CAST & CREDITS

cast:
Susie Cusack, William Dick, Barbara E. Robertson, James Franco, Malcolm McDowell, Neve Campbell

regia:
Robert Altman

distribuzione:
Medusa

durata:
112'

produzione:
Robert Altman; David Levy; Joshua Astrachan; Neve Campbell; Pamela Koffer; Christine Vachon

sceneggiatura:
Barbara Turner

fotografia:
Andrew Dunn

scenografie:
Gary Baugh

montaggio:
Geraldine Peroni

costumi:
Susan Kaufmann

musiche:
Van Dyke Parks

The Company | Recensione | Ondacinema

The Company

di Robert Altman

drammatico, Usa (2003)

di Alessio Bottone

Voto: 8.0

Il penultimo film di Robert Altman vale come una solida conferma della sua idea di cinema e del suo "mestiere" di cineasta, ma attesta anche una tensione al nuovo e alla sperimentazione che fanno sembrare il quasi ottantenne regista un giovane alle prime armi.
Come confessato in una celebre conversazione con David Thompson, per Altman qualsiasi materia prima è degna di essere lavorata, persino la più lontana e improbabile[1]. In "Nashville" era la musica country, in "Prêt-à-Porter" era l'alta moda, in "The Company" è il balletto. E le ragioni non vanno attribuite solo a quella passione quasi ossessiva per la vita del set e per il "fare" cinema, che pure apparteneva al maestro di Kansas City, ma affondano le radici nella poetica e nella grammatica sue proprie. Non esistono oggetti narrativi dotati di autonomia semantica, ma è lo sguardo dell'autore a sprigionare i significati nel momento in cui si incrocia con quelli. Dalla guerra ("M.A.S.H." e "Streamers") alla psicoanalisi ("Terapia di gruppo"), da Hollywood ("I protagonisti") al gioco d'azzardo ("California Poker"), a contare non è ciò che si racconta, ma come lo si fa.

Qui si tratta di una compagnia di danza e dunque la sfida principale è la collocazione del film rispetto alla tradizione di riferimento, ai vari prodotti seriali sfoderati dall'industria americana sul mondo del ballo, da "Saranno famosi" a "Il ritmo del successo". Altman, iconoclasta per vocazione, non può che prendere le distanze da tutto questo e, infatti, "The Company" sfugge ai cliché e ai collaudati stereotipi del genere o, meglio, li invalida, anche quando sembra riprenderli. Mancano le classiche insistenze sul tòpos del ballerino povero ma talentuoso o sulla storia d'amore sdolcinata. Le rivalità e i conflitti sono depotenziati da un punto di vista drammatico, come pure gli infortuni e le conseguenti sostituzioni, che tanto pathos avevano originato in passato. Ma soprattutto manca l'eroina, perché il personaggio interpretato da Neve Campbell (che eroina lo era stata, ma in "Scream") è un falso protagonista, è soltanto una delle tante ballerine e mai prevale realmente sulle altre.

Altman non ama rassicurare lo spettatore, preferisce spiazzarlo, e all'assenza di un protagonista classicamente inteso corrisponde l'assenza di una trama. Per tutto l'arco dei 112 minuti le varie vicende esposte non riescono a comporsi in maniera armonica e unitaria, ma restano sospese e frammentarie. Le scene che potrebbero costruire la trama, in particolare quelle che delineano l'amore tra Ry e Josh, hanno breve durata e si interrompono precocemente, in un'alternanza parificante che volutamente disorienta. La narrazione procede per ellissi e a rimanere incompiute sono anche la storia del ragazzo ospite della camerata e quella del povero Justin, schiacciato da un padre iperprotettivo. L'obiettivo, difatti, è il realismo, altro totem del cinema altmaniano, che qui diviene sinonimo di de-drammatizzazione dell'intreccio.

"The Company" ci mostra le esibizioni sul palco, le prove, le riunioni e una serie di episodi satelliti (Ry a un matrimonio o Mr. A. premiato dagli italo-americani) che impediscono alla storia di prendere un'unica direzione. Il film è chiaramente privo di un centro, è tutto "periferia" e manca di una evoluzione lineare: l'artificio e la fictio vengono neutralizzate, in funzione di una non-trama polifonica e afinalistica che celebra il disordine della realtà. Non a caso gli unici attori sono Neve Campbell, Malcolm McDowell e James Franco, mentre tutti gli altri ruoli sono ricoperti da autentici ballerini e maestri della Joffrey Ballet di Chicago, così come durante la lavorazione Altman diede ampio spazio all'improvvisazione, pressoché ignorando la sceneggiatura scritta da Barbara Turner. In sostanza le persone interpretano se stesse (esemplare il caso del coreografo canadese Robert Desrosiers!) e questo è un altro modo di giocare al confine tra falso e reale, che riporta alla mente i tempi di "Tanner ‘88".

Dunque un film tutto fondato su un'opzione narrativa eslege e che ha in alcuni suoi momenti delle parziali mises en abyme piuttosto eloquenti. La ricerca del vero si duplica in Mr. A. che, assistendo a una delle prove, rimprovera agli allievi di essere finti e artificiosi; la democratizzazione del sistema dei personaggi si specchia nei primi ballerini che prima decadono e poi risorgono (Ry prende il posto di Maia e nel finale è proprio Maia a sostituirla quando si infortuna); il temporale che si abbatte sulla rappresentazione all'aperto è, a sua volta, una "figura" dell'imprevedibilità, ovvero della legge realista che sta alla base di "The Company", mentre la varietà stilistica dei balletti mostrati è una proiezione del normativo binomio reale-molteplice. Dall'altra parte la drammatizzazione viene esorcizzata attraverso la sovraesposizione ironica del simbolo (di simbolismi ridondanti è pieno zeppo lo spettacolo The Blue Snake) o la sottrazione della carica allegorica degli oggetti (gli specchi delle sale di prova sono solo specchi, non come in "Images") o, ancora, tramite quel cortocircuito tra finzione e auto-rappresentazione che si verifica nel momento in cui i ballerini mettono in scena la satira natalizia (la farsa funziona come una sorta di parodia in miniatura del film stesso).

Insomma Altman ha realizzato un film che quasi nega se stesso, che aspira vertiginosamente all'onestà e all'autenticità, con quello sprezzo delle regole e delle convenzioni cinematografiche che ha sempre fatto di lui un innovatore e un genio anarchico della settima arte.



[1] «E se qualcuno mi avesse detto: "Beh, deve essere un film su Dracula", avrei risposto: "D'accordo, lo faccio". Non sono uno che si siede a pensare: "Ah, ecco questa è l'ispirazione delle muse e dunque questo è quello che farò adesso"» ("Altman racconta Altman", a cura di D. Thompson, Feltrinelli, Milano, 2010, p. 211).