CAST & CREDITS

cast:
Lorenza Izzo, Ariel Levy, Aaron Burns, Kirby Bliss Blanton, Magda Apanowicz, Ignacia Allamand, Daryl Sabara, Nicolas Martinez, Sky Ferreira, Eusebio Arenas, Richard Burgi, Matias Lopez

regia:
Eli Roth

distribuzione:
Koch Media, Midnight Factory

durata:
100'

produzione:
Worldview Entertainment, Dragonfly Entertainment, Sobras International Pictures

sceneggiatura:
Guillermo Amoedo, Eli Roth

fotografia:
Antonio Quercia

scenografie:
Marichi Palacios

montaggio:
Ernesto Diaz Espinoza

costumi:
Elisa Hormazabal

musiche:
Manuel Riveiro

The Green Inferno | Recensione | Ondacinema

The Green Inferno

di Eli Roth

horror, Usa/Cile (2013)

di Lorenzo Taddei

Voto: 5.0

La "Midnight Factory", etichetta di casa "Koch Media" specializzata nell'horror, distribuisce finalmente nelle sale italiane il penultimo lavoro di Roth, in attesa di "Knock Knock" che uscirà negli Stati Uniti il prossimo 9 ottobre. "The Green Inferno" è un tributo al cult di genere del 1980 "Cannibal Holocaust" del nostro Ruggero Deodato, già omaggiato da Roth con la comparsa in "Hostel: Part 2".

Il mockumentary di Deodato, precursore anche del found footage movie (il ritrovamento di un video che diventa un film nel film) fu lungamente censurato in Italia mentre ebbe un grande successo all'estero. La ragione primaria di questo  successo fu l'impronta fortemente realista del film, tanto che il regista fu addirittura accusato di aver girato uno snuff. La critica neanche troppo implicita che Deodato aveva  rivolto al potere manipolatorio dei massmedia - e della televisione in particolare - viene aggiornata da Roth che pone al centro del suo racconto un gruppo di attivisti infarciti di ideali indotti e armati di twitter e diretta streaming. Manca però al film di Roth la componente realistica: l'impatto coi cannibali è buono e promette bene, ma lentamente la promessa sfuma, mal sostenuta da una sceneggiatura che sembra aver intenti diversi.

La ripresa aerea su cui scorrono i titoli di apertura oscilla sul verde impenetrabile della foresta amazzonica, uno dei luoghi ancora più selvaggi e misteriosi della terra, distante eppure simile al fatiscente mattatoio di "Hostel": due "non-luoghi" dov'è bandita la comunicazione, dov'è impossibile essere ascoltati, due estremità che invalidano tutte le regole che siamo stati educati a rispettare e considerare come acquisite, tutte salvo una soltanto che resta sempre valida.
Le riprese seguenti si spostano in un contesto completamente diverso, da cui Roth comincia il suo discorso: un campus universitario, due studentesse destate dal baccano di un sit-in ambientalista, la domenica mattina.

Partendo dal presupposto che lo spettatore  sappia qual è l'argomento peculiare del film e cerchi di immaginarsi cosa lo aspetta, Roth gira l'antefatto con una leggerezza cinica, rimarcando tutti i falsi problemi, tutte le sciocchezze che angustiano i giovani studenti. Tra queste rientra l'irritazione per la suddetta sveglia domenicale anticipata, rientrano gli ammiccamenti vagamente sensuali  e le minacce fomentate dalla gelosia, rientra anche e soprattutto la foga ambientalista di Alejandro (Ariel Levy)che riesce - complici il suo carisma e il bisogno di esistere degli altri studenti - a formarsi un gruppo di seguaci. Sono almeno tre i riferimenti en passant alla fame: in un dialogo, in una canzone, nel modo intenso di tagliare una bistecca. Roth ci prepara al contraccolpo relativista dei cannibali, filosofi inconsapevoli. E' tutto relativo vedrete, tutto così importante e così non importante, dipende dal punto di osservazione, converrete poi che l'unica regola sempre valida per sopravvivere, nel bene e nel male, è mangiare.  

La tensione cresce progressivamente fino a stabilizzarsi sulla linea di confine che separa la prima parte del film, tranquilla e beata, dalla seconda parte che quanto a beatitudine si intuisce opposta. Su questa linea ideale di demarcazione la missione si compie, I ragazzi si incatenano agli alberi e riprendono coi cellulari quanto sta accadendo: i mercenari armati che spianano la strada alle ruspe si fermano, mentre i video sono già in rete. Ma la missione non ha importanza, a nessun livello possiamo dire. E' un tradimento di Alejandro come un "tradimento" di Roth, in quanto finalizzata solamente a far precipitare eventi e personaggi nell'imbuto della tortura.

Come un buon horror che si rispetti, il cast si compone di facce poco note. La protagonista è Justine, ovvero la moglie di Roth Lorenza Izzo, coprotagonista anche in "Knock Knock" insieme a Keanu Reeves, prima vera star che compare nella filmografia di Roth. La recitazione in questo genere è di secondaria importanza, anzi lo spaesamento amatoriale può addirittura migliorare il film. In questo senso i veri protagonisti sono i cannibali, la maggior parte dei quali attori non professionisti, che catalizzano l'attenzione nella seconda parte del film, nel compiersi dei fatti a cui Roth ci ha lungamente preparato.

L'antipasto che Roth propone è lo sgomento, i giovani bianchi (anche se uno di loro è ispanico, adesso per contrasto sono tutti bianchissimi) manifestano ognuno la personale reazione all'incredibile. Immagini malferme, fuori fuoco, si alternano ad altre sature di colore e corpi, in questa sfilata attraverso il villaggio s'incontrano da una parte la paura più primordiale di finire preda, dall'altra semplicemente una caccia fortunata. Agli occhi dei ragazzi si presenta un mondo nuovo e terribile, estraneo a ogni piano di studi: denti affilati e rafforzati dal trucco, colori forti che spiccano sull'acqua melmosa e il verde totale della foresta: Il trucco nero intorno agli occhi e alla bocca del capo guerriero, il giallo acceso che gli ricopre il viso, il giallo invece più guasto della sciamana agghindata di ossa, il rosso di cui è facile intuire la provenienza che tinge il corpo di tutti gli altri.

I ragazzi bianchi che ci rappresentano sono accerchiati da decine di uomini, donne, bambini dipinti di rosso che parlano una lingua sconosciuta, uomini che urlano, donne che confabulano continuamente fra  loro e strappano i capelli biondi mai visti prima, bambini che ridono vuoi per copione vuoi perché non hanno saputo trattenersi. Tutti che si stringono addosso alla prede, o vittime sacrificali, comunque alla carne, in un trasporto d'eccitazione collettiva da festa di paese. I ragazzi bianchi tacciono perlopiù, in uno stato catatonico e sbavante, le ragazze urlano e si disperano.

Il gruppo viene rinchiuso in una gabbia e Roth serve subito il primo piatto, abbondante, curando alla sua maniera i dettagli, mostrandoci senza fretta il rituale inumano eppure innegabilmente umano che rivolta lo stomaco e ci irrigidisce sulla poltrona. Come in Hostel, piaccia o no, l'effetto funziona. Poi però si rompe qualcosa.

Lo shock è riassorbito dal "barbecue", il film si appiattisce, le urla e la confusione costanti finiscono per perdere intensità e diventare uno sottofondo quasi silenzioso alle immagini. La mancanza di realismo attenua progressivamente la tensione e priva di interesse le "portate" successive. Invece che restringersi lo spazio si allarga e i cannibali diventano ridicoli, ridicole sono le discussioni all'interno della gabbia, i piani di fuga, ridicoli diventano anche i carcerieri. Roth sterza sulla fobia della protagonista - cui aveva fatto cenno nella prima parte del film - e insiste su questa innescando il meccanismo del riscatto, verso una salvezza certo comprensibile (ricordiamoci che si tratta comunque della moglie di Roth) ma che sottrae irragionevolmente credibilità  ai cannibali. Sono invece molto efficaci le scene che spingono il ridicolo non voluto verso il più semplice ed efficace grottesco: gli "effetti collaterali" della prigionia (vedi attacco di dissenteria e masturbazione anti-stress), il cannibalismo inconsapevole, l'infarcitura di marjuana che stordisce l'intera tribù.

E' stato definito "slacktivism" l'attivismo dei nullafacenti, di coloro che si battono senza sapere bene per cosa, attivati soltanto dal voler - oltre che riempire il tempo - dimostrare agli altri e quindi a loro stessi di esser parte in qualcosa di importante. Gli studenti attivisti del film, i ragazzi di Hostel, fanno parte tutti del solito insieme di giovani americani benestanti che vagano in cerca di un motivo per esistere e invece ne trovano uno per morire.

L'idea di base è buona, sadicamente ammetto che mi interessava molto il contrappasso studiato per gli attivisti. Buona anche l'idea di mettere attivisti e cannibali sullo stesso piano: gli attivisti vittime dei cannibali e i cannibali vittime dell'economia globale. Dunque anch'essi poveri diavoli in un inferno destinato presto a scomparire e che quindi ingigantisce la sfortunata tempestività degli attivisti. Purtroppo la sceneggiatura a un certo punto si indebolisce, il soggetto è chiaro ma diventa confuso il modo in cui viene proposto, è un tragico errore allontanarsi dalla realtà e avviarsi verso un epilogo - pur sanguinoso - quasi fiabesco, concedere una salvezza - pur a caro prezzo - fin troppo semplice o semplicistica.