CAST & CREDITS

regia:
Phil Lord, Chris Miller

distribuzione:
Warner Bros Pictures

durata:
100'

produzione:
Warner Bros - LEGO Group

sceneggiatura:
Phil Lord - Chris Miller

fotografia:
Pablo Plaisted

montaggio:
David Burrows - Chris McKay

musiche:
Mark Mothersbaugh

The Lego Movie | Recensione | Ondacinema

The Lego Movie

di Phil Lord, Chris Miller

animazione, commedia, azione, Usa (2014)

di Piero Calò

Voto: 7.5
Emmet è un modesto operaio edile, uno dei tanti che, grazie all’irrinunciabile libretto delle istruzioni, è capace di assemblare grattacieli nella città di Bricksburg.
Faccia anonima e poco caratterizzata, i suoi stessi colleghi hanno serie difficoltà a descriverlo tanto è banale: un perfetto mattoncino nella folla che, suo malgrado, diventa eroe di un’avventura più grande di lui.
L’avventura ruota intorno alla lotta tra le forze dell’ordine (il presidente della Octan e del mondo, Lord Business, e il fedele poliziotto bipolare Poliduro/Politenero) contro quelle della creatività polimorfa dei mastro-costruttori, una sorta di consorteria muratoria guidata dal saggio e cieco Vitruvius e che dispiega il meglio degli asset Lego-Warner Bros, dal cavaliere Oscuro alla sua fidanzata dark, Lucy Wildstyle; da Superman a Hello Kitty: dinamici e ottimisti, geniali e pasticcioni, ingenui ed egoisti di cui Emmet sarà condottiero che farà la differenza.
E la differenza consiste nel’adottare una strategia imprevedibile e vincente: si uniscono, mettono da parte il proprio smisurato Ego tanto che il misantropo e leggermente misogino pipistrello che lavora solo con pezzi "neri, al massimo grigi ma molto scuri" si trova gomito a gomito con Uni-Kitty, la regina del glitter.

"The Lego Movie" è una sintesi fluida e significante di Stop Motion, CGI e Live-Action (attori in carne e ossa).
La Stop Motion si lega perfettamente ai percorsi obbligati dei bottoncini il cui movimento è giocoforza discreto, impossibile da fluidificare.
È la CGI, l’immagine generata al computer, a mettere letteralmente le ali sotto i piedi dei suoi eroi nel mentre il Live-Action si inserisce nella trama con la Domanda delle Domande: la bellezza dei Lego è nella stasi, una sorta di scultura, arte plastica, che gli adulti tendono a rafforzare in modo irreversibile con la famigerata colla fissatutto oppure è legata al linguaggio astratto, alla narrazione che i bimbi di tutti i tempi e di tutto il mondo formalizzano sotto forma di sceneggiatura di battaglie campali e guerre di mondi che l’animazione traduce in pura e semplice (neanche tanto) dinamica?
Il paradosso tra il creato e il generato funge da vertigine della mise en abyme in cui i piani narrativi si intrecciano e si compenetrano e ricorda da vicino in special modo gli choc emotivi dei "Toy Story".
Il tono resta però seriamente giocoso, come è nella natura stessa del Lego, testimoniata dal coinvolgente leit-motiv, una hit che ricorda molto da vicino l’immediatezza infantile della gloriosa italo-disco: Everything is Awesome! (in italiano: È meraviglioso!) per la quale il compositore Shawn Patterson ha ottenuto una nomination agli Oscar.

Concepito come un film d’azione, "The Lego Movie" è totalmente sprovvisto di ritmo perché procede a una sola velocità, a tavoletta.
Le panoramiche sembrano seguire non il principio del cerchio col suo limite dei 360 gradi ma danno l’impressione di cineprese montate su spirali virtualmente infinite e solo nel finale riusciremo a comprendere perché esse assumono come punto di vista dominante il plongeè, la visuale dall’alto come fossero non telecamere ma touch screen che qualcuno sta non solo guardando ma fors’anche dirigendo.
La necessaria e vitale espirazione dell’anidride carbonica, i rari momenti di riflessione, sono affidati al Live-Action, ai conflitti generazionali padre-figlio da cui tirare fuori l’immancabile lezioncina morale.

Così, il mondo dei Lego assume una impresa che, agendo sottotraccia, è ancora più complessa della guerra che mette in atto; nella volontà di integrare i tanti mondi che ha rappresentato, crea un multiverso di cui l’operosa Bricksburg è solo il punto di partenza e attraverso dei varchi iniziatici si proietta nell’Old West, negli scenari più abissali de "Il signore degli anelli", nelle traiettorie di "Star Wars", nei pascoli di Hello Kitty fin nei resort del Paese dei Cucù sorvolando sulle gradite confusioni di forme e composizioni e dandosi come unica regola il rispetto della palette multicolore ma fredda.
Lo stile e la vertigine del cinema di Christopher Nolan è ricorrente e non solo a causa di Batman ma nella disinvoltura della messa in scena dell’arco spazio-temporale, rincorso a perdifiato come era stato in "Inception".
 La porticina tra l’animazione e il Live-Action si manifesta con la stessa atmosfera rarefatta e metafisica di "Interstellar" anche se è impossibile stabilire se gli sceneggiatori hanno avuto la possibilità di vederlo in tempo utile. Il pulotto mezzo buono-mezzo cattivo è una riuscita parodia di Duefacce, l’alleato-antagonista di Batman, che usa la faccia come una lavagna su cui operare a freddo.
Se nel film di Nolan, però, l’intento era quello di marcare gli stati emotivi in un senso più profondo di dolore e solitudine, qui i primi piani (in special modo quelli di Emmet) sono architettati prendendo come riferimento l’immagine rassicurante delle Emoticon: l’incarnato giallo e la semplicità stilistica dei tratti primari dei personaggi Lego, il sorriso e gli occhi, sono effettivamente degli Smile.
L’unica occorrenza di un senso di desolazione è, al contrario, divertente: la magistrale visione del cervello di Emmet che, peggio del microbo in dotazione a Homer Simpson, è una enorme distesa di mattoncini grigio-chiaro vuota, una tabula rasa al netto di un suo sogno eversivo, il suo sogno in quel cassetto troppo grande che è la sua testa: Emmett vorrebbe costruire il prototipo della sua Idea, un divano a castello per poter vedere tutti insieme la TV, magari la lynchiana sit-com di culto che si chiama "Dove sono i miei pantaloni?".
Homer Simpson ne sarebbe stato orgoglioso, meglio: geloso.

E così la titanica operazione del "Lego Movie" (tre anni di lavorazione, una precisione maniacale dei più minimi dettagli) arriva in porto in pompa magna.
Il sequel, previsto in sala nel 2018, è già in lavorazione e integrerà nella nuova storia anche i Duplo, i mattoncini dei più piccini.
Il nodo mai sciolto riguardante il loro destinatario d’uso rimane ironicamente senza risposta: sono essi un’ingegneria in scala e irrimediabilmente adulta?
O, più semplicemente, fa fede quello che c’è scritto su ogni scatola e sono quindi "vietati" ai maggiori di 14 anni?
Il dubbio resiste e d’altra parte non potevamo certo pensare che Lego avesse la minima voglia di affrontarlo: a che pro? Limitare la fetta di mercato? Così, la prima battuta del film è quasi uno choc: "Copritevi le chiappe!" – ammonisce Vitruvius, lasciandoci tutti un po’ di stucco.
D’altra parte, la censura statunitense scatta implacabile solo per questioni legate al sesso, non sul linguaggio né sulla rappresentazione della violenza.
I cartoon americani puntano decisamente sull’amoralità militante di Homer Simpson, l’irrequietezza anale (nel senso freudiano) di Bart o quella romantico-letteraria di Lisa fino al cinismo politically incorrect de "I Griffin" e "American Dad".
E i Lego continueranno imperterriti a far litigare genitori e figli.
Dopotutto, litigare è comunque comunicare…