CAST & CREDITS

cast:
Kate Winslet, Ralph Fiennes, David Kross, Alexandra Maria Lara, Lena Olin, Bruno Ganz

regia:
Stephen Daldry

distribuzione:
01 Distribution

durata:
123'

produzione:
Mirage Enterprises, Neunte Babelsberg Film, The Weinstein Company

sceneggiatura:
David Hare

fotografia:
Roger Deakins, Chris Menges

scenografie:
Brigitte Broch

montaggio:
Claire Simpson

costumi:
Donna Maloney, Ann Roth

musiche:
Nico Muhly

The Reader - A voce alta | Recensione | Ondacinema

The Reader - A voce alta

di Stephen Daldry

drammatico, Usa/Germania (2008)

di Diego Capuano

Voto: 6.5
"The Reader" è suddivisibile in tre blocchi comunque inseparabili per assumere una ragion d'essere, ognuno dei quali immerso in un passato inestricabile e indicato a farsi  carico delle azioni presenti, macchiate da gesti troppo grossi per essere gettati alle spalle.
Il primo terzo del film si poggia sullo scandire degli incontri sessuali tra il giovane Michael e la più matura Hanna. In questo contesto emerge da un lato l'iniziazione amorosa del fanciullo, dall'altra una via di fuga (che è anche valvola di sfogo) da un passato che però mai si affaccia in maniera diretta alla materia narrativa, se non per lo sfondo post-bellico che sussurra malumori nella rigidità del nucleo familiare cui il ragazzo è posto quotidianamente.

Gli incontri tra i due amanti si susseguono con piccole variazioni, difficilmente accompagnate da un solare ottimismo che riesce ad intravedere raggi di luce futura. Brusca ed irregolare, la donna si differenzia dal ragazzo anche per estrazione sociale e culturale e si unisce a lui grazie ad un'alchimia difficile da descrivere anche con il senno di poi.

L'impulso sessuale di entrambi è intervallato da letture che vanno dall' "Odissea" di Omero a "Le avventure di Huckleberry Finn" di Twain a "La signora con il cagnolino" di Cechov: il ragazzo legge e la giovane analfabeta, "in cambio" le offre il suo corpo, secondo una tradizione cinematografica che spesso ha amalgamato nel medesimo contesto erotismo e letteratura.

Ma l'Odissea è soprattutto quella di Michael: il suo viaggio di formazione continua e la prima parte dimostrativa rendono la presenza di Hanna, seppur materialmente meno attiva, capace di infettare ogni fotogramma del film. Questo balzo temporale (dal 1958 al 1966, quando un Michael più maturo è uno studente di legge) incorpora invece tutta l'amministrazione del tema portante del passato, proiettato fino al 1995, con un Michael ormai padre divorziato: il passato già visto nella prima parte ed un altro ancor precedente che nasconde delle terribili verità non soltanto riemerse ma addirittura gonfiate per la vergogna di non saper né leggere né scrivere.

Gli anni avanzano, ma con l'incombere delle rughe e delle stempiature quella storia d'amore tra un quindicenne ed una trentenne, pur durata una sola estate, diventa un qualcosa di incancellabile. E la premura di Michael nel sapere Hanna una donna ancora viva ci suggerisce, attraverso il ricordo di ciò che può definirsi comunque a tutti gli effetti un primo amore, che il passato è l'indiscussa fonte di verità. Così il film, mentre ci costringe a rivedere gli iniziali incontri tra Hanna e Michael secondo nuove ottiche scaturite dalle successive rivelazioni, non offre molte scorciatoie d'assoluzione, come ben ci illustra l'ultimo incontro tra i due protagonisti, dove l'ignoranza di base della donna non è stata scalfita contemporaneamente alla neonata capacità di leggere da parte della stessa.

Ed è proprio in questo dono di audiocassette che batte il cuore del film, ed è proprio qui che vanno ricercati i limiti della pellicola. Un atto di riconoscenza (d'amore?) che dovrebbe incendiare l'animo dello spettatore, struggente, però, soltanto sulla carta. L'occhio distaccato di Stephan Daldry, che riesce a non fare la morale, è molto penalizzato quando dovrebbe invece scuotere l'animo di chi guarda. In questo modo il coinvolgimento è soltanto parziale, intellettuale più che di cuore, anche quando, invece, quest'ultimo dovrebbe finalmente esplodere. Tanto da essere imbevuto in un eccessivo schematismo che talvolta, preoccupandosi di spiegare e sottolineare, finisce con il dilungarsi più del dovuto (si veda la sequenza della visita finale alla donna ebrea, che appesantisce tutto il percorso finale).

Se il film può essere scambiato per quel che non è - ottimo - il merito è da attribuire ai due grandi direttori della fotografia (Chris Menges e Roger Deakins) e al mirabile cast, capeggiato, ovviamente dall'ottima Kate Winslet, che avremmo però preferita veder premiata agli Oscar per "Revolutionary Road" piuttosto che per questo film.