CAST & CREDITS

cast:
Joseph Cotten, Alida Valli, Orson Welles, Trevor Howard

regia:
Carol Reed

distribuzione:
British Lion Films

durata:
104'

produzione:
London Films

sceneggiatura:
Graham Greene

fotografia:
Robert Krasker

scenografie:
Dario Simoni

montaggio:
Oswald Hafenrichter

costumi:
Ivy Baker

musiche:
Anton Karas

pietra miliare

Il terzo uomo | Recensione | Ondacinema

Il terzo uomo

di Carol Reed

thriller, Gran Bretagna (1949)

di Valerio Carta

Si può genericamente osservare che il grande film tiene lo sguardo dello spettatore incollato allo schermo dal primo all'ultimo minuto. "Il terzo uomo" gode di una particolarità: inizia a metà. Quando il volto di Harry Lime invade lo schermo è trascorsa un'ora dai titoli di testa, abbastanza da distrarre lo spettatore in attesa dell'apparizione di Orson Welles.

Stop. Rewind. All'indomani della seconda guerra mondiale, uno scrittore americano, Holly Martins, giunge in una Vienna occupata dalle forze di liberazione per incontrare l'amico Harry Lime, che gli ha promesso un lavoro. Martins scopre che, pochi giorni prima, Lime è morto, investito da una vettura che transitava sulla strada. Recatosi al funerale, Martins attira le attenzioni del maggiore Calloway della polizia britannica, deciso ad allontanare Martins da Vienna.

Martins resta, con l'occasione di intervenire presso un convegno. Incontra Kurtz, conoscente di Lime, e apprende che lui e un amico, Popescu, trascinarono il cadavere fuori strada, dopo l'incidente. Martins inizia a covare dei sospetti circa la dinamica dello stesso. La fidanzata di Lime, Anna Schmidt, attrice di cui Martins si innamora, lo accompagna all'appartamento di Lime per ascoltare la versione del portiere, testimone oculare, che giura di aver visto un terzo uomo, oltre a Popescu e Kurtz, sulla scena. Martins si reca dal Dr. Winker, amico di Lime, che conferma la testimonianza di Kurtz e nega quella del portiere, assassinato poco tempo dopo.

Il maggiore Calloway convoca Martins e gli racconta che Lime era a capo di un racket che rubava la penicillina dagli ospedali militari, la diluiva per aumentarne la durata e ne gestiva la diffusione attraverso il mercato nero. Martins torna da Anna, rivelatasi una profuga cecoslovacca reclamata dalle forze sovietiche, le confessa il suo amore e cerca di convincerla della colpevolezza di Lime. Il gatto di Anna si cala dalla finestra e si immette in strada. Accarezza le scarpe di un viandante; un fascio di luce, proveniente da una finestra, cade sul suo volto, rivelandone un'espressione sorniona che appartiene a Harry Lime, Orson Welles, il terzo uomo, fintosi morto.

Film inglese scritto e diretto da due talenti locali, rispettivamente Graham Greene e Carol Reed, prodotto da un ungherese, Alexander Korda, e un americano, David Selznick, "Il terzo uomo" rivendica la propria internazionalità anche a settant'anni dall'uscita nelle sale. È il conflitto che, spesso, genera il progresso di un'arte in continuo mutamento. Di produzione travagliata, come altri capolavori, la paternità del successo riscosso da "Il terzo uomo" fu contesa da diverse scuole cinematografiche, ognuna responsabile del proprio contributo attraverso la volontà di far emergere la propria idea. In particolare, l'amalgama si sviluppa su tre piani: produttivo, stilistico e narrativo, a cui fanno capo, rispettivamente, Korda, Reed e Greene.

Selznick, produttore di "Via col vento" e di cinque film di Hitchcock, a cui si rivolsero Reed e Korda per assicurarsi i contratti di Joseph Cotten e Alida Valli in cambio dei diritti americani della pellicola, si oppose alla presenza di Welles. Noto per interferire spesso con le decisioni del cast, espresse i suoi dubbi a Greene circa le motivazioni dei personaggi, ritenute deboli. In questo conflitto tra Selznick e Korda si legge un contrasto tra il cinema americano classico e il cinema europeo. Il rovesciamento del ruolo di Harry Lime, da amico a vittima, da vittima a carnefice, nemico pubblico di una città allo sbando, denota l'ambiguità di un cinema diretto verso la modernità.

"Il terzo uomo" non sarebbe stato lo stesso film senza Welles. L'apparizione di un personaggio creduto morto nella prima metà della pellicola ricalca il turning point di un classico del noir, "Vertigine" di Otto Preminger. Welles, esiliatosi in Europa, conferisce a Lime una dimensione del tutto originale rispetto ai paradigmi classici del noir, dai quali "Il terzo uomo" evade. Il film di Reed segue, piuttosto, la tendenza dei gangster movies crepuscolari di fine anni '40, su tutti "L'isola di corallo" di John Huston con Edward Robinson e "La furia umana" di Raoul Walsh con James Cagney, reinterpretazioni, in chiave melodrammatica, di situazioni in cui si iscrivono criminali al di sopra del bene e del male, invecchiati rispetto ai film di genere della Warner degli anni ‘30, che combattono le proprie battaglie da soli contro il mondo intero. La battuta più celebre di Harry Lime, « In Italy for 30 years under the Borgias they had warfare, terror, murder, and bloodshed, but they produced Michelangelo, Leonardo da Vinci and the Renaissance. In Switzerland they had brotherly love - they had 500 years of democracy and peace, and what did that produce? The cuckoo clock » fu partorita dallo stesso autore di "Quarto potere". Lime è l'incarnazione del male, ma rigetta i giudizi sulla sua cinica condotta. Emblematica la scena ambientata sulla ruota panoramica del Prater, dall'alto della quale chiede a Martins, indicando i passanti, formiche su rigagnoli d'asfalto: « Davvero ti dispiacerebbe se uno di quei puntini smettesse di muoversi? Se ti offrissi 20.000 sterline per ogni puntino che smette di muoversi mi diresti di tenermi i soldi? O calcoleresti quanti puntini potresti sacrificare? ». Tanti dittatori avrebbero ammirato queste parole.

La vera protagonista del film è la città di Vienna. Reed e il direttore della fotografia Robert Krasker sfruttarono tutte le suggestioni visive offerte dalla capitale austriaca, consci delle lezioni del neorealismo italiano e dell'espressionismo tedesco. Fu il primo film inglese girato completamente in esterni. Tra il 1948 e il 1949 altre due pellicole internazionali di taglio neorealista si affacciarono al grande pubblico, l'americano "La città nuda" di Jules Dassin e il giapponese "Cane randagio" di Akira Kurosawa. Il mondo del cinema si era accorto del talento di Rossellini, Visconti e altri artisti italiani. La fotografia de "Il terzo uomo" ricorda il realismo adottato per un documentario, unito a virtuosi chiaroscuri e ad angolazioni di ripresa oblique, dette "dutch angle", dove "dutch" non si traduce "olandese", bensì è un refuso di "deutsch", "tedesco", a rivendicare la paternità del movimento espressionista che ridefinì la scrittura cinematografica negli anni '20. La scena dell'inseguimento di Harry Lime per le vie di Vienna a metà del film è un sunto del manifesto stilistico di Reed e Krasker: ombre sproporzionate, simili a quelle apprezzate in "Nosferatu" di Murnau, che si stagliano sui palazzi, confondendo vista e sensi e alimentando un continuo sospetto. Il trucco risiede nella pratica di bagnare il ciottolato prima delle riprese, che consentiva di apprezzare un effetto luccicante sparso nella città simile a quello prodotto dalle luci di Natale.  

Reed scoprì Anton Karas, virtuoso compositore della colonna sonora, in una birreria di Vienna, durante una festa in onore del produttore austriaco Karl Hartl - cineasta nell'accezione che Louis Delluc attribuiva a tale termine, animatore del cinema nazionale. È grazie a "Il terzo uomo" che, negli anni '50, lo zither, uno strumento a corda, entrò a far parte della cultura di massa. Karas ottenne un successo planetario grazie al motivetto vivace che contribuisce a rendere indistinguibile l'ambiguità del film, ma rimase una personalità riservata, preferendo il calore dei piccoli locali sparsi nella sua città ai concerti in grande stile. La sua scoperta, lontana dall'essere stata frutto del caso, deriva dall'usanza tipica di Reed, anch'essa molto italiana, di scritturare attori o artisti non professionisti. Parallelamente all'opportunità offerta a Karas, molte scene in esterni riprendono comparse del luogo, ignare di essere presenti in un classico del cinema.

Ogni avvenimento descritto nella sinossi ruota intorno alla figura di Lime, argomento di ogni conversazione. Egli viene dapprima presentato come un personaggio positivo, in opposizione all'antipatia suscitata dall'autoritario Calloway, ma basta un'ora per invertire i loro ruoli. Martins, il personaggio più vicino al punto di vista dello spettatore, si perde in un limbo da cui non riesce a uscire. Persino la sua storia d'amore con Anna, tipica degli schemi del cinema classico, viene negata da Greene. La difficoltà di catalogare "Il terzo uomo" è funzionale al suo successo. Greene voleva un happy ending; Reed e Korda, dopo alcune discussioni, lo convinsero del contrario. Il risultato è uno dei finali più malinconici del cinema in bianco e nero. Martins non si rassegna al rifiuto di Anna, e l'attende. Lei prosegue per la sua strada. Lui continua ad aspettarla, come se lei fosse la sua Godot.

Greene definì "Il terzo uomo" una commedia thriller, ma si può leggere anche come un documentario sul dopoguerra o una tragedia romantica. Nessuna di queste interpretazioni si rivela sbagliata, ma sono fondate su ipotesi fragili. Vienna è la metafora di un mondo moralmente, socialmente e politicamente raso al suolo dalla guerra. "Il terzo uomo" è la risposta pessimista a "Casablanca". I due film condividono un protagonista americano emigrato in un paese straniero. Sia Bogart che Cotten sono innamorati di donne che, alla fine, gli sfuggiranno. Ma se Rick Blaine trova fiducia nel suo ultimo atto d'amore, a Holly Martins vengono offerte poche speranze. "Casablanca" esce nel 1942, tre anni prima dello sgancio dei due ordigni nucleari sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki, e riflette l'ottimismo americano in vista di una possibile vittoria della guerra. "Il terzo uomo" dista sette anni, in un mondo profondamente cambiato, e riflette il clima di sfiducia reciproco figlio della guerra fredda e dei sospetti instillati dal maccartismo, che danneggia anche il mondo del cinema.

Non è affatto un caso che Martins scriva romanzi western. Il western, "genere americano per eccellenza" (Bazin), è un genere in cui il confine tra bene e male è ben delinato. "Il terzo uomo" è l'opposto, nessuno si può dire innocente o colpevole, al contrario dei capolavori, ad esempio, con John Wayne. È quindi una situazione di enorme crisi melodrammatica quella in cui Martins viene spinto, incapace di leggere le intenzioni dei personaggi con cui interagisce poiché profondamente diversi dalle sue aspettative. Il dualismo tra Martins e Calloway è politico: Martins rappresenta l'America del dopoguerra, Calloway l'Europa.  

Il rovesciamento del ruolo di Martins è il più sottile. La parte finale del film, l'inseguimento di Lime nelle fogne, è leggendario. Lime sembra un topo in trappola, quando si infila nei fetidi cunicoli sotterranei sa già di aver perso, è mosso dal mero istinto di sopravvivenza. Holly gli punta contro la bocca di una pistola, Calloway è lontano. È il tipico duello western, in cui il buono sentenzia il cattivo e la giustizia trionfa. Lo sparo di Martins, tuttavia, assume un significato opposto: in quel momento, egli non rappresenta la legge, ma l'amico, poiché colui che libera Lime dal proprio tormento. La maschera cade e si infrange al suolo, i frammenti si spargono. Rimane l'espressione attonita di Martins, in un finale decisamente tragico. Ne "Il terzo uomo" perdono tutti.

Un altro regista, con lo stesso materiale a disposizione, avrebbe girato un film politico con i personaggi sullo sfondo. "Il terzo uomo" si concentra, invece, sui propri interpreti. In un altro film inglese di Reed, "L'idolo infranto", un bambino, di buona famiglia, scopre che la persona che ammira di più, il suo maggiordomo, nasconde dei segreti che lo conducono alla rovina. Il cinema di Reed si basa, di fatto, sulla disillusione. In questo, è stato un regista con una dote rara, costretto dal suo stesso stile, riuscire ad estrapolare il meglio da ogni personaggio della vicenda, anche il più insignificante.

Una scena de "Il terzo uomo", in particolare, lo dimostra. Strada, esterno, notte. Calloway e i suoi uomini sono nascosti, attendendo che Lime, attratto nei paraggi da un inganno di Martins, venga allo scoperto. Un'ombra gigante si staglia su un palazzo. Calloway si prepara ad entrare in azione, ma si ferma subito: è solo un vecchietto che vende palloncini. Fa fatica a muoversi. Gli intimano di andarsene, ma lui insiste, e dice a una guardia "Baloon" - che non significa nemmeno "Pallone", in tedesco. La guardia, a quel punto, compra un pallone, e il vecchietto se ne torna da dov'è venuto. È in un personaggio come quello che si regge sulle spalle il peso de "Il terzo uomo". Non un attore, ma un passante a cui Reed aveva chiesto di interpretare quella piccola parte, senza recitare. "Il terzo uomo" è un film in cui la realtà interferisce con la narrativa, che ci appartiene.