CAST & CREDITS

cast:
Naomi Watts, Martin Henderson, David Dorfman, Brian Cox, Jane Alexander

regia:
Gore Verbinski

distribuzione:
Uip

durata:
110'

produzione:
Walter F. Parkes, Laurie MacDonald

sceneggiatura:
Ehren Kruger (dal romanzo "Ringu" di Koji Suzuki)

fotografia:
Bojan Bazelli

The Ring | Recensione | Ondacinema

The Ring

di Gore Verbinski

horror, Usa (2002)

di Niccolò Rangoni Machiavelli

Voto: 7.5
L'anello del mistero circolare che ti riporta al punto di partenza. L'anello spezzato del legame affettivo. Il contorno di uno specchio che riflette la disperazione ma nasconde la follia che ne è la causa. Il cerchio luminoso offuscato dall'eclisse. L'ultima immagine che invade la pupilla della vittima (i carrelli-shock di Verbinski!), dopo essersi impressa esotericamente su nastro magnetico, accompagnata da violente immagini surrealiste degne di Bunuel e Dalì.

La saga di "Ringu" (dello scrittore Koji Suzuki) è diventata di culto in Giappone, ha visto numerose trasposizioni su schermo (su tutte quella del 1998 di Hideo Nakata, cui la produzione si rifà direttamente) e ha popolato la mente del pubblico di nuovi fantasmi. La sua poetica dello spiazzamento è piegata alla cultura occidentale che pretende linearità e logica dove l'Oriente preferisce visionarietà ed ellissi: il "Videodrome" di Verbinski (che "omaggia" il Sol Levante con due dettagli: uno spot giapponese in Tv e la serie di ideogrammi nella cartella clinica della pazza), però, è un capitolo dell'orrore che guarda all'autorevolezza de "L'esorcista" di Friedkin (stessa fotografia livida e dettagli "realistici", mentre il volto di Samara cita la Linda Blair indemoniata) e cerca di affrancarsi dalle tracce di genere canzonate da Craven in "Scream".

Il racconto è popolato di segnali premonitori, eventi paranormali, contatti psichici e maledizioni, procede come una mystery-story dove gli indizi e le sensazioni prendono corpo letteralmente, anticipando eventi futuri e testimoniando di quelli passati.
La brava Naomi Watts è il detective che farà appena in tempo a sposare una causa (troppo insistita da Verbinski: l'infanzia non va abbandonata, la coppia deve maturare), per vedere tutto ribaltato da un colpo di scena che fa collimare carnefice e vittima, senso e suo oblio, famiglia da ricomporre e famiglia distrutta (il disegno del bambino). Mentre lo spettatore, disorientato, cerca di interpretare i segni della pellicola e la protagonista fa un'analisi testuale del filmato su video, Verbinski immette nelle due visioni impressionate ed impressionanti schegge che vomitano orrore e denunciano la civiltà delle immagini (la Sadako giapponese, qui Samara, è la nuova Freddy Krueger del teleschermo, medium onnipresente che ha popolato i nostri sogni).

Nell'era della riproducibilità tecnica che dissimula il valore dell'originale (le fotostatiche delle vittime designate confondono i volti), Verbinski raffigura magistralmente angoscia e paura (la sequenza del cavallo impazzito, quella del pozzo, aiuto!), copia la videocassetta di Hideo Nakata e sparge nel mondo il morbo di Sadako come un'epidemia (l'invettiva contro il giornalismo fatta dal padre di Samara). Sadako (e Nakata), riconoscenti, gli salvano la vita e il cerchio, ormai seriale, si riapre.

(in collaborazione con Gli Spietati)