CAST & CREDITS

cast:
Léa Seydoux, Rachel Weisz, Colin Farrell

regia:
Yorgos Lanthimos

durata:
118'

produzione:
Element Pictures

sceneggiatura:
Giorgos Lanthimos

fotografia:
Thimios Batakakis

scenografie:
Jacqueline Abrahams

montaggio:
Yorgos Mavropsaridis

The Lobster | Recensione | Ondacinema

The Lobster

di Yorgos Lanthimos

surrealista, Grecia (2015)

di Alberto Mazzoni

Voto: 8.5

Nel mondo di "The Lobster" non si può rimanere single per più di 45 giorni, pena essere trasformati in animali. Quando viene chiesto all'inciccionito Colin Farrell che animale vorrebbe diventare se dovesse subire la trasformazione prevista dalla legge, lui risponde "L'aragosta". "Bene - gli viene risposto - di norma tutti pensano ai cani, ed è per questo che ce ne sono così tanti. Pochi pensano agli animali esotici, ed è per questo che rischiano l'estinzione".

L'oggetto dell'indagine di Lanthimos è la relazione di coppia. La ricchezza dell'argomento è pari solo alla ricchezza delle invenzioni visive, narrative, tecniche messe in campo dal regista greco in questo film. Forte è la tentazione di fare un elenco che però vi priverebbe del piacere di scoprirle durante la visione. Siate solo certi che ogni minuto di pellicola porta uno spiazzamento e/o un momento di bellezza e/o un punto di vista imprevisto e/o una risata. Ci venga concesso di citare solamente due aspetti particolarmente affascinanti. Uno dal lato formale: l'uso spregiudicato della voce over, che dice il banale, copre l'essenziale, anticipa gli eventi, li segue, vi si sovrappone, in breve, invece di essere la solita via di mezzo tra lo spiegone dei registi incapaci o il flusso di coscienza Malickiano, è un elemento dinamico e sorprendente del film. Uno dal lato della sceneggiatura: se felicità se non illusoria non v'è nè da soli nè in coppia quindi nessuna delle due condizioni è il nemico, a ben guardare un nemico attaccato direttamente c'è: la classificazione. Nel mondo di "The Lobster", e spesso nel nostro, non ci sono sfumature, ombre o complicazioni ammesse: sei eterosessuale o omosessuale, solo o in coppia, un aspetto ben preciso ti identifica, uno altrettanto preciso ti lega o ti isola. Se la questione ontologica tra continuo e discreto è vecchia come il mondo, è anche vero che in una società commerciale e normativa come la nostra definire bene le categorie è assolutamente necessario, ed è qui che Lanthimos colpisce.

Ed è per questo che non si può ben classificare il film. La risata continua non è separata dalla riflessione caustica che non si può scindere dalla bellezza formale che è legata alla violenza che a tratti, inevitabilmente, squarcia la quiete immobile del trascorrere delle (45) giornate. Isolando analiticamente ma artificialmente l'aspetto umoristico, "The Lobster" è un film spassoso, in cui, come in uno scritto di Houellebecq, i comportamenti umani vengono mostrati talmente nudi, la loro profonda assenza di senso così evidente, che non hai altra alternativa che riderne.

L'unico vero difetto - paradossale - che si può imputare al film è una eccessiva devozione filiale verso Bunuel (tre citazioni esplicite sono ingombranti, e a posteriori pure il titolo...). Si spera che con questo il debito si consideri pagato e si possa tornare a opere integralmente originali come lo stupendo "Dogtooth". Essendo a parere di chi scrive Bunuel il più grande regista di sempre, citarlo è comunque un difetto veniale.

Come nota tecnica è impressionante la gestione delle star hollywoodiane nel film. Il glamour di Rachel Weisz e Léa Seydoux (forse due delle donne più belle del mondo, e ottime attrici) si pone sullo stesso piano di due stupende vecchie conoscenze di Lanthimos: Angeliki Papoulia ("Dogtooth") e Ariane Labed ("Attenberg", in cui Lanthimos recitava). E Farrell, da sempre sottovalutato, trova un ruolo da ricordare. La colonna sonora va da un pezzo di violini di Beethoven ripetuto in maniera ossessiva a Nick Cave, passando per la musica elettronica che, vedrete perchè, è ascoltata dai protagonisti ma non da noi. Infine la fotografia. Thimios Bakatakis è un maestro, e già lo sapevamo, ma la sorpresa è l'abilità con cui riesce a passare dalle figure dal nitore iperrealista delineato dal sole greco a questo universo di hotel felpati e boschi muschiati. Per la composizione delle immagini e delle luci "The Lobster" è un film che varrebbe la pena di guardare anche senza sonoro.
In sala al termine del film c'è chi si è alzato per esternare il proprio sdegno, siete avvisati. Ma vale la pena rischiare. Que viva Grecia!