CAST & CREDITS

cast:
Song Kang-ho, Kim Ok-bin, Oh Dal-su, Shin Ha-kyun

regia:
Chan-wook Park

durata:
133'

produzione:
Park Chan-wook; Ahn Soo-hyun

sceneggiatura:
Park Chan-wook; Jeong Seo-gyeong

fotografia:
Chung Chung-hoon

montaggio:
Kim Sang-bum; Kim Jae-bum

musiche:
Jo Young-wook

Thirst | Recensione | Ondacinema

Thirst

di Chan-wook Park

horror, commedia nera, melò, Corea del Sud (2009)

di Giuseppe Gangi

Voto: 7.0
Poiché l'ultimo film di Park distribuito in Italia risale al 2005 ("Lady vendetta"), occorre forse un breve riassunto su quello che ci siamo persi.
Gli spettatori che continuano ad associare il nome di Park Chan-wook alla tematica della vendetta si mettano il cuore in pace: il regista coreano ha voltato pagina. Lo si poteva già intuire dal finale di "Sympathy for Lady Vengeance", dove, consumatasi la vendetta, essa veniva quasi rimossa col simbolico gesto del taglio della torta, a sancire il restauro spirituale di quel microcosmo della società - che ovviamente affondava le sue radici nel sangue. L'anno dopo, con l'inedito in Italia "I'm a cyborg but that's ok", ci si ritrova in un universo totalmente diverso: un mondo di matti, coloratissimo, spensierato e gioioso, dove trapelavano vene di malinconia e di solitudine.

Il sangue che mancava nel film del 2006 sgorga a ettolitri in "Thirst"; dopo la commedia, il genere che fa da pretesto diventa l'horror vampiresco, ma come aveva insegnato Coppola in "Bram Stoker's Dracula", sotto l'orrore del sangue scorre un fosco melodramma.
Nel Padre Sang-hyun (il sempre bravo Song Kang-ho) si può scorgere quell'inettitudine presente in altri personaggi delle pellicole di Park, come ad esempio nel sordomuto di "Mr. Vendetta", il quale, per aiutare la sorella, innescava un meccanismo fatale; anche in questo caso le intenzioni sono buone, donare se stesso per aiutare la medicina a sconfiggere un virus incurabile, ma gli effetti devastanti: il prete, pur sopravvivendo alla trasfusione, diventa un vampiro.

Sang-hyun si trova dunque a dover far fronte alla sete di sangue, che cercherà di estinguere nel modo meno dannoso possibile per gli altri, e con quelle pressanti pulsioni che, in quanto religioso, ha sempre represso. Ma il film cambia passo soltanto con l'entrata in scena di Tae-ju, che diviene il vero perno della narrazione e l'oggetto del desiderio del prete. Interpretata con grande intensità e sensualità dalla ventitreenne Kim Ok-bin, è una ragazza ambigua che cattura nella sua rete il prete-vampiro per poter cambiare la propria situazione. Di contro Sang-hyun, che si incunea nella routine familiare di Tae-ju (moglie di un suo amico di infanzia), non si rende conto, se non quando sarà troppo tardi, in quale strada il rapporto con la ragazza lo sta conducendo....

Alle prese con una sceneggiatura poco ortodossa, il regista di Seoul realizza il suo film più libero e malsano, dove all'horror si mescola la black comedy e il melò ed esplodono un groviglio di morbosi sentimenti. Al curioso inizio segue uno sviluppo che sembra non portare da nessuna parte e il film rischia di apparire un giocattolone che Park ha girato per divertimento. Sarebbe una considerazione fuoriviante e parzialmente errata (solo parzialmente, perché c'è sicuramente una componente grottesca, dissacrante, che non viene sfruttata al meglio).

Innanzitutto, le sue ultime due fatiche dimostrano che la pulizia formale operata in "Lady Vendetta" non rappresentava un esercizio isolato, ma il giro di boa per un cambiamento estetico. Chan-wook continua nella strada già battuta da "I'm a cyborg but that's ok", non solo per un uso sempre più plastico della fotografia (cupi rossi e verdi, filtri blue), che raggiunge l'apice nell'asettica scena girata nella casa ormai svuotata, in un bianco accecante, ma anche per il ribaltamento della love-story, non più costruttiva, bensì divorante a tal punto da demolire tutti i punti fermi nelle esistenze dei due protagonisti. La sua indubbia abilità regala sprazzi di grande cinema, come il montage sulla musica di Bach o il valzer di Jo Young-wook "danzato" dai due protagonisti saltando da un tetto all'altro.

Bellissimo il finale muto, anti-chapliniano, di nichilistico romanticismo, che chiude un‘opera particolare, nobilitata dalla più incisiva e ammaliante femme fatale degli ultimi tempi.