CAST & CREDITS

cast:
John Hawkes, Helen Hunt, William H. Macy, Moon Bloodgood, Annika Marks

regia:
Ben Lewin

durata:
95'

produzione:
Judi Levine, Stephen Nemeth

sceneggiatura:
Ben Lewin

fotografia:
Geoffrey Simpson

montaggio:
Lisa Bromwell

musiche:
Marco Beltrami

The Sessions - Gli incontri | Recensione | Ondacinema

The Sessions - Gli incontri

di Ben Lewin

drammatico, Usa (2012)

di Giancarlo Usai

Voto: 6.0

Nel weekend che ha visto celebrarsi la notte degli Oscar, viene da chiedersi, tra i tanti nominati fra gli interpreti, come mai John Hawkes non abbia trovato posto nella categoria degli attori protagonisti. Sì, perché la classe e l'adesione emotiva che riesce a infondere al suo personaggio Mark O'Brien in "The Sessions - Gli incontri" ha del prodigioso e del commovente al tempo stesso. Hawkes recita tutto il film immobile su un lettino, interpretando il personaggio centrale di questa singolare storia di ribellione e scoperta. Ribellione contro una malattia totalmente debilitante come la poliomelite e scoperta del sesso come momento di passaggio, anche per un disabile completamente non autosufficiente, all'età adulta.

In queste due azioni c'è tutta la storia del giornalista e poeta Mark, la cui vicenda realmente accaduta balzò agli onori della cronaca nella California degli anni 80. L'uomo raccontò in un'opera autobiografica le sue imprese mirabolanti per raggiungere l'obiettivo dell'atto sessuale. E nel riadattare questo libro, il regista Ben Lewin coglie l'occasione per mettere in scena non un film individuale centrato sul singolo protagonista, ma invece un racconto corale, a più voci, di un'umanità di comprimari di provincia che si relaziona con naturalezza e carisma all'ostacolo di un male incurabile e così altamente debilitante. Tutti, dal prete di quartiere (interpretato con stile saggio e compassato da un simpatico William H. Macy) ai due assistenti di Mark, vivono la normalità di un rapporto umano con il protagonista e comprendono, senza lasciare adito al minimo giudizio etico, le sue scelte e le conseguenti azioni.

Quando è stato presentato al Sundance, il regno del cinema statunitense indipendente, il film di Lewin è stato elogiato per la delicatezza con cui riusciva a riprendere il bello e il brutto del dramma senza arzigogoli emotivamente ricattatori. In questo, secondo i critici americani, ci sarebbe la forza del film. E ad amplificare la sensibilità della pellicola ci sarebbe il fatto che Lewin stesso, in forma meno grave di O'Brien, è malato di poliomelite e ha delle grosse difficoltà motorie. Insomma, sarebbe stato il punto di vista ideale per trattare una narrazione così a rischio di morbosità.

In realtà, invitiamo a diffidare di questi elogi poco razionali e non possiamo fare a meno di notare che nella seconda parte del film, proprio in coincidenza con l'entrata in scena del secondo protagonista, ovvero la Cheryl interpretata da Helen Hunt, il film perde il suo mordente iniziale, la sceneggiatura non riesce più a mantenere quel magico equilibrio tra umorismo e romanticismo e la macchina da presa, soprattutto quando entra nella camera da letto in cui la terapista sessuale tenta in tutti i modi di risvegliare il corpo avvizzito di Mark, si lascia vincere dal vezzo di compiacersi nel mettere in scena il dettaglio della disabilità, oltre che dei corpi nudi e sfioriti dei due protagonisti. Sembra quasi fin troppo meditato uno stile che dapprima si presenta compassato, per vincere qualsiasi critica di pornografia visiva (la Hunt non si è mai mostrata per così a lungo senza veli davanti a una cinepresa), per poi "colpire" lo spettatore, ormai catturato, con il finale inevitabilmente lacrimoso.

Molto meglio i primi quaranta minuti, quando la vita di Mark viene descritta in tutta la sua comica tragicità e quando l'indescrivibile bravura di Hawkes può esprimersi al meglio.