CAST & CREDITS

cast:
Tony Leung Chiu Wai, Zhang Ziyi, Chang Chen, Le Cung, Song Hye-kyo, Leung Siu-Lung

regia:
Wong Kar-wai

distribuzione:
Bim Distribuzione

durata:
130'

produzione:
Block 2 Pictures; Sil-Metropole Organisation; Bona International Film Group; Jet Tone Films

sceneggiatura:
Wong Kar-Wai, Xu Haofeng, Zou Jingzhi

fotografia:
Philippe Le Sourd

scenografie:
William Chang, Wai Ming Alfred Yau

montaggio:
William Chang

costumi:
William Chang

musiche:
Nathaniel Méchaly, Shigeru Umebayashi

The Grandmaster | Recensione | Ondacinema

The Grandmaster

di Wong Kar-wai

arti marziali, melò, Hong Kong/Cina (2013)

di Giuseppe Gangi

Voto: 7.5
Dopo aver portato a vette inusitate l'arte stilizzata del suo cinema malinconico e sentimentale, Wong Kar-wai batté la strada americana con scarsi risultati: "Un bacio romantico" fu un insuccesso sia di critica che di pubblico, con appena un milione di dollari di incasso. Wong è così tornato a casa, dove ha ripreso in mano un progetto che coltivava da anni, a suo dire dall'epoca di "Happy Together" (1997): il racconto di Yip Man, noto in Occidente per essere stato il maestro di Bruce Lee.
Wong ha intrapreso la nuova esperienza con la solita maniacalità e "The Grandmaster" è diventata la sua ennesima odissea: accompagnato dal grande maestro di wushu Wu Bin, Wong ha attraversato la Cina e Taiwan raccogliendo informazioni e documenti d'epoca per realizzare quello che stava diventando il ritratto dell'epoca d'oro del kung fu cinese. Ventidue mesi di riprese e tre anni complessivi di lavorazione, con varie leggende come quella che vuole Tony Leung allenarsi per il ruolo da anni, riportando delle fratture alle braccia per ben due volte. In sede di sceneggiatura ha trovato il felice aiuto di Xu Haofeng, esperto di arti marziali oltre che regista che sta tentando di dare una lettura originale e storicistica al genere, il cui contributo è palese: l'opera è infatti intrisa di dettagli tecnici e di filosofia taoista (la massima "conosci te stesso, conosci il mondo, conosci l'umanità").

All'inizio del film, Yip Man (un misurato Tony Leung), paragonando alle stagioni il corso della vita, afferma che i suoi primi quarant'anni sono stati l'estate: siamo nel 1936 a Foshan, quando questo facoltoso artista marziale, outsider rispetto a i circoli che contano, ha la possibilità di diventare celebre sfidando Gong Yutian. Il vecchio maestro che ha unito sotto la sua guida le scuole del Nord e del Sud sceglie di ritirarsi e di trovare anche nel sud della Cina un uomo che divenisse punto di riferimento per tutti: la comunità si prodiga affinché a battersi con lui sia Yip che, infine, lo sconfigge in una sfida di destrezza. La figlia dell'anziano combattente, Gong Er, chiede e ottiene di vedere Yip Man per riscattare l'onore della sua famiglia, conosciuta per la sua imbattibilità. Gong Er e Yip Man si conoscono, si battono e il loro incontro finisce per essere un rendez-vous sensuale, fatto di mani che si toccano, abbracci, volti che si sfiorano: è qui che "The Grandmaster" cambia registro, passando dall'approfondimento storico-filologico sul kung-fu al melò wonghiano. Le due anime si intrecciano sullo sfondo di una Storia in subbuglio che vede susseguirsi lo scoppio della seconda guerra sino-giapponese, del secondo conflitto mondiale e, infine, la rivoluzione maoista che spingerà molti dissidenti a sbarcare a Hong Kong, colonia britannica. Come accennato, Wong non lavora semplicemente sul personaggio di Yip Man, ma si confronta con la fine di un'intera epoca, in cui i maestri del kung fu erano depositari di conoscenze, atletiche e spirituali, fuori dal comune, di un umanissimo senso dell'equilibrio spazzato via dall'incedere della Storia.


Chi credeva di ritrovarsi di fronte a un classico gongfupian, quale è ad esempio il biopic "Ip Man" di Wilson Yip, sarà giustamente spiazzato e forse deluso. Le coreografie di Yuen Woo-ping sono meravigliosamente artefatte, costruite sui dettagli e sui chiaroscuri della fotografia di Philippe Le Sourd (che cerca di seguire i passi del geniale Christopher Doyle), dalla saturazione cromatica dello scontro aperto dell'incipit, allo stepframing sotto la pioggia scrosciante (sottolineato da un attento sound design), passando per i ralenti che ci portano direttamente in contatto con l'interiorità dei protagonisti, col loro flusso di coscienza fatto di desideri, intenzioni e atti mancati. La sensibilità di Wong Kar-wai dona luce nuova agli scontri e ai personaggi del gongfupian, con una regia determinata a descrivere sia i plastici movimenti del corpo che gli sbalzi dell'anima: alla centralità del volto degli attori, si susseguono angoli di ripresa che talvolta li tengono fuori campo o ai margini dell'inquadratura, insieme a lampi di luce che ne oscurano i tratti. La narrazione frammentaria procede per ellissi, con alcuni andirivieni temporali, seguendo la vita dei due protagonisti per più di tre lustri. La parabola dell'amor de lonh, più potente perché espresso solo da gesti, allusioni e non-detti, lancia "The Grandmaster" nell'universo cinematografico wonghiano e, cronologicamente, balza agli occhi come accenni a quella storia di Hong Kong che confluirà in "In the Mood for Love"; nel personaggio di Gong Er, interpretato con intensità da Zhang Ziyi, si intravedono in filigrana diverse eroine wonghiane, in particolare proprio la Signora Chun di Maggie Cheung. Risiede in lei il cuore pulsante dell'opera, quello dove le tematiche care alla poetica dell'autore trapelano in superficie: Gong Er, votando la sua esistenza alla vendetta, rinuncia al matrimonio e a qualsiasi affetto, fino a essere fatalmente rosa dalle ferite del passato. Se in "2046" la mancanza di Su Li-zhen si riverberava in uno specchio ossessivo, che si rifletteva in molteplici amori, stavolta sia Wong che i suoi personaggi appaiono rassegnati all'impossibilità di una serenità sentimentale, davanti al dolore e ai sacrifici da sopportare per sopravvivere a un mondo dove si può solo rimpiangere un passato che non è più. Non è un caso che l'unico a trascendere il proprio tempo sia proprio Yip, il cui ruolo è spesso passivo rispetto agli altri personaggi, come d'altra parte appare superficialmente il suo stile di combattimento, il Wing Chun: soltanto la disciplina marziale è di sostegno per evitare di essere corrosi e distrutti dalle passioni più violente.

Le note che accompagnano lo spettatore nell'ultima parte, al triste commiato tra Yip Man e Gong Er, appartengono al "Deborah's theme" di Ennio Morricone: l'omaggio a "C'era una volta in America" è poi suggellato dall'inquadratura che vede Zhang Ziyi, drogata dall'oppio, lasciarsi andare a un sorriso come nel celebre finale del film di Leone. Inoltre, una curiosa analogia intercorre tra le due opere: com'è noto, Arnon Milchan rovinò la versione americana dell'ultima fatica di Leone imbastendo un montaggio che seguiva la vicenda in maniera cronologicamente lineare, così i Weinstein, meno aggressivamente, hanno imposto a Wong Kar-wai un cut più breve per la release internazionale. Così un film già di per sé contenuto (130' dalle 4 ore del primo montaggio) si è visto decurtato di altri preziosi minuti (anche la durata della versione proiettata nelle nostre sale è inferiore rispetto all'originale): la resa è inevitabilmente meno potente, soprattutto sul versante atmosferico-emotivo, poiché ci troviamo di fronte a uno di quei lavori in cui l'ambizione del regista deve dispiegarsi lungo un grande arco narrativo. Se di "C'era una volta in America" la versione integrale in Italia era uscita, questo non si può dire dell'opera di Wong che è rimasta in sala di montaggio. Superfluo aggiungere che, sebbene il formalismo wonghiano possa essere goduto solo sullo schermo cinematografico, la versione cinese vada recuperata per cogliere il vero senso dell'operato di Wong. Preghiamo anche perché esca al più presto un dvd con l'extended version, per capire la posizione nella storia di personaggi troncati dal poco minutaggio, come l'agente nazionalista "il Rasoio", la cui figura carismatica riesce a lasciare il segno pur comparendo solo tre volte, ma restando quanto meno oscura (forse conveniva eliminarlo del tutto). La sensazione è di trovarci di fronte al capolavoro mancato, dove all'innegabile fascino dello stile di Wong si aggiunge il mistero di un lavoro che, come a suo tempo "Ashes of Time" (1994), appare ancora in divenire.