Recensioni

They

di Anahita Ghazvinizadeh

drammatico, Usa/Qatar (2017)

CAST & CREDITS

cast:
Rhys Fehrenbacher, Koohyar Hosseini, Nicole Coffineau 

regia:
Anahita Ghazvinizadeh

durata:
80'

produzione:
Mass Ornament Films

sceneggiatura:
Anahita Ghazvinizadeh

fotografia:
Carolina Costa

scenografie:
Yong Ok Lee

montaggio:
Anahita Ghazvinizadeh , Dean Gonzalez

costumi:
Robin Lee

musiche:
Vincent Villioz

They | Recensione | Ondacinema

They

di Anahita Ghazvinizadeh

drammatico, Usa/Qatar (2017)

di Alessandro Viale

Voto: 8.0
At evening something behind me.
I start for a second, I blench,
or staggeringly halt and burn.
I do not know my age.

In the Morning it is different.
An open book confronts me,
too close to read in comfort.
Tell me how old I am.

And the the valley staff
impenetrable mists
like cotton in my ears.
I do not know my age.
E. Bishop


J ha un corpo di un ragazzino, ma non sa se è un maschio o una femmina, allora con una cura ferma lo sviluppo degli ormoni che lo porterebbero ad avere un corpo esclusivamente maschile per potersi capire e prendere una decisione. Il percorso che compie è seguito da un ospedale, e J ha l'appoggio della famiglia, i genitori che però sono momentaneamente da un'altra parte e la sorella, sempre in viaggio per progetti artistici sullo sradicamento, che invece torna a casa per starle vicina. J si fa chiamare They, Loro, come a dare sostanza alla molteplicità interna, a tutto quello che lo abita. Perché Loro non sanno se sono maschi o femmina, se sono omosessuali o etero. Un nuovo archetipo di genere per il cinema.

Ma "They" non è un film sul genere, non è un film sulla sessualità "They", è un film sulla complessità. Una complessità di pensiero, che nello specifico è impersonato da J; tutto quello che ha intorno riverbera il suo stato d'animo, è simbolo, metafora in accumulo. E in parallelo c'è un mondo aggrovigliato e vivo, fatto di perenni passaggi, cambiamenti: gli iraniani Farsi (che però parlano di Kurdistan), il matrimonio (che è per ottenere i documenti americani), i genitori assenti (che però accudiscono una zia malata), la zia allontanata (che però ha dimenticato la strada per tornare a casa). E un buco nel muro, trapasso fra due luoghi. Come se ogni elemento del film fosse un tassello di un mosaico.

Anahita Ghazvinizadeh dimostra una padronanza del mezzo cinematografico da veterana, specie nel costruire infinite immagini che delineano lo stato d'animo di J. J spesse volte è ripreso fuori fuoco, oppure il suo corpo è di fronte a uno specchio, oppure oscurato, dietro ai vetri di una finestra, all'interno della serra ripreso con dei campi e controcampi. Dove il dentro e il fuori di nuovo danno l'idea di stratificazione continua. La Ghazvinizadeh, iraniana di Tehran (dedica il suo film ad Abbas Kiarostami del quale seguì un workshop), ha avuto la fortuna di incontrare sul suo percorso artistico Jane Campion che qui compare come produttrice. I due grandi registi citati fanno da faro in effetti a "They", il primo per alcune scelte di messa in scena, come la stessa Ghazvinizadeh sostiene: "Mainstream cinema is about cutting to the character's close up to feel the character emotionally. He [Kiarostami] never does that. It feels that, emotionally, the people in his films are impenetrable, and it was important for me to find that in his films. The way that I'm showing emotions in my films, my camera does not want to go inside"*. La seconda la si riconosce sicuramente nella delicatezza affrontata con sano realismo.

Tornando al film, "They" si presenta come film piccolo, come tanti ce ne sono in giro, specie nei circuiti festivalieri, ma è in realtà un errore intenderlo come tale. Non è al minimalismo che punta la regista, ma anzi paradossalmente raggiunge l'obiettivo di trattare i cosiddetti massimi sistemi, giocando fra la sintesi formale e argomenti così complessi. Cercando di dare ad ogni singolo aspetto un peso, in modo che l'equilibrio sia rispettato. E allora ci si avvicina con amore ai gesti quotidiani di J, e alla sua compostezza. Al mondo che lo circonda (per una volta non si parla di bullismo o di violenza, qui sono in gioco cose più "alte") che lo tratta con rispetto e lo guarda incuriosito. Ci perdiamo nei lavori quotidiani nella serra (di nuovo, piante che vengono trapiantate, vasi che si rompono), del gatto che va e viene, delle poesie imparate a memoria. Tutto ciò che è rappresentato nel film va visto come fossero i cerchi concentrici che increspano l'acqua di un lago in cui s'è lanciato un sasso: c'è un centro e tutto quello che si allontana deriva da quel punto. J ha un corpo di ragazzino, ma un universo infinito nella testa.
 
 
* "Il cinema mainstream si preoccupa di usare i close up sul personaggio per farlo sentire emotivamente vicino. Kiarostami non lo fa mai. Si sente che, emotivamente, nei suoi film i personaggi sono impenetrabili, e quella è una cosa importante da vedere nei suoi film. Il modo in cui mostro le emozioni nei miei film è simile, la mia camera non vuol entrare dentro" [trad. dell'autore]