CAST & CREDITS

cast:
James Deen, Lindsay Lohan

regia:
Paul Schrader

distribuzione:
Adler Entertainment

durata:
104'

produzione:
Sodium Fox, Canyons

sceneggiatura:
Bret Easton Ellis

fotografia:
John DeFazio

scenografie:
Stephanie J. Gordon

montaggio:
Tim Silano

costumi:
Keely Crum

musiche:
Brendan Canning

The Canyons | Recensione | Ondacinema

The Canyons

di Paul Schrader

drammatico, Usa (2013)

di Alessandro Corda

Voto: 4.0
Presentato fuori concorso all'ultima Mostra del Cinema di Venezia, "The Canyons" aveva tutte le carte in regola per catalizzare le più grandi aspettative, grazie a due nomi in cima alla lista: Paul Schrader alla regia e Bret Easton Ellis alla scrittura. Il grande indagatore dell'animo umano, che ha saputo raccontare la solitudine di un uomo qualunque in "Taxi Driver" alle prese con il bilancio della propria esistenza spesa tra colpa e redenzione, incontra il cantore dei giovani inquieti e dissoluti all'ombra della palme di Los Angeles. Il risultato però è al di sotto di ogni aspettativa.

Tradimento, gelosia, vendetta e delitto, senza castigo: una successione di poche parole per riassumere un film che ha per protagoniste due coppie che iniziamo a conoscere in una cena, in un lussuoso ristorante di Beverly Hills. Fin da subito è chiaro il ruolo svolto da ogni componente. Tara (Lindsay Lohan) fa coppia da un anno con Christian (l'attore a luci rosse James Deen), ricco e viziato produttore cinematografico dalle dubbie qualità artistiche e mantenuto dal padre grazie ad un fondo fiduciario in cambio di una seduta settimanale dall'analista (Gus Van Sant è l'analista in una scena ridicola e dimenticabile). Ryan, insieme alla sua compagna, è un aspirante attore che spera, grazie all'intercessione di Tara, di guadagnarsi un ruolo in uno dei film di Christian. Nella scena successiva scopriremo quello che un po' si intuiva, che Ryan aveva avuto una storia anni prima con Tara e ora ha ripreso a frequentarla in segreto.

Il rapporto tra Tara e Christian è viziato però dalla perversione di quest'ultimo che la tratta sempre più come un oggetto, inducendola a frequenti rapporti a tre o a quattro con giovani conosciuti in rete. Lei subisce tutto, alternando una stanca complicità con una malcelata rassegnazione.

L'ambientazione è quella tipica dei romanzi di Bret Easton Ellis, confinata ancora dentro ad atmosfere patinate tra piscine, ville dalle pareti di vetro, macchine scintillanti e abbronzatura perenne. All'interno di questa palla di vetro, si muovono questi ragazzi rampanti e annoiati, ostaggio degli istinti più bassi e primordiali. Christian è un novello American Psycho bipolare che tiene dietro all'immobilità della propria espressione (e recitazione) l'istinto omicida che deflagrerà nel finale per gelosia e vendetta facendo come vittima, incomprensibilmente, il personaggio forse più inutile di tutto il film.

"Variety" ha descritto il ruolo della Lohan come una convincente prova di immedesimazione autobiografica in cui prevale il coraggio di mettere in mostra il proprio disfacimento fisico senza alcun filtro. Senza voler entrare nella vita privata della ex starlet della Disney, la sua recitazione rimane però sciatta e sopra le righe (sempre con una sigaretta o un bicchiere in mano, giusto per evidenziare di più la dissolutezza). Se da una parte è da citare l'indubbio coraggio a mostrarsi senza veli e la sofferenza reale che mette in mostra, dall'altra parte quello che però prevale alla fine è la sua impressionante inespressività dovuta all'uso massiccio di botox.

La geometria della trama (due coppie, il tradimento a due, poi il triangolo) produce un film di una prevedibilità e linearità disturbante. La storia non decolla mai e non esiste alcun crescendo o climax in tutto lo sviluppo. Anche la tanto discussa scena dell'orgia a quattro è glaciale, priva di pathos e senza brividi. Una scena imbarazzante e inutile dal punto di vista narrativo.

L'aggravante poi di "The Canyons" non sta solo in questa prevedibilità ma nella pretesa da parte di Paul Schrader di ricamarci intorno una sorta di pamphlet sulla morte del cinema. Tutti i titoli di testa sono scanditi da immagini di cinema del passato, ormai abbandonati e in disarmo. Luoghi sigillati con assi di legno, con il soffitto sfondato e con tutte le poltrone disfatte. È stato lo stesso regista a dichiarare a Venezia che ormai non ha più senso distribuire i film nei cinema ma che dovrebbero andare direttamente in rete. La sua sfiducia nella Settima Arte è palese da come fotografa tutto il mondo che vi ruota intorno, attratto solo dal denaro e non certo da motivazioni artistiche o sperimentali. Schrader sembra voler rinnegare la propria missione di cineasta.

Questo discorso sul cinema di fronte ad un film girato con così grande approssimazione, fotografato male, narrato con buchi e personaggi privi di credibilità appare pretestuoso. È lecito sospettare che l'unico scopo fosse quello sensazionalistico. Urge al più presto che Paul Schrader torni a misurarsi con il suo indubbio talento, lontano dalle algide depressioni di questi canyons.