CAST & CREDITS

cast:
Paul McCartney, Ringo Starr, George Harrison, John Lennon

regia:
Ron Howard

distribuzione:
Lucky Red

durata:
99'

produzione:
Apple Corps Ltd., Imagine Entertainment, White Horse Pictures

sceneggiatura:
Mark Monroe, P.G. Morgan

fotografia:
Michael Wood

montaggio:
Paul Crowder

musiche:
Ric Markmann, Dan Pinnella, Chris Wagner, The Beatles

The Beatles - Eight Days a Week | Recensione | Ondacinema

The Beatles - Eight Days a Week

di Ron Howard

documentario, Usa/Gran Bretagna (2016)

di Matteo De Simei

Voto: 6.5

"Non è cultura, è divertimento". Gli occhi del ventenne Paul McCartney sfiorano con leggerezza il volto e il microfono del giornalista. Nel 1963, lui e i suoi tre amici mai avrebbero potuto immaginare la portata di un evento che da lì a poco avrebbe cambiato cultura, usi e costumi del mondo intero: la beatlemania. Prima di "Revolver", prima ancora di "Rubber Soul". L'esperto cineasta Ron Howard (alla prima col documentario) focalizza l'attenzione sul triennio 1963-1965. Dagli esordi delle registrazioni in studio alla fulminea scalata al successo, passando per le numerose tournée in giro per mezzo mondo (compresa quella nelle Filippine). Dalle performance al Cavern Club di Liverpool nel 1961 all'evento mondiale tenutosi allo Shea Stadium di New York quattro anni più tardi. Un'evoluzione inarrestabile, frenetica che il regista ha allegoricamente condensato nella scelta del titolo. Una tra le canzoni più significative di quel quadriennio, "otto giorni a settimana". La smania d'amore del testo lascia spazio metaforicamente al caos infernale di quei giorni, dove nessuna pausa è scandita, né tantomeno permessa a quattro adolescenti intraprendenti e insolenti. Il tempo non basta, "is not enough". Si va alla conquista del mondo.

Howard tralascia la musica dei Beatles, concentrandosi sui protagonisti. La sorprendente maturità di McCartney nel rispondere con sagace prontezza alle provocazioni dei giornalisti, la sfrontatezza e l'ironia di Ringo Starr con la sua celebre risposta a chi gli domandò se fossero i nuovi Elvis britannici, la profonda natura introspettiva di George Harrison. Infine, l'ambizione sfrenata di John Lennon, colonna portante del quartetto grazie ai suoi testi sempre più affinati e maturi, fino alla ricerca della sperimentazione musicale ("Tomorrow Never Knows" è una di quelle canzoni che hanno fatto da apripista all'avantpop, solo per citarne una. Era solo il 1966). Intorno a loro ruotano le vite del giovane ed elegante manager Brian Epstein, simbolo di quel miracoloso boom, del giornalista Larry Kane che li seguì in quasi tutte le tournée, del "quinto Beatle" George Martin da poco scomparso (a cui il film è dedicato), al noto conduttore tv Ed Sullivan, in un periodo storico nel quale la televisione si poneva già prepotentemente a regina dell'esposizione mediatica di massa. A essere inquadrate sono le loro vite, la loro sinergia ("la decisione veniva presa quando eravamo tutti e quattro d'accordo" rivela McCartney). Fiumi di parole scorrono negli audio di repertorio all'interno dello studio di Abbey Road. Howard celebra la loro unicità melodica, "pari solo a quella di Mozart in relazione alla vasta quantità di musica prodotta", decanta il loro contributo nella lotta alla segregazione razziale nell'America conservatrice di Jacksonville nel 64, quando i quattro minacciarono di non suonare se avessero visto bianchi e neri divisi sugli spalti. Ma sottolinea altresì l'ego smisurato di Lennon che per una sua rivelazione blasfema riportata in un'intervista, scatenò l'ira puritana di mezza America.

Certo, a essere cinici la domanda è inevitabile: con tutta la vasta biblioteca audiovisiva e letteraria che possediamo dopo oltre mezzo secolo e che ancora oggi risuona tra le vite private di ognuno di noi, perché un documentario sui Beatles? Quando il produttore Nigel Sinclair della White Horse e la Apple Corps fondata dagli stessi Beatles commissionarono il progetto al regista dell'Oklahoma, l'idea era quella di regalare alle giovani generazioni la "nascita" di un mito. Il risultato è un racconto sicuramente prezioso perché costituito da filmati rari e inediti, inclusi quelli della storica performance allo Shea Stadium del 15 agosto 1965, in quello che fu il primo concerto rock di fronte a più di 55.000 persone. Nonostante l'impegno indiscusso, commisurato anche nella faticosa raccolta di più di cento canzoni licenziate, "The Beatles: Eight Days a Week" avrebbe avuto bisogno forse di un maggiore spessore artistico dato anche l'affronto di un progetto così ambizioso (è di fatto il primo docufilm autorizzato sulla band da oltre 45 anni). Magari quella stessa ambizione che Scorsese accolse e restituì degnamente al pubblico nel meraviglioso "George Harrison: Living in the Material World" quattro anni fa.