CAST & CREDITS

cast:
Yolande Moreau, Stacy Martin, Robert Pattinson, Liam Cunningham, Bérénice Bejo, Tom Sweet

regia:
Brady Corbet

distribuzione:
Fil Rouge Media

durata:
113'

produzione:
Bow and Arrow Entertainment, Bron Capital Partners, FilmTeam

sceneggiatura:
Brady Corbet, Mona Fastvold

fotografia:
Lol Crawley

scenografie:
Panni Lutter, Jean-Vincent Puzos

montaggio:
Dávid Jancsó

costumi:
Andrea Flesch

musiche:
Scott Walker

The Childhood of a Leader- L'infanzia di un capo | Recensione | Ondacinema

The Childhood of a Leader- L'infanzia di un capo

di Brady Corbet

drammatico, Gran Bretagna/Francia/Ungheria (2015)

di Diego Capuano

Voto: 6.5

Prima di una catastrofe, prima dell'avvento di un grande e piccolo male c'è sempre un seme dal quale pensieri, azioni, compimenti del Male prendono forma. E ciò accade in "L'infanzia di un capo", opera prima dell'attore statunitense Brady Corbet.
Al contempo l'azionarsi individuale di quella che fu l'infanzia del capo è scandita talvolta da sottili ma insinuanti episodi di vita quotidiana, intervallati qua e là da capricci, formazione e rotture che si alternano ai temi della Storia che resta claustrofobicamente fuori scena per gran parte della durata del film.
Nella storia e nella vita di Prescott la Storia è in verità già co-protagonista nelle mura domestiche, dove il padre veste il ruolo di diplomatico americano, consigliere del Presidente Wilson in terra francese.
Ma è qui che si rigenerano i flussi verso l'insanabile tragedia, l'inestricabile faccia del male che nel film guarda un intero secolo. Il patto di Versailles, trattato cardine tra quelli che posero fine ai conflitti della Prima Guerra Mondiale, è dunque lo spegnimento di un conflitto ma, come l'eterna lotta terrena suggerisce, anche una trasversale inaugurazione di un periodo storico che tanto ha distrutto  e spazzato via.

Il titolo è quello di un racconto di Jean-Paul Sartre del 1939, ma il regista dichiara che l'unica fonte letteraria davvero decisiva ai fini dell'opera è "Parigi 1919" di Margaret McMillan, cronaca degli eventi che portano alla firma del Trattato di Versailles a giugno 1919.
Corbet si pone appena fuori Parigi e comprimendo lì l'azione adotta uno sguardo rigoroso che si distacca dalla convenzionalità proprio quando sembra assumere un rigido controllo tutt'altro che indenne dalla lezione impartita dall'austriaco Haneke, che l'ha diretto nel remake in lingua inglese di "Funny Games". È però in modo incontestabile "Il nastro bianco" il film che, quantomeno tematicamente, più di ogni altro risulta farsi modello principe per il suo debutto dietro la macchina da presa.

"L'infanzia di un capo" non vuole comunque limitarsi ad una mera rappresentazione della banalità del quotidiano che inesorabilmente sfocia verso lo spettro di un indicibile malessere. In prima battuta la pellicola non lascia nulla al caso nella messa in scena di un'epoca - data di inizio della vicenda: 1919 - incatastata in scenografie, abiti e atmosfere che sembrano farne una liturgica rappresentazione socio-psichica con una piana componente ritmica che nel suo lento fluire sembra voler non escludere un impianto para-documentaristico. Ma è proprio lì che il film vira verso l'allegoria, dilata i tempi, oscura quasi del tutto ciò che sembrano "semplici" zone d'ombra, inquadra sguardi, movimenti e umori del bambino facendoli scendere in un abisso indecifrabile che, sempre in bilico tra tesi sogni ed immaginazioni semi-orrorifiche, tracciano il romanzo di formazione del futuro Leader immaginario ma di certo poco conciliante con quella premeditata pace che il mondo voleva (?) prefiggersi.
Fin dalla tenera età il bambino protagonista mostra i primi segni di turbamento, squilibrio, anomalie: sono dunque schegge che si riversano nella quotidianità dell'ottusità di questa politica estera non abbastanza prudente? O più semplicemente una rigidezza materna che poco di ciò che si direbbe affettuosamente materno libera? Le repressioni sessuali, quasi taciute e proprio per questo debordanti, nonché l'inflessibilità di una religione onnipresente nelle sue "leggi" alle quali il piccolo si ribella sono importanti componenti di una quotidianità che il protagonista rifiuta secondo flussi congeniti o comunque già assorbiti. E pronti ad essere rigettati in un domani peggiore.

Accompagnato dalle musiche di Scott Walker, geniale e oscura (per l'appunto) figura musicale nella storia della musica degli ultimi decenni, il film resta parzialmente bloccato in una stasi non priva di compiacimenti. Calcoli eseguiti alla lettera anche se ragguardevolmente esposti. Una dispersione nel proprio stesso ritmo, ma anche uno sguardo che vuole andare al di là delle trappole dello schematismo, ponendo più di una domanda e fornendoci soltanto poche risposte. Lo stato di inquietudine diviene così permanente.