CAST & CREDITS

cast:
Matilda Luz, Alex Roe, Johnny Galecki, Aimee Teegarden, Vincent D’Onofrio, Bonnie Morgan

regia:
F. Javier Gutiérrez

distribuzione:
Universal Pictures

durata:
102'

produzione:
Paramount Pictures, Parkes/McDonald, Chris Bender/BenderSpink, Marci/Edelstein, Vertigo Entertainmen

sceneggiatura:
David Loucka, Jacob Aaron Estes, Akiva Goldsman

fotografia:
Sharon Meir

scenografie:
Kevin Kavanaugh

montaggio:
Jeremiah O'Driscoll, Steve Mirkovich

costumi:
Christopher peterson

musiche:
Matthew Margeson

The Ring 3 | Recensione | Ondacinema

The Ring 3

di F. Javier Gutiérrez

horror, Usa (2017)

di Matteo Zucchi

Voto: 4.5
- E ora è solo pattume obsoleto
- Preferisco vintage


Non ci si faccia ingannare dal doppio (in realtà triplo) inizio di "Rings". Difatti l'esordio in lingua anglosassone dello spagnolo (un altro) Gutiérrez non viene adeguatamente presentato né dall'introduzione à la disaster movie che funge da pretesto per le vicende della pellicola, né dal più cupo e in fin dei conti riuscito segmento successivo, il quale svolge la funzione di ponte tra il film qui presente e il remake originale del 2002. Se difatti il film diretto da Verbinski e il più anonimo sequel (il cui regista pure era Hideo Nakata, autore del primo adattamento cinematografico del romanzo "Ringu") vertevano sul complesso rapporto tra la giornalista interpretata da Naomi Watts (da quel momento ricorrente nel genere) e l'enigmatico figlio e poi sulla proiezione della tragedia di Samara Morgan su entrambi, il film di Gutiérrez opta per rifarsi al corto omonimo del 2005, narrante le vicissitudini di alcuni membri dei rings, ovvero gruppi di persone sfidantisi a vedere la celebre videocassetta e poi passarla a qualcuno giusto prima dello scadere del settimo giorno.

Quest'interessante concept, ridotto all'epoca ad esplicitazione dei legami fra i due adattamenti statunitensi, non riceve però adeguata attenzione anche nell'ultima pellicola della saga, in effetti reputabile per molti versi un reboot di "The Ring" privato della sapiente regia di Gore Verbinski (che rendeva il suo remake per certi versi superiore al film di Nakata) e della indiscutibilmente più valida trama. Laddove questa rendeva il film del 2002 una sensata e sentita detection, in cui l'investigazione a ritroso verso le "origini del male" non si rivelava l'ennesimo pretesto per espandere all'infinito un mondo narrativo che era ampiamente sufficiente per le sue prime opere, "The Ring 3" si lascia presto andare a tutta una serie di stereotipi che gli appassionati del genere (non solo, devo dire) conoscono a menadito da decenni e che risulta stucchevole poiché affrontata senza la minima ironia e volontà di personalizzazione. I contributi tecnici (fotografia e montaggio, in primis) da manuale e le ignave interpretazioni dei (bei) giovini presenti (il più rispettabile Vincent D'Onofrio gigioneggia, al solito) non fanno altro che affondare ulteriormente una pellicola di davvero rara inutilità (eccezion fatta per le ragioni economiche, ovviamente).

L'inizio, si era accennato in esergo. L'incipit del film di Gutiérrez rivela più compiutamente (si fa per dire) la natura di questo giungendo al suo terzo segmento, quello in cui si conoscono i due protagonisti, la classica coppia di modelli teenager di provincia, e in cui diviene lampante il divario oramai esistente tra la pellicola coeva e i suoi presunti modelli. Sono passati quasi vent'anni dal "Ringu" di Hideo Nakata e quindi dall'inizio del successo internazionale del J-horror, macrogenere dai tratti a dir poco fumosi e dalla storia ben più longeva, per quanto strettamente collegato allo spirito da fin de siècle di quegli anni. Fra coloro che ottennero fama dal genere taluni, come il capostipite Kurosawa KiyoshiSono Sion e Miike Takashi, sono andati oltre, instradando quei temi in percorsi personali (ma c'è da dire che i tre cineasti precedentemente citati hanno sempre esibito una certa personalità), altri, come l'autore di "Ringu" e sequel nipponici, hanno continuato a ripercorrere, con poche varianti, quei contesti e archetipi, con risultati più o meno convincenti (al riguardo si consiglia il recente, e narrativamente iperbolico, "The Inerasable" di Nakamura Yoshihiro).

"Rings" invece elimina quasi ogni residuo elemento di nipponicità e completa la standardizzazione (già iniziata col progenitore giapponese stesso) di una saga oramai fin troppo logora (gli abitanti del Sol Levante ci hanno già pensato con "Sadako 3D" e il crossover "Sadako vs. Sayako"), divenendo così l'emblema (pretestuoso) della lancinante crisi di questo genere di cinema. Il film in questione è difatti una pura macchina da soldi, come d'altronde prevedibile, ma che dimostra la sua debolezza nel ridursi placidamente a ciò: un mal funzionante e disarmonico assemblaggio di stralci di sceneggiatura davvero difficili da significare (apice dello scult il mancato salvataggio di un ferito in auto, causante ovviamente una successiva e assurda dipartita), di interpreti e tecnici di dubbia rilevanza e di una regia che fa qualcosa di gradevole solo quando può agire piuttosto slegata dalla sceneggiatura (la proliferazione di schermi, in senso lato, nella prima metà dell'opera). Una pellicola che non rielabora seriamente (si pensi alla rivelativa svolta narrativa della parte finale) nessuno dei leitmotive del genere di provenienza e che si dimostra ancor meno adatta a portare avanti un discorso di qualsiasi tipo, così come a offrire un intrattenimento che vada oltre i fugaci jump scare.

Il sottoscritto aveva in precedenza scritto di un possibile "rinascimento horror": non è a pellicole come questa che si riferiva. "Rings" è anzi la prova del languire di questo genere di produzioni che ha infestato il cinema mainstream occidentale degli ultimi 10-15 anni. Sperando che questa maledizione non rinasca come Samara.