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The Dreamers - I sognatori

di Bernardo Bertolucci

drammatico, Francia/Italia/Regno Unito (2003)

CAST & CREDITS

cast:
Michael Pitt, Eva Green, Louis Garrel, Anna Chancellor

regia:
Bernardo Bertolucci

distribuzione:
Medusa Film

durata:
115'

produzione:
Jeremy Thomas

sceneggiatura:
Gilbert Adair

fotografia:
Fabio Cianchetti

scenografie:
Jean Rabasse

montaggio:
Jacopo Quadri

costumi:
Louise Stjernsward

The Dreamers - I sognatori | Recensione | Ondacinema

The Dreamers - I sognatori

di Bernardo Bertolucci

drammatico, Francia/Italia/Regno Unito (2003)

di Giuseppe Gangi

Voto: 8.0

 

"Claustrofilia", il piacere di stare in uno spazio chiuso, è uno degli elementi ricorrenti del cinema di Bernardo Bertolucci da "Ultimo tango a Parigi" fino a "Io e te" e invade quest'opera del maestro italiano che giunse nel 2003 a destare scandalo. Su "The Dreamers" è stato scritto tanto, a partire dal rapporto incestuoso tra i due fratelli, fino alle scene di nudo che investono sia i protagonisti maschili che, soprattutto, Eva Green vera e propria rivelazione del film. Si è scritto tanto anche sulle prestazioni attoriali, considerate mediocri dai detrattori, imbarazzanti corpi da esporre in una pruriginosa sfilata. Fa sorridere come cambi la ricezione a distanza di anni, mentre nel frattempo il film è diventato quasi un piccolo culto di una cinefilia estrema, per la quale scene come il confronto sulla superiorità di Charlie Chaplin a Buster Keaton o la masturbazione davanti all'immagine di Marlene Dietrich ne "L'angelo azzurro" sono ormai luoghi comuni dei cinéphiles del nuovo millennio.

Nel 1968 Bernardo Bertolucci aveva ventisette anni e tre film all'attivo, era uno dei nuovi nomi del cinema nostrano ed era forse uno dei pochi, se non l'unico, "giovane turco" all'italiana, influenzato com'era dai Cahiers du Cinema e dalla Nouvella Vague. Il Sessantotto di "The Dreamers" non è quindi totalmente autobiografico né una riproposizione storica dell'epoca. Sono i ricordi di un cinefilo e di un regista, un grande omaggio al cinema e all'epoca dei cineclub, quando la Settima arte e la sala erano ancora un luogo di ritrovo e di incontro. "The Dreamers" racconta essenzialmente l'utopia di un momento irripetibile, che è il momento della giovinezza dei protagonisti, ma anche un breve segmento storico in cui gli incendiari sogni rivoluzionari di una generazione sembravano potersi avverare. L'anacronismo stilistico di questo lavoro bertolucciano, fatto di rapidi dolly, tagli bruschi, narrazione fuori campo lo rende fresco, donandogli quasi una patina di naïveté, come se dietro la macchina da presa ci fosse un ragazzo affamato di vita e di cinema e non un più pacato sessantenne che rielabora i suoi vent'anni. 

"The Dreamers" è un film magmatico e torrenziale sul piano emotivo riuscendo a mettere in scena e sullo stesso piano la bulimia giovanile di sesso, di immagini, di arte, di esperienza tout court. Il Sessantotto è il fondale storico nel quale si muovono i protagonisti e fa da contrappunto, fuori campo, se non in due momenti cruciali della narrazione: il licenziamento di Henry Langlois, storico fondatore e direttore della Cinémathèque Française che comporta l'incontro del protagonista americano, il Matthew di Michael Pitt, con i fratelli Isabelle e Théo, rispettivamente interpretati da Eva Green e Louis Garrell; il secondo è l'esplosione barricadera che darà il via al maggio parigino. In tal senso, la protesta dei membri della Cinémathèque precede il Sessantotto come lo conosciamo e ne è in un certo senso il preludio: per alcuni - ed è ciò che sottende il film, tratto da un romanzo - quella rivoluzione giovanile si è nutrita dei sogni di celluloide impressi nelle retine di centinaia di giovani cinefili. Prima dell'"immaginazione al potere", il "potere dell'immaginazione" che solo la Settima Arte poteva regalare: in prima linea nella protesta contro il licenziamento di Langlois si vede anche il volto-simbolo di Jean-Pierre Léaud (in un montaggio che alterna repertorio e l'attore che rifà, da sessantenne, se stesso).

La citazione in "The Dreamers" non lavora solo verso la costruzione di una rete di riferimenti intertestuali che innesta nella narrazione per immagini ulteriori livelli semantici o visualizza i quiz nei quali si dilettano i tre protagonisti, dove la mancata risposta si trasforma immediatamente nella penitenza di un gioco al massacro. La messa in serie di cine-immagini scorre parallelamente ai movimenti e ai pensieri dei protagonisti: Bertolucci le monta facendoci intendere che è ciò che vedono/pensano i personaggi, quelle scene sono la porta d'accesso alla loro interiorità. "The Dreamers" diviene in ultima istanza una riflessione sulla condizione del cinefilo, vinto da un perpetuo déjà-vu, costretto a ripetere nella realtà di tutti i giorni sequenze introiettate nell'oscurità di una fumosa saletta, ipnotizzato dal fascio di luce che sullo schermo bianco proietta un'altra vita possibile. L'autore supera la citazione postmoderna e nel modo più intenso riesce a raccontare com'è la vita quando si ha la testa affollata di altre immagini, dell'insuperabile eccitazione di contaminare la propria vita con centinaia di storie di invenzione. E quindi sì, l'accusa più facile di "The Dreamers" è quello di essere ombelicale, onanistico; d'altronde, l'atto di guardare per un cinefilo produce un estatico e casto orgasmo.

In una sequenza Isabelle, che comprende di essere stata vista dai genitori nuda, insieme al fratello e a Matthew, decide di uccidere tutti e Bertolucci usa come paratesto la scena del tentativo di suicidio di Mouchette dell'omonima pellicola di Robert Bresson. La scelta può essere sì l'ennesimo omaggio cinefilo, ma apre interrogativi sui rapporti sessuali inerenti il ménage a trois condotto dai tre amici: nella deflorazione di Isabelle c'è forse l'ombra di una violenza, seppur indiretta, da parte di Théo? Oppure l'aspetto che affascina Bertolucci è la morbosa ripetizione dell'atto suicida, che inizialmente non riesce a Mouchette e che in "The Dreamers" viene interrotto dalla Storia che, chiusa fuori dalla porta, rientra letteralmente dalla finestra. In effetti l'esplosione del maggio parigino ridà vita ai protagonisti e li riporta nel secolo dal quale si erano separati, attardandosi nella scoperta del sesso e del corpo. Il quesito che poneva Matthew resta, però, ancora aperto: Théo e Isabelle sono davvero cresciuti o il loro rapporto li incatenerà per sempre in un limbo distante dalla maturità? Non è un caso che l'americano pacifista si allontani quando capisce la piega violenta della protesta, mentre i due fratelli vi si buttino a capofitto. Anche questo è stato il Sessantotto che rifluirà per alcuni nella clandestinità della lotta armata. Bertolucci ci lascia quindi con un ultimo enigma in quest'opera tutt'altro che risolta e beatamente contraddittoria: la violenza della contesta era l'altra faccia del sogno dell'amore libero, la sua continuazione o, au contraire, la sua negazione, il momento in cui la felice utopia di un immaginario generazionale si scontrava con la dura e inamovibile realtà della Storia?