Ondacinema

recensione di Giuseppe Gangi
5.5/10

Difficile scrivere di un film che ha ricevuto una calorosa accoglienza critica, tanto da essere citato in prestigiose classifiche tra i migliori film dell'anno e del decennio. Ancor di più se il presupposto è di rappresentare la classica voce fuori dal coro. "The Souvenir" di Joanna Hogg è per chi scrive un film irrisolto e incompiuto, nonostante la cura nella messa in scena e nella direzione degli attori.

"The Souvenir" racconta una parentesi chiave nella vita di Julie, una giovane dell'alta borghesia inglese che all'inizio degli anni 80 vive in un appartamento di proprietà della famiglia a Knightsbridge, uno dei quartieri più prestigiosi di Londra – come non mancano di rimarcare i suoi amici. All'inizio del film la ragazza sta preparando il suo primo lungometraggio per la Raynham Film School (modellata verosimilmente sulla National Film School): un progetto che cambierà in corso d'opera, inizialmente intitolato "Mother" e ambientato nella cittadina portuale di Sunderland. Lo spunto è chiaramente autobiografico poiché la Hogg negli stessi anni era una ventenne studentessa di cinema legata al milieu artistico guidato dal carismatico Derek Jarman insieme alla sua migliore amica, Tilda Swinton - protagonista del suo saggio di fine accademia ("The Rehearsal"). Ogni elemento proviene dalla vita e dalla memoria della regista, dalla difficile storia d'amore all'arredo dell'appartamento di Julie e persino gli esterni che si vedono sono fotografie dell'epoca in 35mm scattate dalla finestra e usate in retroproiezione. Quasi di conseguenza, per questo romanzo di formazione, la regista sceglie come protagonista Honor Swinton Byrne, figlia di Tilda, chiedendo alla vecchia amica di interpretare il ruolo della madre nella finzione cinematografica.

La protagonista Julie conosce a una festa data nel suo appartamento Anthony (Tom Burke), più grande di qualche anno, apparentemente benestante e affascinante. Anthony ha studiato Storia dell'arte a Cambridge e ne discute con sicurezza, dice di lavorare nei servizi segreti ed è sfuggente al riguardo, anche perché sono gli anni degli attentati dell'IRA. I due iniziano a frequentarsi e sembrano piacersi, lui la invita in ristoranti altolocati ed elegantissimi: si mostra come un eccentrico e arrogante dandy che le dà consigli sul film e la porta a vedere un quadro di Jean-Honoré Fragonard ("The Souvenir" che dà il titolo al film). In seguito, liberatasi la camera del coinquilino, Anthony si installa in casa sua, ma dopo i primi momenti di cieca felicità, il rapporto inizia presto a incresparsi. L'uomo è inaffidabile e sparisce improvvisamente, si fa accompagnare in posti strani, ha segni sulle braccia a cui non sa dare una giustificazione coerente – che lo spettatore può intuire subito essere i buchi di un eroinomane.

Se lo spirito del film è squisitamente british, a partire dall'understatement della narrazione, fino alla scelta delle location (non mancano le ville, le case di campagne, il Norfolk) gli strumenti estetici adoperati da Joanna Hogg rimandano a un certo cinema d'autore proveniente dall'Europa e dall'Estremo Oriente: la costruzione di piani fissi simili a tableaux, le rime cromatiche e la studiata disposizione delle figure umane per pieni e per vuoti possono rammentare le immagini del cinema di Yasujiro Ozu e Chantal Akerman, mentre i filtri, la continua presenza di specchi e quindi di riflessi, quello del taiwanese Edward Yang. In effetti, l'operazione della Hogg in alcuni frangenti potrebbe ricordare quella di David Lowery in "A Ghost Story", dove il regista americano si appropriava di elementi stilistici di autori radicali come Apichatpong Weerasethakul e Tsai Min-liang per trasportarli nella sua casa texana in bilico tra le falde del Tempo. In "The Souvenir" tale trasposizione risulta forzatamente cerebrale, consegnando una sequenza di immagini inerti e prive di movimento. Joanna Hogg impagina le scene con un manierismo talvolta asfissiante, graduando la palette cromatica al fine di suggerire un perenne stato emotivo uggioso: la scala di azzurri, la scala di grigi, un lavoro sui mezzi toni della fotografia che può sia appagare, sia risultare alla lunga stucchevole nella sua perenne atmosfera ovattata e lattiginosa. L'elemento estetico-estatico, deprivato della sua forza contemplativa, si trasforma semplicemente in vuoto, in silenzio, nell'amplificazione narrativa dei tempi di attesa della protagonista prima/dopo un incontro/scontro col suo compagno. Anche lìanalisi sociale rimane allo stato embrionale, considerando che l'intera parentesi narrativa si svolge in una bolla che i francesi definirebbero Bobo (bourgeois-bohème).
Per correttezza, va detto che intervistata sui riferimenti visivi della sua opera, la Hogg ha sagacemente risposto con opere lontanissime dal mood stilistico, come il musical classico "Spettacolo di varietà" di Vincent Minnelli e l'eccentrico e meraviglioso "All That Jazz" di Bob Fosse. Non è sufficiente però lo sfarfallio della fotografia (che ricorda il lavoro di Paul Thomas Anderson ne "Il filo nascosto") e gli stacchi repentini ed ellittici per restituire la percezione soggettiva delle ricordanze e la loro risonanza emotiva, perché tali elementi stranianti non sono organizzati in un sistema coerente di segni. Il lodevole tentativo di evitare facile sentimentalismo e nostalgia da parte della regista ha avuto come conseguenza una rarefazione eccessiva dell'opera che si muove dissanguata di linfa vitale.

Le discussioni sul cinema sono stranamente rare, poiché la protagonista è risucchiata dalla relazione trascurando la sua formazione, e sembrano inserite come commentario teorico rispetto alle immagini filmate dalla Hogg o come illustrazione delle tendenze dell'epoca (l'assorbimento dei procedimenti estetici pubblicitari da parte del cinema).
I due protagonisti interpretano i rispettivi ruoli con un certo grado di raffinatezza e Tom Burke è senza dubbio un volto che ci piacerebbe rivedere; la Hogg è stata brava nel sapere adoperare con grazia la freschezza di Honor Swinton Byrne, alla sua prima prova sul set.
Attraverso il suo sguardo naif, "The Souvenir" si conquista un merito sicuro, ossia quello di descrivere una traiettoria umana dal punto di vista femminile, senza dover ricorrere a trucchi di sceneggiatura o ad alcuna retorica. Julie è un personaggio reale e fragile, il cui coraggio non viene gonfiato al fine di fare di lei il tipico "strong female character".

Pensato come un romanzo di formazione in più capitoli, "The Souvenir: Part II" è attualmente in produzione.


09/06/2020

Cast e credits

cast:
Honor Swinton Byrne, Tom Burke, Tilda Swinton


regia:
Joanna Hogg


titolo originale:
The Souvenir


durata:
119'


produzione:
BBC Films; BFI Film Fund; JWH Films; Sikelia Productions


sceneggiatura:
Joanna Hogg


fotografia:
David Raedeker


scenografie:
Stéphane Collonge


montaggio:
Helle Le Fevre


costumi:
Grace Snell


Trama
Julie, una studentessa di cinema, intende girare un film su un ragazzo, sua madre e la loro vita nella città di Sunderland. Vive in un appartamento in un quartiere prestigioso di Londra insieme a un altro studente e alla sua ragazza. A una festa conosce Anthony, un uomo benestante e misterioso che lavora al Ministero degli Esteri, che qualche giorno dopo le lascia una cartolina con una foto della ragazza di un dipinto di Fragonard. In seguito, la porta nella galleria dove è appeso il dipinto il cui titolo inglese è "The Souvenir". Julie dice che la ragazza sembra triste, mentre Anthony dice che sembra determinata. Così inizia la loro complicata storia d'amore...