CAST & CREDITS

cast:
Lauren German, Michael Biehn, Milo Ventimiglia, Michael Eklund, Rosanna Arquette

regia:
Xavier Gens

durata:
110'

produzione:
Instinctive Film, Preferred Content, BR Group, Ink Connection, Julijette

sceneggiatura:
Karl Mueller, Eron Sheean

fotografia:
Laurent Barès

scenografie:
Tony Noble

montaggio:
Carlo Rizzo

musiche:
Jean-Pierre Taieb

The Divide | Recensione | Ondacinema

The Divide

di Xavier Gens

fantascienza, thriller, Canada/Germania/Usa (2011)

di Giuseppe Vuolo

Voto: 8.0

Il nuovo film di Xavier Gens offre un fluido e distaccato sguardo - tanto lucido quanto lugubre e tanto crudo quanto chirurgico - su una realtà fatta di angoscia esasperante e claustrofobica, operando una realistica incisione che lacera lentamente un gruppo di sopravvissuti all'interno di un mondo raso al suolo dalle armi atomiche. Se la storia dell'umanità è costituita di eventi e periodi che la rendono ciclica, "The Divide" ci mostra un possibile ultimo stadio (invero abusato e risaputo) cui giungere. Ma l'apocalisse di Gens non si muove tra le macerie e la distruzione di un qualcosa da ricostruire (oppure dove la parola d'ordine è sopravvivere). Passa, invece, su dei binari che attraversano spazi ristretti e chiusi (senza alcuna via d'uscita) e lascia solo intuire ciò che accade fuori; suggerisce, fino a quando il dramma della solitudine si manifesta in tutta la sua poetica e dolorosa bellezza. 

"The Divide" vive, effettivamente, un'evoluzione ciclica, poiché comincia e si conclude con le immagini della fine del mondo che si riflettono sugli splendidi occhi azzurri di Lauren German, nelle vesti di un'Eva che diventa l'ultima donna sul pianeta. Il folgorante e fiammeggiante incipit cede il posto, infatti, alle freddissime ceneri del paesaggio sepolcrale dell'epilogo della vicenda. Tra il prima e il dopo, però, non vi troviamo il perché e il per come; bensì un piccolo microcosmo che narra essenzialmente di ordinaria solitudine umana e di una malsana degenerazione. Anche se quest'ultima in ogni caso "spiega" come sia possibile arrivare a un punto di non ritorno e a un futuro senza futuro[1]

Durante la breve introduzione prima dei titoli di testa, Xavier Gens segue i suoi protagonisti in quella che rappresenta una discesa nel mondo degli inferi, un percorso che si rivela essere un personalissimo girone infernale a misura d'uomo (e dall'uomo stesso - ovviamente - creato). Ci si ritrova dentro un ambiente chiuso e soffocante, dove la mdp s'intrufola indifferente per osservare ogni cosa, dove avanza lenta e inesorabile secondo il ritmo compassato e desolato dell'efficace commento sonoro di Jean-Pierre Taieb.

La regia sembra quasi disinteressarsi della vicenda, come se il suo unico scopo fosse quello di far procedere lo spettatore lungo gli asfissianti corridoi del rifugio e di fargli esplorare ogni angusto ambiente, di permettergli di stare accanto all'uno o all'altro sopravvissuto a seconda del momento. La fotografia del fidato Laurent Barès acuisce il clima greve e tetro della narrazione fino all'apice oppressivo e degradante, per poi "stemperarsi" nel bluastro e grigio livore tombale della conclusione.

Lo script prevede una precisa serie di eventi drammatici, piazzati strategicamente per spingere avanti la trama: pensiamo, ad esempio, all'irruzione degli uomini con le tute antiradiazioni, oppure alla "presa" della stanza di Mickey. E anche se tali eventi non muovono - in realtà - verso una direzione ben definita (la chiave più squisitamente fantascientifica, oppure quella del dramma psicologico), rendendo l'idea di un insieme incompleto, l'attenzione resta alta, focalizzata attorno alla morbosa e angosciante tensione che s'instaura nei rapporti tra i personaggi (per quanto piuttosto stereotipati[2]) e alla palpabile e allarmante paura dell'infezione e del contagio. Alla fine si tratta solo di dare libero sfogo alla feroce e brutale violenza insita nella natura umana.



[1] La sceneggiatura lascia pensare in maniera piuttosto evidente al famoso romanzo "Il signore delle mosche" di William Golding con l'isola ridotta a un rifugio antiatomico. È interessante notare, invece, come nel film non ci sia spazio per i bambini, a ratificare il concetto di un mondo privo di futuro.

[2] Bisogna, tuttavia, sottolineare le convincenti prestazioni degli attori tutti e in particolare l'ottima interpretazione di Michael Biehn, capace di conferire un certo spessore a un carattere (quello di Mickey) che probabilmente ne nasce, invece, privo: non basta certo un background fatto di fotografie che lo ritraggono assieme alla moglie e che ce lo fanno percepire come uno degli eroici vigili del fuoco dell'11 Settembre a trasformarlo automaticamente in un personaggio riuscito e credibile.