CAST & CREDITS

cast:
Kate Winslet, Judy Davis, Liam Hemsworth, Hugo Weaving

regia:
Jocelyn Moorhouse

distribuzione:
Eagle Pictures

durata:
118'

produzione:
Apollo Media, Film Art Media, Screen Australia

sceneggiatura:
Jocelyn Moorhouse

fotografia:
Donald McAlpine

montaggio:
Jill Bilcock

costumi:
Marion Boyce, Margot Wilson

musiche:
David Hirschfelder

The Dressmaker - Il diavolo è tornato | Recensione | Ondacinema

The Dressmaker - Il diavolo è tornato

di Jocelyn Moorhouse

drammatico, sentimentale, grottesco, Australia (2016)

di Matteo Pernini

Voto: 5.0

Volendo desumere in una formula concisa il pregio e il vizio del nuovo film di Jocelyn Moorhouse, diremmo che il suo carattere principe è la molteplicità. Ma di cosa? Tracce narrative, anzitutto, e poi stili, ritmi, cappelli, colori, stoffe, caratteri, sfumature, ambienti e lunghezze focali. Un'opulenza tale da lasciare storditi, come innanzi al banco di un estroso pasticcere. In un simile guazzabuglio, la cura del dettaglio si impone e il minimo accento sopra le righe - il più lieve eccesso zuccherino - è sufficiente a scardinare l'equilibrio dei registri. Effetto, questo, che l'arte frettolosa della Moorhouse non ci sembra aver schivato.
Ma procediamo con ordine: di cosa parla il film? Più che una storia, "The Dressmaker" è molte storie, ciascuna degna di un diverso autore.

Anzitutto è un racconto di vendetta, declinazione, questa, che informa l'ossatura dell'intreccio, sebbene si lasci avvertire distintamente solo nel terzo atto e in incipit, quando un'elegante Kate Winslet - magnifica femme fatale in abito scuro, guanti banchi e cappello a falda obliqua - posa a terra la sua Singer, appena prima di sibilare in un alito di fumo: I'm back you bastards. Attorno a lei sbiadite insegne di botteghe a conduzione familiare - "Pratt's General Store", "E. Pettyman, Stock and Station Agent", "P. Almanac, Chemist" - evocano con disincanto un brullo scenario da vecchio West. Siamo, invece, nelle aride distese dell'entroterra australiano, negli spazi cari al John Hillcoat de "La proposta", in quelle piane polverose che l'occhio verticale della Moorhouse spazza sui titoli di testa. In un simile contesto di spoglia desolazione, l'opulenta figura della Winslet si fa nuovo e mutevole baricentro, incrinando gli annosi equilibri morali di un paesino, chiuso attorno al dispotismo di poche figure istituzionali. Che lei nasconda un segreto nel suo passato, non ci sorprende; che mediti un castigo da far calare sul bigottismo di chi in tenera età la esiliò degli affetti, neppure. Lo apprendiamo pian piano e  in una programmatica sequela di studiate rivelazioni, come si fosse in un giallo di Winston Graham.

Il secondo livello del racconto - o, meglio, la sua seconda forma - è il melò, che scivola in ogni anfratto dell'intreccio sino a dominarne il corpo centrale. In pochi, a Dungatar, accolgono con letizia il ritorno di Kate Winslet. She's back!, grida incredula l'insegnante locale, mentre un coro di sguardi confusi fa da pubblico al falò eretto innanzi alla vecchia casa dei Dunnage. Ipotesi e chiacchiere tornano a serpeggiare sulle labbra di questi ottusi provinciali, senza che ciò la scalfisca: è lei, ormai, a dirigere il crudele gioco del pettegolezzo. Si presenta, pertanto, ai paesani sfilando con precisa disinvoltura a bordo campo, durante un incontro di rugby. La palla esaurisce i rimbalzi, gli occhi si fissano su di lei, fasciata in un procace abito rosso, come Marilyn Monroe in "Niagara". Neppure Liam Hemsworth le resiste. E quando prende a sfilarsi i guanti, con la grazia felina di una Rita Hayworth, ci si rammarica di non udire in sottofondo le note di Put the Blame on Mame. Da qui in avanti il percorso è segnato e come in un romanzo di Junichiro Tanizaki - o un suo rapido, fiabesco adattamento - il demone della seduzione divelle i muri del perbenismo, si insinua sottopelle, sino al cervello, sino a dominare gli istinti della brava gente di provincia. In pochi giorni, per le vie del paese, spacchi, velluti, scollature e piumaggi prendono a rincorrersi, ad ammirarsi a sfidarsi. Più richiesta del barbiere di Siviglia, la Winslet siede alla fedele Singer e, intrecciando fili con mano esperta, incrina l'ipocrisia puritana dei suoi nemici. Non fosse per le asperità della trama e certe sue cattiverie, potremmo immaginare lo sguardo di Lasse Hallström al lavoro su di essa.

L'ultima veste di questo "The Dressmaker" è la commedia nera, legata a doppio filo a una satira sociale di sorvegliata crudeltà. Non siamo, però, per intenderci, dalle parti de "La visita della vecchia signora"; sebbene certe assonanze balzino all'occhio, la ferocia comica di Dürrenmatt non ha molto a che spartire con il modesto catalogo di bizzarrie inscenato dalla Moorhouse. E se una punta di sgradevolezza incide, qua e là, alcuni bozzetti della fauna di Dungatar, non è poi raro vederla scemare in una risata grassoccia e ruffiana. Questa, almeno, la nostra reazione di fronte al comico feticismo di Hugo Weaving per i tessuti, o alla riottosa intransigenza del severo farmacista, le cui gambe rispondono con invidiabile precisione al Primo Principio della Dinamica. E che dire della sposa in fuga tra gli sbuffi dell'abito nuziale? Della suocera borghese offesa dalla vitalità dei contadini? Delle macabre dipartite che funestano, col ricorso a una crudeltà ingiustificata, l'ultimo quarto della pellicola? Che non si tratti di semplice umorismo britannico lo testimonia lo scarso rigore nella costruzione dell'effetto, che è improvviso, umorale e stravagante. Siamo, allora, più dalle parti di certo cinema iberico e non dubitiamo che un regista come Álex de la Iglesia avrebbe regalato una maggiore spigliatezza a questa sequela di trapassi e bizzarrie.

La questione cruciale, ora, è come si accordino tra loro i vari registri: non bene, tocca ammettere. E non è, certo, per la preponderanza del melò, o per gli attriti della messa in scena. Il problema è altrove, azzardiamo: nella sceneggiatura. Tratto dall'omonimo romanzo di Rosalie Ham, il film non ha saputo allontanare lo spettro della scrittura e, succube dell'origine cartacea, si è lasciato soffocare dalla fatica delle convenzioni letterarie. Poche cose, nel racconto, sono fuori posto, ma il respiro è quello della prosa. In questo modo le descrizioni si alternano agli sviluppi in monotone cadenze e i luoghi possono solo suggerire opportune memorie, farsi, cioè, scenografie inerti di una storia data a priori. La medesima logica che presiede il montaggio cede alla tirannia romanzesca e asseconda silenziosamente il meccanico scivolare dei registri l'uno sull'altro.
Che dire, infine, degli attori? Le smorfie di Hugo Weaving non ci hanno conquistato, ma il piacere di veder recitare Judy Davis è sempre una felice ricompensa - tra i momenti migliori: la conversazione iniziale sull'uscio di casa con la figlia ritrovata. Quanto a Kate Winslet, fragile, ma determinata femme fatale in sgargianti abiti pastello, non dubitiamo resterà il ricordo più vivo di un film nel complesso confuso e deludente.