Recensioni

Terra di confine

di Kevin Costner

western, avventura, Usa (2003)

6.0
Livio Marciano

CAST & CREDITS

cast:
Robert Duvall, Kevin Costner, Annette Bening

regia:
Kevin Costner

distribuzione:
Medusa

durata:
127'

sceneggiatura:
Craig Storper

fotografia:
James Muro

Terra di confine | Recensione | Ondacinema

Terra di confine

di Kevin Costner

western, avventura, Usa (2003)

di Livio Marciano

Voto: 6.0
Boss e Charlie sono due mandriani "nomadi", possiedono una mandria ma non un ranch e sono costretti a pascolare i loro animali negli "Open Range" del titolo, cioè nei pascoli liberi.

Giunti nei pressi del territorio controllato dal malvagio Baxter i due si troveranno a dover combattere per difendere i loro diritti.

"Open Range" (il titolo italiano non rende merito al bellissimo originale) vorrebbe essere il ritorno di Kevin Costner al Western classico. Kevin Costner non è un novellino, conosce il mestiere e sa girare Western. Ha esordito con il "Dances with Wolves" facendo incetta di premi e di onori. Quel film rivelava il suo talento registico, ma anche gravi difetti strutturali.
"Open Range" rivela buona volontà da parte del regista, tuttavia i difetti del precedente film, seppure smussati, sono ancora facilmente riscontrabili.

La pellicola narra della storia dell'amicizia virile tra l'anziano Boss, magistralmente interpretato da un grandissimo Robert Duvall, e Charlie, un Kevin Costner in forma smagliante.
Boss è il capo mandriano, capace di dimostrare saggezza in ogni decisione, ma anche fermezza nell'affrontare chi vuole prevaricarlo. Egli svolge la funzione di padre e guida della piccola comitiva che lo accompagna: Charlie, un ex pistolero in cerca di rivalsa, con un passato burrascoso da dimenticare; Mose un gigante buono presto ucciso e Button, il "pivello" del gruppo.
Quello che interessa il regista, almeno nella prima parte, è di sviluppare il rapporto tra i quattro, evidenziare le differenze tra i due protagonisti, porre l'accento su valori universali come l'amicizia disinteressata, il piacere della compagnia, l'affetto, la lealtà.

Una prima parte molto lenta in cui c'è spazio per gli "Open Range", per la descrizione psicologica fatta anche di paesaggi e qui forse Costner vorrebbe ispirarsi a John Ford.
In questo contesto grande importanza ha la figura mitologica del cane, catalizzatore dell'affetto di Charlie. Figura non nuova nel cinema di Costner: basti ricordare il lupo Due Calzini di "Dances with Wolves". Come nel precedente appena citato, l'animale sarà oggetto della crudeltà dei cattivi.

In questo continuo riproporre l'uccisione gratuita dell'animale affettuoso sta un limite del regista. Probabilmente l'intento è nobile, ma tale insistenza, più che segno autoriale, appare un "mezzuccio" per conquistarsi le simpatie del pubblico, sempre pronto a piangere per la morte di una "bestiolina indifesa".

Il rapporto di Charlie con i cani (ricordiamo che durante il film salverà un cucciolo dall'annegamento) ne fa intravedere la sensibilità (?) e prelude all'approccio con Sue, la donna della quale si innamora.
Sue è un bel personaggio femminile, una donna non più giovane che sta cercando da tempo la persona con la quale cominciare un progetto di convivenza. Sia lei che Charlie sono due delusi dalla vita e stanno aspettando l'occasione di cambiare.
La frequentazione della donna permetterà a Charlie di confessare finalmente il suo passato, di aprirsi con qualcuno e di capire che la violenza può essere positiva, se per una giusta causa.

In questo caso specifico la giusta causa è la prevaricazione e l'omicidio per scopi di autorità personale. Tuttavia il film può essere anche vettore di un messaggio pericoloso, perché mai come oggi nel mondo si parla di guerre per la pace e di giuste cause per violenze gratuite, senza che nessuno abbia un quadro chiaro di chi sia veramente il cattivo e chi il buono.

Nella seconda parte prevale l'aspetto violento, con duelli e sparatorie che rivelano grande talento da parte del regista.
Il film ripropone toni e immagini da Western classico e, quando si parla di classicità, ci si riferisce in particolare ad Anthony Mann ("L'uomo di Laramie", "Là dove scende il fiume") all'eterna lotta del bene contro il male, ai duelli tra mandriani e cowboy; alle amicizie virili del Western di Howard Hawks ("Il grande Cielo", "Un dollaro d'onore"), modelli di partenza per Costner.
Rispetto ai maestri, il linguaggio di Costner è pesante, farraginoso. Egli è portatore di valori tradizionali, come la lealtà, l'amicizia, l'amore, tuttavia ogni gesto, ogni movimento, viene enfatizzato, pesantemente sottolineato. Ogni immagine appare ridondante, molte inquadrature sono superflue, se non irritanti, spesso si scade nella cartolina della colonia per l'infanzia. L'intero film rischia continuamente di fare la fine delle tazzine della protagonista: polverizzate da un movimento di troppo di Costner.

"Open Range" è comunque godibile, soprattutto per chi ritiene, come il sottoscritto, che il Western, pur nei limiti imposti dal genere, sia cinema allo stato puro, in grado, come del resto la mitologia (a cui chiaramente si ispira e si può equiparare), di comunicare valori ed emozioni universali.

Kevin Costner è ammirevole nel cercare di continuare un discorso, da molti ritenuto obsoleto, che ha ancora molto da dare al cinema, tuttavia deve capire che per fare un grande film Western l'ingrediente principale è la semplicità (John Ford docet).