CAST & CREDITS

cast:
Jocelin Donahue, Tom Noonan, Greta Gerwig, Mary Woronov

regia:
Ti West

durata:
95'

produzione:
MPI Media Group, Constructovision, RingTheJing Entertainment, Glass Eye Pix

sceneggiatura:
Ti West

fotografia:
Eliot Rockett

scenografie:
Jade Healy

montaggio:
Ti West

costumi:
Robin Fitzgerald

musiche:
Jeff Grace

The House of the Devil | Recensione | Ondacinema

The House of the Devil

di Ti West

horror, Usa (2009)

di Giuseppe Gangi

Voto: 7.5
Ti West è un ragazzo nato nel 1980 che inizia a fare film indipendenti di genere horror negli anni 2000; dopo alcuni corti esordisce nel lungometraggio con "The Roots" nel 2005, a soli 25 anni. West è così affezionato agli horror grazie a cui ha sviluppato la sua passione per il cinema che omaggia di continuo il genere a cavallo tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta: "The House of the Devil" si può considerare un manifesto della sua cifra stilistica oltre che un precursore dell'ondata di cinema di genere che rivisita il decennio edonista in lungo e in largo - basti considerare che, mentre il secondo lungometraggio del regista è datato 2009, opere quali "Super 8" e "It Follows" rispettivamente 2011 e 2014.

Un accenno di trama: Samantha vuole prendere in affitto una casa perché stanca dal comportamento e dall'atteggiamento della sua compagna di stanza, disordinata e senza orari; trova la casa dei suoi sogni ma costa 300 dollari al mese e lei, depositati in banca, ne ha solo 84. Sulla bacheca antistante al dormitorio universitario vede affisso un annuncio per un lavoro da baby-sitter (e la "S" è il simbolo del dollaro). La ragazza, accompagnata dall'amica Megan, si reca nella dimora degli Ulman, che si trova isolata fuori città: scopre che non c'è nessun bambino da accudire, bensì vigilare sull'anziana madre della signora Ulman mentre i coniugi andranno ad assistere all'eclissi lunare (motivo per il quale si sono trasferiti in quella cittadini). Megan si inquieta e vorrebbe portare via l'amica che, però, è troppo allettata dalla possibilità di guadagnare 400 dollari in quattro ore.  

West si può facilmente accusare di parassitare un immaginario noto e codificato ma a ben vedere la sua operazione di recupero filologico non si ferma all'omaggio feticistico costruito metodicamente grazie alla pellicola 16mm, la cui resa fotografica sembra veramente appartenere a quegli anni con tanto di titoli di testa accompagnati da freze-frame e a un certosino lavoro sui dettagli (vestiario, automobili, il walkman!); a suddetto livello, è inutile rubricare ogni possibile citazione, dalla trama arcinota della baby-sitter in pericolo, alla paura per le sette sataniche che, una scritta in apertura, ci avverte fosse molto sentita negli anni Ottanta e che la storia a cui stiamo per assistere si ispira a fatti - inspiegati - realmente accaduti (un po' come accadeva per "Amityville Horror" e "Non aprite quella porta"). Il secondo livello è meno ovvio: l'autore sembra fornire uno scenario noto allo spettatore quasi rassicurandolo che niente che vedrà potrà mai spiazzarlo; in realtà, il sottile lavoro sugli stilemi della messa in scena dell'orrore di West parte proprio da qui, dal contesto. Fedele alla linea, l'autore bandisce i jump-scare, il missaggio a tutto volume senza motivo e ricama raffinatezze da intenditori, ma con la barra della drammaturgica diretta verso la prevedibilità... O forse no? West lavora febbrilmente alla ricostruzione dell'horror anni 80 ma nei fatti slitta di volta in volta l'appuntamento col terrore: cita platealmente sia l'Hitchcock di "Psycho", sia il Kubrick destrutturante di "Shining" - quando vi è l'unica impennata di volume con musica stridente e disturbante; nella forma come nella sostanza, West guarda a Carpenter (lo stillicidio di suspense che si fa spazio nella normalità) e al primo Cronenberg (la sensazione morbosa di un pericolo celato sotto la superficie delle cose), ma poi svicola non seguendoli fino in fondo. Se bisogna fare un ulteriore e meno scontato paragone, è evidente che West conosca a menadito il filone horror più pervasivo degli ultimi vent'anni, ossia quello nipponico. Esattamente come il j-horror di Nakata Hideo e Kurosawa Kiyoshi (sebbene l'arte di quest'ultimo faccia quasi storia a sé), West rarefà l'atmosfera insediando il fantasma di un possibile assedio ma se costoro dovevano creare un mistero se non addirittura una detection (si pensi a "Ringu"), a West basta invece pescare a piene mani dall'immaginario orrorifico del cinema americano del passato perché lo spettatore sia predisposto ad attendersi l'arrivo del babau o dell'assassino, appostati al buio dietro l'angolo. Se, però, gli autori sopracitati davano qualcosa allo spettatore ricordandogli di tanto in tanto la prossimità del Male, qui non c'è nessuno ad aspettare dietro l'angolo, se non West stesso, impegnato a rialzare la posta dell'angoscia, quasi a estenuare il suo pubblico, snervandolo. Tanto per intenderci, l'unica scena violenta prima del finale è posta dopo più di mezz'ora ed è così brutale e improvvisa che ci si aspetterebbe che l'evento traumatico segni l'inizio di una escalation omicida: invece, per un'altra mezz'ora, accade poco o niente.  

"The House of the Devil" ha come segno registico predominante un uso del campo medio con focale lunga che, soprattutto, nella parte centrale girata nella lugubre casa Ulman, dà la giusta dose di claustrofobia, e poi un ampio ricorso a inquadrature strette e a dettagli: elementi tesi a far calare sullo spettatore una insostenibile cappa di tensione, soprattutto per le sorti della protagonista che, in una bellissima sequenza, balla nella casa, vuota eccetto la sua ombra che la insegue durante gran parte del film; è probabilmente un dettaglio non voluto ma anche la solitudine di Sam nell'enorme casa fa sì che il gioco di ombre e luci divenga un elemento essenziale per dirimere il momento topico del possibile assalto. Insomma, quando tornerà l'altissimo e inquietantemente mellifluo Tom Noonan (il "dente di fata" di "Manhunter", qui il signor Ulman)? E' per questo, con tutta probabilità, che molti criticano il film per il suo essere lento e noioso. Ma se vale la pena evidenziare un punto debole nell'operazione di Ti West, esso consiste nell'ultimo atto alla cui attesa si arriva spasimanti e non regala altro che ciò che aveva promesso in epigrafe (una setta satanica, un rimando netto a "Rosemary's Baby"). L'effetto depotenziato di questa parte definisce però un concetto basilare delle pellicole volte a scuotere i sensi dello spettatore, terrorizzandoli: la paura è nell'ignoto, in ciò che non si vede. Persino il diavolo è più accettabile rispetto alla sospensione di una pausa infinita e gradevole che, si intuisce, potrebbe essere annegata nel sangue da un momento all'altro. Anche solo per averci ricordato ciò, chapeau!