CAST & CREDITS

cast:
Catherine Deneuve, Rod Paradot, Benoit Magimel, Sara Forestier, Diane Rouxel, Elizabeth Mazev, Anne Suarez, Christophe Meynet, Martin Loizillon

regia:
Emmanuelle Bercot

distribuzione:
Officine UBU

durata:
119'

produzione:
Les Films du Kiosque, France 2 Cinéma, Wild Bunch, Rhône-Alpes Cinéma, Pictanovo Nord-Pas-De-Calais

sceneggiatura:
Emmanuelle Bercot, Marcia Romano

fotografia:
Guillaume Schiffman

scenografie:
Eric Barboza

montaggio:
Julien Leloup

costumi:
Pascaline Chavanne

A testa alta | Recensione | Ondacinema

A testa alta

di Emmanuelle Bercot

drammatico, Francia (2015)

di Eugenio Radin

Voto: 7.0

Presentato in apertura all'ultima edizione del festival di Cannes, "A testa alta" racconta la storia di Malony, un ragazzino abbandonato dalla madre durante l'infanzia, che si ritrova a vivere una adolescenza sbandata tra assistenti sociali e centri di recupero e che porta dentro di sé la rabbia e il rancore di chi non riesce a darsi una chance, di chi si trova a lottare contro un mondo che sembra averlo destinato alla miserabilità.
Un film che suscita i sentimenti opposti dell'angoscia e della tenerezza, perché in fondo Malony non è che un ragazzino, a cui nessuno ha potuto trasmettere una coscienza civile, ma la cui moralità interiore emerge pian piano nel corso della storia.

Emmanuelle Bercot, anche stavolta dietro alla macchina da presa, comunica con lo spettatore proponendo immagini realistiche attraverso l'utilizzo di abili trucchi stilistici: l'uso della macchina a mano e dei piani-sequenza, il totale rifiuto di scene madri e di lirismi melodrammatici, la ricerca, più che della perfezione estetica e della commozione patetica, di dialoghi semplici e di una recitazione mai sovraccarica di sforzi mimetici.

Le performance attoriali sono infatti indirizzate verso una naturalezza quasi documentaristica e verso una gestualità e una vocalità che assumono le caratteristiche della verosimiglianza. Da una sobria Catherine Deneuve a un versatile Benoît Magimel, lasciando un po' più di spazio a Rod Paradot, per la prima volta sul grande schermo (ma credo proprio se ne sentirà parlare ancora), che interpreta il protagonista e che è la vera sorpresa di questa pellicola: a lui è consentito di accentuare maggiormente la recitazione e riesce perfettamente a comunicare uno stato di tensione interiore attraverso gli sguardi, i piccoli gesti, il tremore delle mani e dei nervi.

Il realismo dell'opera, oltre a conferirle un marchio di francesità, inserendola in quella corrente di ricerca dello "splendore del vero" che parte con le teorizzazioni di André Bazin e con i lavori dei "giovani turchi" della Nouvelle Vague (Emmanuelle Bercot ha volutamente omaggiato "I 400 colpi" di Truffaut alla presentazione del film), funge anche da appoggio a una seriosità di impegno sociale con cui la pellicola vuole fare i conti e che necessariamente deve mostrare i fatti come stanno.
La regista parigina mette dunque sullo schermo temi dell'attualità francese ed europea: il sentimento di estraneità di alcuni individui, rilegati ai margini della società, il bisogno di comprensione verso l'altro e verso i suoi problemi, la redenzione.

Malony lotta coi suoi demoni per riuscire a diventare un uomo: in lui non c'è cattiveria se non quella causata da una profonda lotta intestina: quella del ragazzo abbandonato dalla madre in giovane età, che cerca di vendicare la propria indipendenza; quella di chi ha bisogno di sentirsi all'altezza e che cerca di nascondere la propria debolezza commettendo bravate; quella di chi da un lato vorrebbe impegnarsi per mettersi in gioco e dall'altro viene continuamente torturato dalle sofferenze dell'adolescenza.
Questa lotta si espande in una storia difficile, piena di ricadute e di sbagli, che ci insegna a non gettare la spunga e a non fidarci di chi ci propone souzioni semplici a problemi complessi.
Purtroppo però il film richiama un po' troppo alla memoria l'ancor troppo recente "Mommy", capolavoro del canadese Xavier Dolan, che in un'eventuale competizione gli sottrarrebbe senza difficoltà la coppa.

Si cade inoltre, a volte, in un buonismo semplicizzante che caratterizza un po' tutti i personaggi, oltremodo comprensivi e materni nei confronti del protagonista. Non c'è un antagonista se non la scissione interna a Malony stesso, il quale per altro è già ben indirizzato verso la via della redenzione.

Tutto sommato (pur senza spiccare) il film riesce nel suo intento di comunicare qualcosa allo spettatore e ha se non altro il merito di lanciare, oltre al giovane Rod Paradot, anche la bella Diane Rouxel, che interpreta Tess, la figlia di un'assistente sociale che grazie al suo amore contribuirà a salvare Malony dalla cattiva strada.

È infine (come la stessa Bercot ha dichiarato) un grande omaggio al sistema giudiziario minorile francese, impersonato qui da una delle madri del cinema d'oltr'Alpe, il quale spesso diventa per molti ragazzi un tutore rigido ma comprensivo e il cui grande impegno sociale è conosciuto ancora troppo poco.