CAST & CREDITS

cast:
Jeremy Renner, Kate Mines, Sam Redford, Brian Geraghty, Christian Camargo, Ralph Fiennes, Guy Pearce, David Morse

regia:
Kathryn Bigelow

distribuzione:
Videa CDE, Warner Bros. Pictures

durata:
131'

produzione:
First Light Production, Kingsgate Films

sceneggiatura:
Mark Boal

fotografia:
Barry Ackroyd

scenografie:
Karl Jùliùsson

montaggio:
Bob Murawski, Chris Innis

musiche:
Marco Beltrami

The Hurt Locker | Recensione | Ondacinema

The Hurt Locker

di Kathryn Bigelow

guerra, Usa (2008)

di Pietro Andrea Bonaffini

Voto: 7.0
"La furia della battaglia provoca dipendenza totale, perché la guerra è una droga" - Chris Edgar

Baghdad, Iraq. Ma potremmo essere in qualsiasi altro posto, su questa polverosa terra, devastato da un conflitto. L'Unità Speciale Bravo Company, specializzata nel disinnescare ordigni inesplosi, perde il suo capo-artificiere a poco più di un mese dalla fine del proprio servizio nell'esercito (il titolo del film si riferisce alla "cassetta del dolore", dove vengono chiusi i corpi dei soldati morti). A prendere il comando arriva il sergente James (Jeremy Renner), esperto del mestiere (ha disinnescato più di ottocento ordigni), ma dall'indole piuttosto impulsiva e che non teme di morire.

Dopo "Redacted" di Brian De Palma e "In the Valley of Elah" di Paul Haggis, l'America torna a parlare della guerra di Iraq, una delle più sanguinose dai tempi del Vietnam e che mai come negli ultimi anni si è dimostrata del tutto inutile e, forse, evitabile. Kathryn Bigelow collabora alla sceneggiatura assieme all'ex-reporter di guerra Mark Boal, dai cui articoli era già stato tratto proprio il film di Haggis.
Ma "The Hurt Locker" - presentato in concorso quest'anno a Venezia - non sembra tanto voler parlare della guerra in Iraq, quanto piuttosto analizzare la vera e propria dipendenza che questa (ovunque essa sia) crea nei soldati. Il cinema americano non è nuovo a questo tipo di riflessione. Se ci è permesso il paragone, a venire in mente a questo proposito è la prima battuta pronunciata da Willard nel capolavoro coppoliano: un conflitto può cambiare un soldato, crescendo sotto pelle, infestando sogni e visioni, rendendolo quasi dipendente. Come fosse, appunto, una droga.   
Ed infatti Kathryn Bigelow non inventa nulla. Ma confeziona un lavoro solido, teso e visivamente splendido. Di certo, fosse durato di meno, sarebbe forse stato perfetto, perché - a conti fatti - il film procede attraverso situazioni abbastanza simili tra loro (anche se viene comunque mantenuta una precisa linea narrativa) e rischia di perdersi nella seconda parte. Forse è vero che i personaggi principali sembrano, a tratti, delle semplici macchiette, allo stesso modo un cui gli iracheni appaiono sullo schermo come fossero delle pure e semplici ombre. Perchè in realtà rappresentano solo il nemico nascosto, in agguato, pronto all'assalto. Oppure, chi lo sa, solo uno spettatore incuriosito.

Forse. Ma nonostante questo, la regista californiana fornisce un'ottima prova dietro la macchina da presa e, grazie anche alla bella scenografia di Karl Jùliùsson, disegna scene cariche di tensione, siano esse tra le strade di una città fantasma oppure in un deserto infuocato. Primi piani stretti, alternati ad immagini in soggettiva, macchina a mano, montaggio febbrile. Ralenty che sospendono l'azione per pochi secondi, cristallizzandola prima che esploda in tutta la sua potenza: la polvere che sta per alzarsi da una macchina, il terreno arso dal sole che sta per sbriciolarsi, il bussolotto di un proiettile appena sparato che cade a terra. Movimenti bruschi di camera, che tenta di mettere a fuoco bersagli lontani, nascosti. Ogni uomo che guarda da un tetto, da una finestra, dalla strada potrebbe essere un nemico. Ma non c'è nessun patriottismo, nessuna presa di posizione. Solo una missione dopo l'altra, una sfida contro la morte dopo l'altra, con un estenuante conto alla rovescia, in lunghe (forse troppe) scene tesissime, sostenute dalla musica martellante ed ipnotica di Marco Beltrami. Su tutte, quella di apertura e l'estenuante tiro al bersaglio nel deserto.  

La guerra può davvero essere una droga, qualcosa di cui non ci si può più liberare, un fantasma che chiama costantemente a sé. Non serve necessariamente uno scontro a fuoco per capirlo. Basta una (fin troppo) breve scena di quotidiana apatia all'interno di un supermercato, quando il sergente James, oramai tornato a casa, si trova sommerso da scatole di cereali. Una progressiva presa di coscienza che lo porta a capire come l'unico modo di vivere la vita sia quello di rischiarla. Ogni giorno, sul campo. Come nell'inquadratura finale, dove il sergente, di nuovo chiuso nel suo scafandro, si inoltra ancora una volta lungo una strada deserta, alla caccia dell'ennesimo nemico nascosto, pronto ad esplodere.