CAST & CREDITS

cast:
Douglas Smith, Lucien Laviscount, Cressida Bonas, Carrie-Anne Moss, Faye Dunaway

regia:
Stacy Title

distribuzione:
Koch Media/Midnight Factory

durata:
96'

produzione:
Simon Horsman, Trevor Macy, Jeffrey Soros

sceneggiatura:
Jonathan Penner

fotografia:
James Kniest

scenografie:
Jim Warren

montaggio:
Ken Blackwell

costumi:
Leah Butler

musiche:
The Newton Brothers

The Bye Bye Man | Recensione | Ondacinema

The Bye Bye Man

di Stacy Title

horror, Usa (2017)

di Matteo Pennacchia

Voto: 4.0

Nuovo arrivo nell'assortimento della Midnight Factory, costola orrorifica di Koch Media: il Bye Bye Man, variante numero mille di Uomo Nero post-Krueger, matricola di una banda che va da Candyman a Bughuul. Si parte in medias res, tra farneticazioni psicotiche e fucilate che tuonano in un quartiere di villette a schiera nel Wisconsin del 1969; si arriva ai giorni nostri, dentro le mura dell'istituzionale casa maledetta, con tanto di scantinato lugubre, porte che sbattono da sole e rumori notturni che esortano a uscire sul portico a scrutare il buio. Per i tre universitari che vi si sono appena trasferiti, la coppia Elliot e Sasha e il loro migliore amico John, l'incubo inizia con il ritrovamento di un vecchio comodino, nel cassetto del quale sono incise scritte inquietanti; e quando Kim, amica dark di Sasha e sedicente sensitiva, coinvolge tutti in una seduta spiritica per vincere lo scetticismo generale, diventa chiaro: qualcuno o qualcosa di mortale sta arrivando e l'unica maniera per salvarsi è non pronunciare il suo nome.

Con buona pace dei filosofi del linguaggio, "The Bye Bye Man" tenta di introdurre in un film grammaticalmente e lessicalmente elementare il tema della relazione tra parole e realtà, sottostimando le sue implicazioni e riducendolo a grezzo attributo. La parola proibita, il nome del boogeyman di turno, motore della sua evocazione, è un virus il cui contagio va fermato uccidendo chiunque la conosca e abbia facoltà di dirla o pensarla, per evitare esondazioni dalla semantica alla fisica. Il linguaggio-virus, già nucleo di "Pontypool" con esiti molto più felici, è l'assillo dei protagonisti, a caccia di notizie utili sulle origini del male che li perseguita; il Bye Bye Man procura loro allucinazioni per spingerli a compiere nefandezze e si alimenta con la loro paura. La gelosia serpeggia nel triangolo Elliot-Sasha-John, incapace di distinguere verità e fantasia, sempre più ostili l'uno verso l'altro, e tra jump scare e morti in apparenza accidentali, cammei eccellenti e indizi risolutivi, per cercare vie d'uscita è necessario tornare al 1969 in casa di Faye Dunaway e del suo schizzato marito, cronista bruciatosi le dita con una leggenda metropolitana.

Le t-shirt musicali di Elliot (Dead Kennedys, Joy Division, Violent Femmes) testimoniano l'ovvio, cioè lo sguardo volto agli anni Ottanta, ma "The Bye Bye Man" è parto di doppio, triplo riciclaggio da horror più recenti, e stagna in prove d'attore mediamente pessime e nell'inspiegabile vocazione a castrare le proprie potenzialità: non si capisce se avere un sospiro di sollievo o un moto di rimpianto, comunque sia il gingillato contagio linguistico non ha sbocco, così come altri accenni a possibili piste narrative non fresche ma almeno funzionali ai canonici novanta minuti di intrattenimento. Non è in questione l'originalità, che non è mai né requisito né parametro, soprattutto nel cinema dell'orrore; d'altronde neanche James Wan lavora con materie di prima mano, e poi bisogna fare gli onesti e salvare il salvabile, che è risicato ma c'è: il Bye Bye Man è nominato parecchio ma sbuca di rado ed è cosa giusta, sebbene quando sbuchi sia esibito fin troppo in dettaglio, e in ogni caso dietro il lattice suda lo specialista Doug Jones; nel finale le menti dei protagonisti deviate dalle allucinazioni scatenano sullo schermo un cortocircuito di soggettività che, sul piano visivo, un po' lenisce la demoralizzante idiozia della soluzione trovata per arginare il mostro; suona in sottofondo una traccia che parla di potenza e impotenza sessuale (inascoltata, al pari di qualunque altra traccia) ma dato che i presupposti non erano quelli di un film basato sulle morti in serie, per fortuna i protagonisti non sono un gruppo di teenager che confonde neuroni con ormoni. Ciò non toglie che i sospetti indotti in Elliot sulla presunta tresca fra fidanzata e amico del cuore tengano inutilmente gran parte della storia, e con maggior finezza in fase di sceneggiatura avrebbero giocato altri ruoli invece di fare da vettore per l'inesorabile epilogo, destino umiliante di ogni spunto virtualmente degno presente in pellicola.

Fra babau, omnibus eterogenei e inviti a cena che sarebbe meglio rifiutare, la salute dell'horror contemporaneo non è affatto cattiva e questo sfavorisce i prodotti più anodini, abbiano o non abbiano pretese. "The Bye Bye Man" fondamentalmente non ne ha, gli va riconosciuto (le sue allusioni filosofiche non sono pretese: sono autolesionismo), però nemmeno possiede molti validi motivi di interesse, e dimentica lungo la strada quei pochi che sarebbe in grado di offrire.