Recensioni

The Nightingale

di Jennifer Kent

drammatico, western, Australia (2018)

CAST & CREDITS

cast:
Aisling Franciosi, Sam Claflin, Baykali Ganambarr, Damon Herriman, Harry Greenwood, Ewen Leslie

regia:
Jennifer Kent

durata:
136'

produzione:
Causeway Films, Made Up Stories, Jennifer Kent

sceneggiatura:
Jennifer Kent

fotografia:
Radek Ladczuk

scenografie:
Alex Holmes

costumi:
Margot Wilson

musiche:
Jed Kurzel

The Nightingale | Recensione | Ondacinema

The Nightingale

di Jennifer Kent

drammatico, western, Australia (2018)

di Giuseppe Gangi

Voto: 6.5
Opera seconda di Jennifer Kent, il cui nome era emerso dopo l'horror indipendente "The Babadook", "The Nightingale" è l'unico film di una regista in concorso alla 75° Mostra del cinema di Venezia, particolare di rilievo che ha provocato accuse di maschilismo nei confronti del direttore Alberto Barbera e dei selezionatori. Inoltre, ha fatto il giro delle testate italiane e internazionali, l'episodio spiacevole che ha visto protagonista un giovane accreditato, il quale durante i titoli di coda si è lanciato in insulti sessisti verso la Kent. Al di là del gesto in sé, indegno di un'anteprima stampa nella cornice di una mostra d'arte cinematografica, viene naturale rivelare come durante il film, a decine siano usciti a gambe levate, nemmeno si trovassero di fronte agli ostici film di Lav Diaz o all'intellettualismo di Sergei Loznitsa (presente a Venezia con "Process", che ha decimato i giornalisti presenti alla proiezione). La domanda sorge spontanea: è il film della Kent inguardabile? Chi scrive pensa che, al di là di imperfezioni di scrittura e squilibri di messa in scena, "The Nighitingale" abbia una sua forza ferina che, a tratti con sgradevolezza, colpisce là dove vuole colpire.
Ma andiamo con ordine.

1825, Terra di Van Diemen (oggi nota come Tasmania), Australia. La giovane Clare vive in un capanno con la sua neonata e il marito fabbro. L'incipit è asciutto, torna alla mente l'austerità di "The Witch" nel filmare la quotidianità faticosa dell'Ottocento:  una luce si accende nella spoglia dimora della coppia, Clare viene svegliata dal compagno e inizia un'altra giornata di lavoro. Alle difficoltà legate all'umile condizione si aggiunge la sua posizione sociale: Clare è infatti una ex detenuta irlandese deportata in Australia, all'epoca colonia penale, che svolge servizio presso il forte in cui alloggia il plotone comandato dal tenente Hawkins. L'intercessione di quest'ultimo ha permesso alla donna di scontare diversamente la propria condanna e di potersi sposare ma, nonostante il tempo della pena si sia esaurito, Hawkins non ha intenzione di affrancare la donna, che fa esibire di fronte ai viscidi soldati con canzoni della tradizione inglese (da qui il soprannome "usignolo"). La Kent impiega una manciata di minuti per rivelarci il sistema di abuso al cui giogo la donna è legata, concentrandosi su una scena in cui Hawkins, stanco delle lagnanze e delle ritrosie di Clare, la violenta. 

Clare che, sola con la sua bambina, si sveglia, Clare che lavora sgridata dalla governante da cui è chiamata "galeotta", Clare con la testa premuta su un tavolo e il volto piangente che viene stuprata: errato considerare "The Nightingale" un period drama, perché è esplicitamente un western coi contorni dell'incubo horror. Un film filtrato dal punto di vista femminile che ci costringe a guardare il vero volto di una società repressiva, maschilista e razzista, la quale fornirà sempre e comunque agli uomini di potere una soluzione per agire il male e perpetrare la violenza su chi è più debole; l'oculata scelta del formato 4:3 potenzia in questa direzione la sensazione di oppressione claustrofobica che caratterizza l'intero primo atto della vicenda. Si può disquisire sulla rappresentazione della violenza da parte della Kent che resta cruda e disturbante, non facendosi mancare quasi niente del ventaglio di angherie che può subire la protagonista e la sua famiglia. La messa in quadro curata, la regia che rifugge il virtuosismo sono un armamentario formale che si incrina soltanto nelle sequenze dove vi è più azione, scuotendo la classicità del découpage con tagli bruschi e movimenti di macchina rapidi a seguire la brutalità espressa dai personaggi. Mostrare l'orrore non è una cura per esso, ma "The Nightingale" ha propositi meno ambiziosi: difatti, dopo la scena più scioccante, la Kent poggia la storia di Clare sui consolidati binari del filone "rape & revenge"; aggregandovi una sottotrama più leggera, da buddy movie, nella creazione del rapporto umano tra lei e Billy, lo scout aborigeno, fondamentale nell'aiutarla a ritrovare l'ufficiale Hawkins.    

Nella seconda parte si svolge l'inseguimento ospitato dalla lussureggiante e pericolosa natura della Tasmania, nella quale Billy si muove senza difficoltà. L'uomo è un secondo outcast non per motivi di ceto o di genere, bensì per ragioni etniche: nero e aborigeno, nell'Australia colonizzata dall'impero britannico, non può che essere espropriato della propria nazione, diventando straniero nella terra dei suoi avi. È nella solidarietà tra emarginati che può ritrovarsi il senso e il barlume di un sentimento umano, umanità altrimenti dilaniata da soprusi e ingiustizie: solo un uomo, invitandolo al suo desco, mostra compassione per Billy, il quale, nell'accettare, sottolinea come quella sia casa sua. Un limite evidente della Kent può essere riscontrato nella scrittura caricata e didascalica: per i personaggi inglesi vi è un inspiegabile eccesso di sadismo, dall'altra, dalla parte delle vittime, di spiegazioni e motivazioni.  Anche se il controllo su questo progetto filmico non appaia, dal risultato, compiuto, rileviamo che sebbene la Kent non rifugga da alcune scorciatoie di genere abbia ben chiara la parabola da far assumere alla vendetta di Clare. Chi trova retrivo che una donna, per riscattarsi, usi gli stessi mezzi degli uomini, ha forse trascurato il dettaglio non insignificante dell'impotenza di Clare, che riesce a finire (sfogando tutta la sua rabbia) solo un soldato ferito, mentre la sua vendetta si sublima in altro.

Con "The Nightingale", Jennifer Kent sembra realizzare il suo personale "Walkabout" non più focalizzandosi sulla dialettica e la distanza tra le tradizioni aborigene e la civilizzazione occidentale (e, a cascata, tra wilderness e modernità), come faceva Nicolas Roeg nel suo bellissimo film, quanto, piuttosto, sul cammino di emancipazione da parte della donna e di riappropriazione della propria identità da parte di Billy che, più di una volta, ricorda che lui è Mangana, il merlo nero. Il merlo che riesce finalmente a propiziare i propri riti col canto, l'usignolo che in libertà può intonare le canzoni irlandesi: "The Nightingale" permette alle vittime di riappropriarsi della propria voce.