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recensione di Pietro S. Calò
Una mappa

Una donna non più giovane vaga per casa, entra in bagno, si apre le vene e muore. Così può finalmente godere le gioie del sesso che si era sempre precluse, in quaranta minuti di cinema porno sostenuto e senza respiro nel mentre chi guarda non si pone la domanda più ovvia: è, quella, una donna, uno spirito, un cadavere o, addirittura, un’attrice?
Siamo nel 1973 e Gerard Damiano dà un deciso colpo d’acceleratore a una nuova tendenza che il suo “Gola profonda” (Deep Throat, 1972) aveva messo in evidenza appena qualche mese prima. La pornografia è nata insieme al cinema, è noto. Episodi quali “Le Bain” (1896) avevano chiaramente testimoniato che solo la legge morale e il corrispondente articolo di codice penale facevano da tappo a una nudità che sappiamo esserci stata ma che non vediamo; e poi non vediamo il giovane nella stanza accanto, anzi non vediamo più niente, l’episodio finisce così, il cinema narrativo non è ancora nato. Ma si può già immaginare.
Nello stesso periodo, Man Ray si era divertito con un lesbo-porno particolarmente ricercato, in cui due corpi lucidi, morbidi e curvilinei come i quadri del suo amico Matisse si contendono un dildo di marmo bianco di sicura resa cinematografica data la sua consistenza e lucentezza ("Two Women", 1930 ca). Il breve filmato (5’) è stato a lungo una chicca dei migliori bordelli parigini che lo proiettavano a ciclo continuo nei loro salotti per la soddisfazione e la prima eccitazione dei clienti. Fu probabilmente questo nobile precedente che fece sviluppare il porno (che tra i mille toponimi ha anche quello di French Film) nella forma codificata dell’anello (loop) in cui una breve ed esplicita scena è proiettata a oltranza e senza soluzione di continuità. Molti anni dopo, sulle ceneri di una rivoluzione culturale ormai archiviata, il sesso si ritaglia un piccolo mercato, clandestino ma tollerato, costituito da una pletora di filmetti di (pseudo)matrice documentaria-scientifica. Si tratta di quella produzione nordeuropea in cui le sognate-disinibite fanciulle scandinave mostrano corpo e sue possibilità con intenti puramente didattici.
Si dovrà però attendere che al porno arrivassero i latini, che del sesso hanno una visione meno meccanica e più orientata al peccato, alla lussuria, al senso di colpa, alla perdita di sé, per farne un fenomeno di portata mondiale. In ispecial modo quando le loro idee incontrarono il capitale protestante, disposto a chiudere un occhio giacché a muovere fisicamente il danaro per questo genere di produzioni fu una struttura latina anch’essa, la Cosa Nostra che fiutò l’affare e vi si arricchì. La famiglia Peraino aveva messo sul tavolo 23mila dollari per "Deep Throat", un pornazzo che si sviluppava tra New York e Miami (la gita era parte dei cachet) e che, contati male, ha fruttato cento milioni di dollari al botteghino e mezzo milione di videocassette vendute nei soli Stati Uniti. Non basta: il film ha scatenato vip, attori, intellettuali, prima entusiasti e poi indignati quando la Magistratura americana scese in campo per bloccare fenomeno e vendite. Lo stesso Presidente, Richard Nixon, se ne fa procurare una copia tramite il suo vice, Spiro Agnew, e se lo fa proiettare nella Casa Bianca. Solo qualche mese dopo, Nixon è travolto dal Watergate e dall’informatore "gola profonda" che lo ha venduto ai giornalisti Woodward e Bernstein.


Gerard Damiano

Coevo di questa divertente porno-patafisica, il protegé dei Peraino, Gerard Damiano, mette in campo una sua produzione, decisamente più ambiziosa. Damiano conosce bene l’universo femminile: è un parrucchiere del Queens, ne ha sentite tante dalle signore disinibite di quel quartiere sanguigno che chiacchierano per ore sotto il casco asciugacapelli. Il porno, ha pensato Damiano, è solo un genere come un altro e una storia porno funziona esattamente come una qualsiasi storia per immagini: un soggetto, un intreccio, un registro, attori, cinepresa, musica, titoli di testa, di coda, catering finale (nel nostro film, fu Georgina Spelvin in persona a cucinare per tutti). E allora utilizza il più nobile dei generi narrativi: se "Gola profonda" è una commedia, "The Devil in Miss Jones" sarà una tragedia.
È solo indeciso se realizzarlo completamente porno o affidarsi a tagli e ellissi per tenerlo nei confini della legalità dell’erotismo. È molto probabile che il parere spassionato dei Peraino sia stato un argomento convincente per il mite regista italo-americano. Che comunque lo gira a modo suo.


"Throat is a joke, Miss Jones is a film" (Gerard Damiano)

New York interno/esterno giorno. Al riparo di un’ampia finestra, miss Jones (Georgina Spelvin) guarda le strade bagnate della Grande Mela, percorse da rare macchine e taxi gialli. Non giovane e segnata da qualche pensiero, la donna si muove in vestaglia, si specchia insoddisfatta nella sua faccia stanca, nel corpo non proprio elastico e nel portamento non proprio eretto. Le note dolorose di un pianoforte accompagnano l’intera sequenza che si carica d’angoscia nel mentre la donna continua a vagare di stanza in stanza, disadorne, dai muri bianchi e opprimenti. La cinepresa è fissa, frontale e concentrata su Miss Jones che non apre mai la bocca. È il montaggio a dare vita alle inquadrature statiche, anticipando sempre il movimento inquieto che lentamente la fa arrivare nel bagno. Riempita la vasca, recupera un rasoio (da uomo) nelle trippe di uno specchio che raddoppia nuovamente l’immagine e l’inquietudine di questa donna di cui non sappiamo nulla, di lei e di quello che andrà a fare. L’intro suonata scivola nel celebre brano "I’m Comin’Home" di Alden Shuman arricchito dalla voce triste di Linda November durante il quale, dopo un’indugiata carrellata sul corpo nudo della donna, questa si taglia i polsi e, gocciolante di vapore e di sudore, sviene e poi muore. Il rosso del sangue invade lentamente la vasca all’altezza del pube fino a oscurarlo. In effetti, Miss Jones muore vergine.
Questi dieci minuti interamente no-sex (diventeranno diciotto e faranno 1/3 dell’intero film) sono l’incipit di quello che è universalmente noto come il miglior porno della storia del cinema. È il momento giusto per ricordare che tagli, adattamenti e doppiaggi di tali film sono da sempre liberi e creativi; dopotutto, si credeva, in ben altro risiede la sostanza della storia. In Italia fu chiamato allo "sporco lavoro" Giorgio Piferi che fu decisivo nella ricostruzione di "Gola profonda" (variamente tagliuzzato nelle scene no-sex) e fantasiosamente doppiato in più parti. Per "The Devil in Miss Jones", la distribuzione impose alla prima sequenza un monologo interiore di Justine Jones che spiega pedissequa ciò che le immagini pian piano ci svelano; peccato perché oltre a essere ridondante cancella soprattutto la tensione e il climax del suicidio ben supportato dal testo musicale originale. Peggio ancora, quello che è un atto riprovevole ma deciso diventa un piagnucolare e una recriminazione sulla vita infame. Recriminare, dopotutto, è un difetto tipicamente latino.
Così il cattolicissimo Damiano, per azione della cattolicissima Justine, ha messo in scena l’atto imperdonabile per eccellenza e, nonostante una vita senza infamia (ma anche senza lode) è destinata all’Inferno. Il pietoso Abaca (John Clemens) le concede una proroga, un breve tempo nel quale Justine Jones potrà tenere fede al suo nome (il riferimento alla Justine sadiana è persino telefonato). E lei, dice ispirata, si dedicherà al piacere sfrenato (Lust).


Lust for Life

Ammaestrata e liberata dalla "nebbia" orale, vaginale e rettale da un ispirato Teacher (Harry Reems), Justine dà sfogo al suo desiderio represso in sette sequenze entro cui si dispiega l’intero immaginario porno di quel tempo, prima in un rapporto saffico con Clair Lumiere (Judith Hamilton, sua compagna anche nella vita), poi da sola, con cose, animali, gente. Quando finisce il sorvolo su tutto ciò che in vita si era negato, Justine è irriconoscibile: sicura di sé, elegante, eretta, distesa, disinvolta anche nel tenere la sigaretta laddove durante il primo appuntamento con Abaca l’aveva fatta tossire e spegnere nel posacenere. E infatti si ritorna all’antro di Minosse, dal pietoso Abaca che le chiede:
- Are you ready?
- Can I… stay? – chiede a sua volta Justine, speranzosa.
- No. It’s time.
Il tocco di mano di Abaca è il preludio alla discesa in un sotterraneo umido, spoglio, arredato di un solo pancaccio ai cui piedi un uomo di mezza età (Al Gork, cioè Gerard Damiano) inizia uno sproloquio che auto-denuncia l’insanità mentale. Justine, in quell’uomo non proprio attraente e così strano, vede solo uno strumento vivente per la sua eccitazione che, se possibile, si è pure moltiplicata. Prima gli chiede, poi lo supplica di entrarle dentro, a parole, a gesti, facendoglielo vedere. Invano. Un elegantissimo contrappasso le affibbia così la peggiore delle punizioni. Damiano continua a sproloquiare, impaurito poi anche infastidito. Partono i titoli di coda. Miss Jones è un investimento importante. Costò circa 50mila dollari, più del doppio di "Gola profonda".
Georgina Spelvin è al suo esordio, ha 36 anni e per gli standard dell’epoca è praticamente vecchia (i sottogeneri milf, granny eccetera arrivarono molto dopo). Non particolarmente bella, è stata pescata a Broadway dove si guadagnava il pane con ruoli di seconda e terza linea in produzioni anche importanti. Come Linda Lovelace, entra di diritto nella storia del cinema non per l’avvenenza (come la più parte delle attrici mainstream) ma per una certa aura tragica che le accompagna in pose e azioni “sconvenienti”. Donne sfiorite, toccate duro dalla vita e che probabilmente poco fanno ingelosire mogli e fidanzate di un pubblico erotomane. A voler distinguere, Georgina dimostra una capacità attoriale decisamente notevole per gli standard e non solo rispetto a Linda che, raccontano tutti i presenti, aveva grosse difficoltà a dire quelle due linee di battute che erano la sua parte. Georgina, sarà stata la formazione teatrale, tiene sulle spalle non solo l’inquietudine della famigerata prima sequenza, ma anche il cambio di registro tra la donna rancorosa e inibita e quella "liberata" talché Damiano, al di là del paradosso infernale, avrà voluto con questo film lanciare un messaggio neanche tanto occulto.
Un messaggio, ricordiamo, carpito tra una messa in piega e un’altra.


The Golden Age of Porn

E così, questa in breve è la breve stagione detta The Golden Age of Porno.
Ai due film già citati bisognerà solo aggiungere l’avventura lisergica di "Behind the Green Door" in cui una questa volta bellissima attrice, Marilyn Chambers, deve affrontare una situazione iniziatica che farebbe di molto storcere il naso al politically correct dei nostri tempi. Marilyn Chambers fu più tardi protagonista di un celebre horror di David Cronenberg (Rabid, 1977).
"Gola profonda" e "The Devil in Miss Jones" sono così vicini tra loro che in molti li considerano un corpus unico. Harry Reems è uno dei trait d’union. Se in "Gola profonda" è una parodia degli psicoanalisti (dottor Young, allievo del dottor Freudus) qui è The Teacher, l’iniziatore di una donna cruda in cose di sesso. Molto amato dagli amanti del porno, Reems ha quelle caratteristiche psico-fisiche che favoriscono l’immedesimazione di chiunque; al contrario del “modello stallone” (John Holmes, più tardi Rocco Siffredi), poco credibili nei ruoli di "insegnanti", il baffuto Reems conquista la simpatia e la fiducia in un colpo solo. E poi, naturalmente, c’è lui, Gerard Damiano, l’uomo che nel porno ha creduto ciecamente. Paul Thomas Anderson gli ha reso omaggio nel suo film-revival "Boogie Nigths" (1997) facendolo impersonare da un sex-symbol dei suoi anni, Burt Reynolds. Il ritratto, suo e di quell’epoca interessante, corrisponde abbastanza fedelmente a quello che di Damiano (morto nel 2008 all’età di 80 anni) sappiamo e conosciamo, escluso naturalmente il suo rapporto con la "committenza" che comunque, nelle vesti della Arrows Film ha avuto il grande merito di reinvestire una parte dei proventi di "Gola profonda" nella produzione di un cult quale "The Texas Chainsaw Massacre" (Tobe Hooper, 1974). Soffermandoci ancora per un istante sulla vil pecunia è bene ricordare che se “Gola profonda” è il porno per eccellenza, “Miss Jones”, al botteghino 1973, realizza il decimo posto come incassi con ben 15 milioni di dollari ("Paper Moon" e "007: vivi e lascia morire" ne sono il podio).
La filmografia di Gerard Damiano è sterminata e ha diretto in 25 anni di lavoro ininterrotto le migliori star del genere: oltre i citati Reems, Lovelace e Spelvin vanno ricordati Jamie Gillis, Richard Bolla, Annie Sprinkle, Vanessa del Rio, Zebedy Colt, Terry Hall, fino alle "nostre" Moana, Jessica Rizzo e Milly D’Abbraccio che, dopo l’esperienza sul set di "Proposta oscena" (1994), intona il requiem per un regista che non ha più nulla da dare a un cinema che si è tramutato in una vera e propria palestra di corpi light e performance aberranti: "Volli farmi riprendere in una scena di defecazione passiva […] e Gerard si incazzò. Era vecchio, un po’ all’antica" – ricorda in un’intervista di qualche anno dopo. Il sesso, per Damiano, era un "fatto" della vita umana cui si era da sempre impegnata a mostrare onestà e dignità; ci sono sempre vicende umane che lo racchiudono, può essere un mestiere ma mai un passatempo, una sfida, un’esibizione su set sempre più simili a sale operatorie, in visione pan-opticon, scevre di qualsiasi attrito come un algoritmo impossibilitato alla minima sbavatura.
Nonostante il proliferare dei sotto-generi attuali, la tendenza predominante sembra chiaramente questa e, per verificarla, non è necessario guardare un porno di oggi, basta guardarsi in giro.


Sequenze esemplari

Il corpo centrale di "The Devil in Miss Jones" è una full-immersion nel sesso visto da una donna che muore vergine e ne serba il rammarico. Il primo incontro, quello col Teacher, Reems, è girato con cinepresa fissa e il punto di vista oggettivo del voyeur fissato su Georgina che passa, naturalmente, dalla paura al dolore, fino al piacere. L’inquadratura, incorniciata da un elegante letto in ferro battuto su cui si stende una coperta ricamata a motivo floreali, dispone in contemporanea due piani di lettura: il volto della donna e l’atto vero e proprio che in prima battuta è una fellatio. Georgina monologa con la mentula di Reems che si presenta in maniera aberrante rispetto agli standard moderni: essa è moscia. Saranno il tempo, il lavoro, la passione di Justine a inturgidirla; essa è inoltre “disturbata” da una peluria folta, scura e che occupa tutta la superficie del corpo di Reems, l’esatto contrario dei corpi depilati e lucenti in uso oggi. Nondimeno, e evidentemente, è più reale. Il rito di iniziazione prosegue poi con la deflorazione vera e propria ("It Hurts?" – chiede spaventata lei, "Yes", risponde pragmatico lui) e si conclude analmente. Dalla lunga sequenza è assente il cosiddetto "money shot", l’eiaculazione maschile così chiamata perché è il metro di valutazione dell’attore porno. Dopo un così duro training, Justine ritorna in quella vasca da bagno dove si era data la morte; anche questa volta da sola ma in luogo del rasoio spunta un tubicino di gomma (quelli in uso per le irrigazioni) che utilizza come titillo. La musica, la fotografia, l’espressione del volto, la morbidezza delle forme smielate dal piacere, la luce… tutti i segni sono invertiti rispetto alla sequenza iniziale e, alla fine, anche questa volta Justine chiude gli occhi, ma per il piacere. A seguire, Damiano salda il debito con Reems e la fellatio inquadra il money-shot prima negato; i primi piani questa volta indugiano sul viso gaudente dell’uomo. Ancora pausa, questa volta Justine è da sola sul letto ricamato e usato a mo’ di triclinio su cui sperimentare fatture e possibilità di acini d’una, dell’iconica mela, cui prima dà un reminiscente morso, e infine di una classicissima banana. Dal regno vegetale a quello animale il passo è breve: il sub-genere animal si svolge con un innocuo serpentello che le scorre viscido su tutto il corpo fino a "essere ingoiato". Ricordiamo che Damiano aveva già girato un loop con la Lovelace di matrice animal: "Linda and his Dog" in cui è questione, molto complicata, tra la donna e un imbarazzato pastore tedesco. Chiudono il cerchio due threesome complementari, due donne e un uomo, una donna e due uomini che in quel momento rappresentano l’apice della trasgressione. Quello con gli attori Levi Richards e Marc Stevens fanno della doppia penetrazione un fatto quasi comico e molto omosessuale: i due danno l’impressione di scopare tra di loro mentre il corpo di Justine, in mezzo, sembra quasi un intralcio.
Avendo esperito tutte le possibilità del sesso, non sarebbe scorretto immaginare che il tempo concesso a Justine, fosse capitato ai giorni nostri, sarebbe stato maggiore, date le enormità di sotto-generi e performance che avrebbe potuto mettere in atto; invece, nel 1973, il catalogo è questo. La festa è finita, si ritorna da Abaca, l’uomo-diavolo-astuccio completamente rinchiuso nel suo abito burocratico e coperto, fino al dolcevita del maglioncino: "It’s time".
Se un tocco sulla testa aveva fatto da lasciapassare al breve intermezzo di Justine, con un tocco sulla mano la donna va nella sua nuova casa, l’Inferno. La contrapposizione testa/mano sembra suggerire che la gioia è solo una questione da risolvere con se stessi, con le proprie inibizioni. E che, comunque, saremo sempre e solo giudicati per le azioni, la mano, che saremo stati in grado di compiere.
06/09/2017

Cast e credits

cast:
Gerard Damiano, Marc Stevens, Harry Reems, Georgina Spelvin


regia:
Gerard Damiano


distribuzione:
VCX Ltd - MB Productions


durata:
68'


sceneggiatura:
Gerard Damiano


fotografia:
Harry Flecks


montaggio:
Gerard Damiano


musiche:
Alden Shuman


Trama
Una donna non più giovane vaga per casa, entra in bagno, si apre le vene e muore. Così può finalmente godere le gioie del sesso che si era sempre precluse