Ondacinema

recensione di Matteo Zucchi
5.5/10

The Grudge

Guardando i primi minuti di “The Grudge”, sidequel e forse reboot della saga americana di remake, ci si chiede se, superato il 31 dicembre 2019, sia arrivato il momento di cominciare a pensare in maniera nostalgica anche agli anni 2000 (o anni Zero, che suona un po’ come il bell’album dei Nine Inch Nails) e quindi prepararsi a una nuova ondata di retromania. Per quanto il triennio 2004-2006 in cui è ambientato questo terzo film di Nicolas Pesce (classe 1990 d’altronde) rassomigli piuttosto gli anni 90 per via dell’enfasi su auto squadrate e audiocassette, ciò non toglie che alla luce del presente sia facile leggere gli anni in cui ci si rese conto che non era avvenuta alcuna “fine della Storia” come l’ultima propaggine di una realtà analogica, ancora romanticamente concreta. Se alcuni dei temi centrali del J-Horror, che la saga di “Ju-On” contribuì a esportare fuori dal Giappone, sono stati proprio l’influenza della riproduzione digitale e la relazione degli oggetti che (ri)produce col mondo esteriore, proponendo un’interessante interpretazione di riconfigurazione identitaria, si può intuire quanto quest’ennesimo “The Grudge” possa essere foriero di molteplici interpretazioni.

Non che questo renda la pellicola meritevole di chissà quale attenzione di per sé: molti dei timori che tutti, dai fan del franchise agli spregiatori dell’horror, potevano avere riguardo a questo episodio della serie sono ben motivati, come si evince fin dal prologo nipponico che non rinuncia all’accumulo di jump scare e alla trasformazione dei più prevedibili elementi del profilmico in agenti perturbanti, mentre l’introduzione della protagonista e del di lei figlio si adagia sui classici cliché traumatici che servono a introdurre la loro vulnerabilità (e predisposizione) all’orrore. I meriti di “The Grudge”, oltre a una regia divertitamente non sempre padrona di quanto mostra, alternando quindi estetismi non necessari e superflue digressioni (che in realtà non sono nessuna delle due cose), sono sottotraccia, forse neppure propriamente filmici, e hanno a che fare in primis con la sua natura di opera seriale, di ripetizione di una matrice, riflettendo ciò nella sua stessa struttura basata sulla ripetizione e giustapposizione dei singoli moduli narrativi.

In quest’epoca di virus e pandemia non va sottovalutato il tema della predisposizione individuale a essere vittima degli agenti del male e dell’infettività di questa condizione, che muovendosi da una persona all’altra facendo riferimento ai suoi traumi e debolezze riproduce la matrice umana del male, come facevano le audiocassette, videocassette e DVD al centro della produzione J-Horror (e corrispettivi internazionali). Se gli occhi mentono (e il film è pieno di allucinazioni, ben più dei predecessori) il supporto fisico no, conservando i segni del virus succitato. “The Grudge”, come già il capostipite “Ju-On” di Shimizu Takashi, evolve questa riflessione ben oltre quanto fatto dal più esplicito e controllato “Ringu” di Nakata Hideo, facendo dell’onryō Kayako un morbo che si diffonde per contatto, senza possibilità di protezione, pienamente internazionale, un virus molto più digitale (e cosa c’è di più virale?) di quello del proverbiale VHS di Sadako/Samara. Solo in questa accezione assume senso la conclusione della pellicola, frutto di un’interpretazione della maledizione non propria della matrice nipponica e di un’informazione fra le tante che la poliziotta protagonista raccoglie nella sua quête.

L’incendio della casa maledetta, atto purificatore tipico della tradizione dell’horror spiritico occidentale e difatti presente anche nel finale del film del 2004, non può nulla contro Kayako (che qui è molto poco presente, sostituita soprattutto dai vari esponenti della famiglia Landers, prima inter pares la ragazzina vomita-sangue), in quanto danneggiare il supporto fisico non ha effetti sul “virus digitale” che è la maledizione. È in questi piccoli dettagli che si dimostra la capacità di affrontare gli stereotipi del genere e confrontarli con l’oggetto narrato e quindi di rendere un horror convenzionale come “The Grudge” quanto meno dotato di personalità. Se ciò non basta a farne un buon prodotto, inconsistente com’è il suo affidarsi al più classico ambaradan di trucchi e spaventi, ne garantisce l’individualità all’interno di una saga che, in America e ancor più in Giappone, non ha mai brillato per acume o stile, fedele alla sua natura riproduttiva e virale e non di rado sconfinante nel ridicolo involontario (si pensi al crossover “Sadako vs. Kayako”).

Si citava in apertura il divertimento della regia, la quale abdica al compito di fornire una qualsiasi gravitas alla pellicola a partire dall’enumerazione dei topoi della saga fino all’insolito indugiare su elementi gore proprio durante i climax narrativi, per arrivare al finale che, con la velocità e la meccanicità dell’ultima frase di una creepypasta, rovescia completamente l’interpretazione degli ultimi minuti e, espandendosi ai titoli di coda, mette nella giusta prospettiva gli avvenimenti narrati finora. Il film di Pesce si adagia quindi sui cliché che pur contribuisce a mettere alla berlina, dimostrando che quindi non tutto è cambiato dagli apparentemente dorati anni Zero e che “The Grudge”, e l’horror mainstream in generale, persegue ancora la sua natura riproduttiva per diffondersi, ricordandoci ancora una volta che “repetition isn’t revolutionary”.


07/03/2020

Cast e credits

cast:
Andrea Riseborough, Demiàn Birich, John Cho, Betty Gilbin, Lin Shaye, Jacki Weaver, William Sadler


regia:
Nicolas Pesce


distribuzione:
Warner Bros.


durata:
94'


produzione:
Screen Gems, Stage 6 Films, Ghost House Pictures


sceneggiatura:
Nicolas Pesce


fotografia:
Zachary Galler


scenografie:
Ashley Toews


montaggio:
Gardner Gould, Ken Blackwell


costumi:
Patricia J. Henderson


musiche:
The Newton Brothers


Trama
Dopo aver assistito a fenomeni paranormali a Tokyo l'assistente Fiona Landers fugge dalla famiglia ma lo spettro vendicativo Kayako la insegue fino negli USA e la spinge a massacrare il marito e la figlia. La casa della famiglia diviene infestata a partire da questo evento, provocando una catena di morti violente che attirerà l'attenzione della detective Muldoon, da poco trasferitasi col figlio in seguito alla morte del marito.