CAST & CREDITS

cast:
Aram Aslanian-Persico, Danny Glover, Bill Murray, Owen Wilson, Luke Wilson, Anjelica Huston, Gene Hackman, Gwyneth Paltrow, Ben Stiller

regia:
Wes Anderson

distribuzione:
Buena Vista International Italia

durata:
109'

produzione:
Touchstone Pictures

sceneggiatura:
Wes Anderson, Owen Wilson

fotografia:
Robert D. Yeoman

montaggio:
Dylan Tichenor

musiche:
Mark Mothersbaugh

I Tenenbaum | Recensione | Ondacinema

I Tenenbaum

di Wes Anderson

commedia, Usa (2001)

di Francesca d'Ettorre

Voto: 7.5

Royal Tenenbaum è cinico e sgarbato. Indossa gessati vintage su camicie pastello, è un marito infedele e un padre assente. La moglie Etheline, al contrario, è una mamma giudiziosa. Separati da tempo, hanno tre figli: Chas (Ben Stiller), Richie (LukeWilson) e Margot (Gwineth Paltrow), che già in tenera età collezionavano un successo dopo l'altro. Anche i piccoli prodigi, però, crescono. Depressi, insoddisfatti e fobici.

La saga di questa famiglia sgangherata sembra derivare da un romanzo: una voce fuori campo ci presenta la storia divisa nei vari capitoli, come in un libro.  I Tenenbaum vestono anni 70, sempre allo stesso modo, e si muovono in una insolita New York degradata e rarefatta. Sono grotteschi e scorretti, maniacali e kitsh. Una commistione di elementi, questa, che potrebbe far pensare a qualche brutto mostro di cartapesta intellettualoide. La ricerca estetica e visuale è accurata: i colori accesi dei decori, l'architettura registica, la colonna sonora che con tocco sensibile sottolinea alcuni momenti, rivelano uno studio particolareggiato - e a tratti ossessivo - del linguaggio cinematografico. Ma non esclusivo. "I Tenenbaum"  non è un film che si consuma nella sua copertina, ma un film la cui prosa penetra tra gli anfratti bui dell'insoddisfazione, dei fallimenti e delle incomprensioni. In equilibrio tra la gioia gigionesca dello humour caustico e i risvolti decadenti che si celano dietro la patina dorata del successo, alcune scene si scagliano nella memoria e lì vi rimangono. Richie ha un rasoio in mano, schiuma da barba sul viso, Needle in the hay, il rosso carminio del sangue.

Dopo "Rushmore", film apprezzato dalla critica e che di fatto lo ha lanciato, "I Tenenbaum" è l'opera che ha consacrato al successo un giovane Wes Anderson  al suo terzo lungometraggio (l'esordio fu con "Un colpo da dilettanti"). E se in "Rushmore" il personale e riconoscibile stile del regista texano era ancora allo stato embrionale, ma vivo, ne "I Tenenbaum" si perfeziona  e si fa ricercato. Wes Anderson si dimostra un nostalgico col senso del bizzarro; "I Tenenbaum" è il suo manifesto, l'infanzia il suo rifugio. Gli anni Sessanta-Settanta rifulgono nell'abbigliamento sempre uguale - appassionato omaggio ai Peanuts - e nella colonna sonora: Drake-Lennon-Dylan-Smith-Morrison conferiscono quell'aura da tempo perduto, insieme triste e disilluso. I generi del quotidiano, l'infanzia e la famiglia, sono deformati dal ridicolo e dal culto per il dettaglio - l'arredamento della casa ha il gusto tenenbaumiano del nevrotico, dalle pareti pastello alla sfilata di trofei - senza riflettersi, però, in quel vuoto estetizzante di cui sopra. La famiglia, invero,  si presenta come un assemblamento disgregato di personaggi grotteschi, ma è l'unica forza benigna che può frenare quel processo di auto-distruzione in atto in ognuno di loro. Wes Anderson affastella amori silenti, rapporti difficili, separazioni e isterismi in un mondo sui generis, romanzato o fiabesco, quasi a voler esorcizzare il lato infelice del quotidiano, rinchiudendosi in una realtà infantile e fantasiosa. Senza però smettere di calarsi nel tangibile, ed è là che la famiglia può esercitare il suo ruolo positivo e trainante.