CAST & CREDITS

cast:
Logan Marshall-Green, Tammy Blanchard, Michiel Huisman, Emayatzy Corinealdi, Lindsay Burdge, Mike Doyle, Jay Larson, John Carroll Lynch

regia:
Karyn Kusama

durata:
99'

produzione:
Gamechanger Films, Lege Artis, XYZ Films

sceneggiatura:
Phil Hay, Matt Manfredi

fotografia:
Bobby Shore

montaggio:
Plummy Tucker

musiche:
Theodore Shapiro

The Invitation | Recensione | Ondacinema

The Invitation

di Karyn Kusama

thriller, drammatico, Usa (2015)

di Eugenio Radin

Voto: 7.0

 

"Un sacco di gente ci crede pazzi.
Ma dubito che siano felici quanto lo siamo noi"

 

 



A sei anni di distanza dal suo ultimo lungometraggio, la regista statunitense Karyn Kusama ritorna sul grande schermo con un'opera dai toni minimalisti, che rinuncia ai grandi corpi di Hollywood (come quelli di Charlize Theron e di Megan Fox: protagoniste dei suoi due precedenti lavori) per focalizzare piuttosto l'attenzione sull'introspezione e sulla messa in scena di una sceneggiatura capace di perturbare e di germinare in riflessioni su temi universali quali l'elaborazione del lutto, il dolore e la felicità.
Invitato a una reunion di vecchi amici, il giovane e introverso Will si reca con la compagna Kira nella sua vecchia casa dove abitano l'ex moglie Eden, organizzatrice dell'evento, e il suo nuovo compagno David.

Separatisi dopo la tragica morte del figlio i due ex sposi sembrano aver gestito il dramma in maniera opposta: Will è rimasto imprigionato nella gabbia del dolore, assumendo via via un carattere sempre più schivo e taciturno. Eden al contrario sembra essere riuscita a superare il trauma grazie all'aiuto di un misterioso gruppo di sostegno, una sorta di setta mistica, frequentato per un lungo periodo in Messico con lo scopo di imparare a conoscere l'arbitrarietà del dolore terreno e la possibilità di una ricompensa escatologica.
Will si dimostra però sospettoso verso la nuova filosofia dell'ex compagna e dubita che dietro alla deliziosa cena che fa da sfondo alla rimpatriata si nascondano intenti veramente amichevoli.

Girato per lo più in interni, in ambienti che intensificano la tensione grazie alla loro claustrofobicità e coadiuvato da un sapiente utilizzo di sinistri effetti sonori, "The Invitation" ha la capacità di mantenere costantemente lo spettatore in uno stato di titubanza, incapace di comprendere se il sospetto verso le intenzioni della giovane coppia sia fondato o se tale paranoia esista solo nella mente psicotica del protagonista, reso insicuro e diffidente dalla tragedia subita in passato.

Ma presto o tardi anche il pubblico verrà colto dal sospetto e i comportamenti dei commensali, l'atmosfera grottesca e l'inusualità dei dialoghi favoriranno l'aumento dell'angoscia, che esploderà solo alla fine, in un agghiacciante finale in grado di imprimere alla pellicola un significato più ampio e in grado di estendersi al di là della narrazione stessa e dei singoli protagonisti.
Tuttavia ciò che la pellicola porta non è soltanto un piacevole intrattenimento fine a se stesso, ma come già accennato essa è capace di far riflettere il pubblico su temi più alti e imperituri, primo fra tutti il rapporto tra felicità e morale.

Se sin dall'inizio della riflessione etica il concetto di felicità ha occupato una posizione di spicco, fu però lo stesso Aristotele che, dopo averla identificata con il Sommo Bene, pose dei limiti al suo effettivo raggiungimento: secondo lo stagirita è infatti pressoché impossibile, per chi nella vita subisca gravi ingiustizie del destino come la perdita di un figlio, essere felice.

Ma se Will, facendo propria l'idea aristotelica, si appiattisce a questo triste destino, l'ex moglie Eden continua invece a sperare nella possibilità di una pace interiore e la ricerca per vie che non hanno più a che fare con l'azione virtuosa, ma piuttosto con la speranza in una salvezza ultraterrena e con la ricerca della morte quale soluzione più rapida all'infelicità e alla caoticità del presente.

Fino a dove, sembra allora domandarsi la pellicola, può spingersi l'uomo nella ricerca della propria armonia senza sfociare nell'egocentrismo e nella follia? Chi è più forte tra il desiderio di annullamento del dolore e l'imperativo categorico della morale? Può realmente il Credo in una liberazione dopo la morte anestetizzare la sofferenza della vita?

Certamente tali riflessioni sono soltanto lo sfondo su cui si costruisce la narrazione e solo lo spettatore volenteroso di andare oltre alla semplice letteralità dell'immagine cinematografica potrà coglierle e farle proprie. Per chi si volesse fermare a un primo piano di lettura dell'opera essa è comunque in grado di offrire un più che discreto prodotto di intrattenimento, forte di un soggetto originale che non cade nei cliché sempreverdi che abbondano in molti prodotti di genere. 
Chi però sarà pronto ad andare oltre nella lettura e a ricercare i contenuti che fanno da collante alle varie scene, troverà qui terreno fertile per una riflessione capace di trascendere la pura tecnica cinematografica e di cui noi abbiamo voluto fornire solo un piccolo e marginale punto di vista.