CAST & CREDITS

cast:
Robin Wright, Harvey Keitel, Jon Hamm, Paul Giamatti, Kodi Smit-McPhee, Danny Huston, Sami Gayle, Michael Stahl-David

regia:
Ari Folman

distribuzione:
Arp Selection, Drafthouse Films, Wilder Films

durata:
122'

produzione:
Bridgit Folman Film Gang, Pandora Film, Opus Film, ARP Selection

sceneggiatura:
Ari Folman

fotografia:
Michal Englert

scenografie:
David Polonsky

montaggio:
Nili Feller

costumi:
Mandi Line

musiche:
Max Richter

The Congress | Recensione | Ondacinema

The Congress

di Ari Folman

drammatico, fantascienza, animazione, Usa (2013)

di Lorenzo Taddei

Voto: 6.0
Il tuo passato è morto, Robin.


Spesso una sceneggiatura troppo fedele al romanzo da cui è tratta finisce per ingabbiarsi in confronti feticisti e sterili. Ancora peggio se la sceneggiatura si discosta appena dal testo originale. Folman sembra compiere una scelta diversa, fa sua un'opera complessa come "Il Congresso di Futurologia" di Lem e la stravolge, la rimodella secondo la propria vocazione pur mantenendone l'essenza. E' una buona idea e una scelta coraggiosa, se non fosse che Folman desiste dal perseguirla, il suo tributo all'opera letteraria cresce col minutaggio e finisce con l'appesantire il discorso. A differenza che in "Valzer con Bashir" l'animazione stavolta gli si ritorce contro.

Il film può dividersi in due parti: il presente live-action e il futuro animato. La scena di apertura è un primo piano su Robin Wright che piange, le lacrime scendono alle parole fuori campo del suo vecchio agente Al (Harvey Keitel). Robin ha solo quarantacinque anni, ma una serie di cattive scelte ha segnato la fine della sua carriera. L'unico modo per sottrarsi all'oblio è cedere i diritti della propria immagine che verrà digitalizzata dalla Miramount (ibrido non casuale fra Miramax e Paramount) e rinunciare a mostrarsi in qualunque video. Robin potrà così consentire le cure migliori al figlio Aaron (Kodi Smit-McPhee) e garantirsi una specie di eterna giovinezza: grazie alla "scannerizzazione" rimarrà per sempre un'attrice poco più che trentenne. Jeff (Danny Huston) il manager della Miramount non le lascia alternative, l'avvento delle nuove tecnologie significherà la morte di ogni attore che non si adegui al progresso.
La "scannerarizzazione" di Robin è la scena migliore del film, oltre che lo spartiacque fra la prima e la seconda parte: sul monologo di Al si modulano le espressioni dell'attrice, dal riso allo sconforto, fino alla disperazione, il computer spietatamente registra ogni mutamento  e ci sentiamo con lei defraudati della spontaneità, come violati nell'intimo e al tempo stesso colpevoli di consentire che questo avvenga.

Pur lontana dal "Congresso" intorno al quale ci eravamo abituati a vederla gravitare (in "House of Cards") la Wright si dimostra all'altezza delle sue prove migliori. Algida e fragile insieme, ancora giovane o invecchiata dal trucco, si cala perfettamente nel ruolo da sci-fi (science fiction) drama. Folman è intelligente nel trasformare lo scienziato futurologo di Lem in un'attrice alla mercé dell'industria cinematografica. E dimostra anche di essere abile nel tirar fuori il meglio dal cast: tutti gli attori in carne e ossa - ai già menzionati aggiungo Paul Giamatti - caricano la prima parte del film di intensità e aspettative, indirizzate verso quel che il cinema e tutto l'indotto che gli ruota intorno potrebbero diventare.

Vent'anni dopo Robin è invitata al Congresso (denominato "futuristico" anziché "di futurologia") organizzato dalla Miramount-Nagasaki (il binomio si commenta da sé) ad "Abraham", una città "animata" in mezzo al deserto. Comincia l'animazione e il film perde progressivamente presa. Il futuro è il regno della - cito testuale da Lem - "psicochimicità", che modera, controlla le emozioni umane al punto che diventa "severamente vietato fare affidamento su sentimenti spontanei [...] Bisogna sempre assumere il farmaco adatto alla circostanza". Non solo gli attori, ma tutti gli esseri umani sono privati della propria umanità e attraverso sostanze allucinogene presenti un po' ovunque (nell'aria o nell'acqua del rubinetto) controllati da una specie di regime chimico. La cupola e gli interni dell'imponente palazzo in cui si svolge il Congresso si rifanno al "Reich's Great Hall" un progetto di Hiltler e del suo ministro della difesa Albert Speer. Robin Wright è ospite come testimonial de "la libera scelta" un composto che offre a ognuno la possibilità di trasformarsi in chiunque altro.

"Abraham" è un calderone pop di attori, cartoni animati, personaggi storici e mistici: Elvis, Michael Jackson, Marylin Monroe, Clint Eastwood, Che Guevara a colloquio con John Wayne, Bin Laden sullo sfondo, Frida Khalo, Magritte e Picasso, Buddha e Gesù. Robin cavalca la Bomba come ne "Il Dottor Stranamore", i denti bianchi accecanti di Tom Cruise si compiacciono delle donazioni all'Unicef, Ronald Reagan fa il meteorologo in tv (Lem definisce così il climiscito: il tempo viene stabilito un mese prima, attraverso una votazione equa e universale). Folman si riavvicina al romanzo di Lem e abbandona il discorso peculiare sul cinema che sembrava aver scelto in partenza. Sceglie l'animazione per concedersi il massimo della libertà visiva, per esasperare la libertà fino a ribaltarla in allucinata apparenza. Ma l'operazione non funziona, il film diventa a tratti estetica fine a se stessa, a tratti si ingarbuglia in una storia che smarrisce definitivamente la tensione emotiva e le aspettative della prima parte.

"The Congress" apre la Quinzaine di Cannes, l'ambientazione è radicalmente diversa dal precedente "Valzer con Bashir" (in concorso a Cannes sei anni fa) ma il film è ugualmente, anzi direi decisamente più ambizioso. Folman si appassiona fin da ragazzino a "Il congresso di Futurologia" di Stanislaw Lem (scrittore polacco noto per "Solaris" adattato poi al grande schermo da Tarkovskij) negli anni lo rilegge e alla fine decide coraggiosamente di reinterpretarlo dal punto di vista di un'attrice. Il risultato è solo in parte riuscito. Nel film mancano anche il sarcasmo e quasi del tutto l'ironia che contraddistinguono opera di Lem (fanno eccezione soltanto i micro-sceneggiatori rinchiusi in cassaforte). Il voto di sufficienza è quindi una media tra prima e seconda parte. Folman si lascia prendere la mano, l'animazione lo spinge a non accontentarsi, invece che attenersi al cinema e farlo "chimicamente" reagire con l'opera di Lem, finisce per frullare tutto insieme: libero arbitrio, libertà d'immaginazione, diritto alla verità (o "verovisione") eccetera eccetera eccetera.