno tecnico, ma comunque non riesce a far presa. L'idea del tango come metafora di libertà, o liberazione, che dovrebbe essere accentuata dal contesto del carcere, ne esce scolorita.

Non ci sono ballerini, ma soltanto attori, senza controfigure. Fonteyne non vuole una dimostrazione tecnica (una cosa diversa insomma da "Lezioni di Tango" di Sally Potter) ma anzi vorrebbe mettere in risalto il doppio volto del ballo, da un lato passionale e tragico, dall'altro anche goffo o addirittura comico. Ma ci riesce solo in parte, il film perde progressivamente aderenza fino a sbandare verso un epilogo grottesco e irrisolto. In verità la scena che meglio rappresenta la "tragicomicità" del tango vede proprio un ballerino professionista (Mariano "Chicho" Frumboli, uno dei fondatori del "Tango Nuevo") nei panni de "l'argentino", un detenuto che insegna il tango agli altri detenuti.
Del resto c'è chi dice che il tango sia nato proprio così, nel tempo libero gli operai immigrati a Buenos Aires si ritrovavano a ballare solo uomini - le donne tutte dall'altra parte dell'oceano - e scongiuravano fra loro la paura di essere dimenticati.