CAST & CREDITS

cast:
Lauren Cohan, Rupert Evans, Jim Norton, Diana Hardcastle

regia:
William Brent Bell

distribuzione:
Eagle Pictures

durata:
97'

produzione:
Lakeshore Entertainment, Vertigo Entertainment

sceneggiatura:
Stacey Menear

fotografia:
Daniel Pearl

scenografie:
Terry Lewis

montaggio:
Brian Berdan

costumi:
Jori Woodman

musiche:
Bear McCreary

The Boy | Recensione | Ondacinema

The Boy

di William Brent Bell

horror, thriller, Usa (2016)

di Antonio Pettierre

Voto: 6.0

Il genere horror fa una certa fatica a uscire dalle sabbie mobili in cui è sprofondato negli ultimi anni. A parte il new horror francese che, alla fine, si è rivelato un fuoco di paglia con poche opere degne di nota, e il J- horror che tiene vivo l'interesse, dagli Stati Uniti ormai sono rari gli autori e i film che portano novità. Certo, abbiamo Rob Zombie (che non mette tutti d'accordo); abbiamo "Babadook" (ma Jennifer Kent è australiana); abbiamo "It Follows" (del giovane David Robert Mitchell); ma tutto questo non prelude alla rinascita di un genere, dove ormai il riciclaggio e la superficialità impera.

Quindi, basta vedere un film appena piacevole che tutto sommato ci si può ritenere soddisfatti. Con William Brent Bell però ci voleva una buona dose di testardaggine a concedere del credito, dopo i disastrosi e inguardabili ultimi film "L'altra faccia del diavolo" (sul tema del satanismo) e "La metamorfosi del male" (una ridicola rivisitazione del mito dell'Uomo Lupo). E, in effetti, questo "The Boy" risulta, alla fine, un prodotto sufficiente per passare una serata al cinema (e per il regista un notevole, quanto imprevedibile, salto in avanti).

Cosa è cambiato? Innanzi tutto, Bell ha abbandonato l'utilizzo del found footage e il mockumentary, diventati una moda o un mezzo, per molti registi, per nascondere carenze tecniche, ritornando a una messa in scena classica e stereotipata (la casa isolata nel bosco, la ragazza sola nella notte, i rumori sinistri, le presenze impalpabili, ecc...). Il regista riesce a trasmettere una tensione all'interno di una zona di conforto, senza guizzi, e rinunciando a tentativi velleitari di originalità (che non sono alla sua portata) e che rassicurano lo spettatore per la riconoscibilità e sollecitazione emotiva.

Poi, si è affidato alla sceneggiatura del debuttante Stacey Menear che riduce la storia a elementi basici, con un personaggio femminile da una personalità rotonda (la giovane Greta che fugge dagli Usa lasciandosi alle spalle un fidanzato violento e si rifugia in un'Inghilterra per un posto da tata); riprende la paura atavica per i simulacri (da subito si vede che il "boy" del titolo in realtà è un bambolotto di ceramica raffigurante un bambino di otto anni, Brahms, morto vent'anni prima in un incendio misterioso); compie un'operazione di metacinema, con citazioni esplicite alle maschere del Michael Myers carpenteriano e di Jason della serie di "Venerdì 13", amalgamando il tutto con i topoi degli horror movie degli anni 60 inglesi; infine, effettua un passaggio da un inizio di puro horror a un thriller, con un finale a sorpresa che gioca sull'ibridazione dei generi, ormai una caratteristica con cui fare i conti nel cinema contemporaneo.

I temi affrontati in "The Boy" sono consolidati e risaputi: il senso di colpa per la perdita di un figlio; la violenza che nasce all'interno delle dinamiche di coppia (Greta e il suo ex fidanzato; Greta e Malcom) e della famiglia (quella degli Heelshire); la salvaguardia delle apparenze; le difficoltà di metabolizzare il lutto in modo razionale; il transfert che si compie per affrontare la paura delle proprie debolezze emotive.

Anche il cast questa volta è indovinato: su tutti la simpatica Lauren Cohan (interprete di Greta), giovane attrice con esperienze televisive che riesce a creare un'empatia con lo spettatore e offrire una certa verosimiglianza al personaggio (pur nel suo stereotipo); e la controparte maschile, Rupert Evans (che ricordiamo in "Hellboy" di Guillermo Del Toro) nel ruolo di un commesso di negozio, che fornisce ogni settimana i generi di conforto alla povera Greta, e che si rivelerà la memoria storica della vicenda, diventando artefice importante dell'azione nelle sequenze finali.
"The Boy" quindi, alla fine, si rappresenta per quello che è: un film senza infamia e con qualche lode; senza pretese autoriali, ma costruito questa volta da Bell con il corretto mestiere richiesto; un nero kammerspiel con pochi personaggi e un'evoluzione narrativa lineare.