CAST & CREDITS

cast:
Shôta Sometani, Maeda Atsuko, Lee Eun-woo, Son Il-kwon, Minami Kaho, Matsushige Yutaka

regia:
Hiroki Ryuichi

distribuzione:
Tucker Film

durata:
136'

produzione:
Gambit and Happinet, The Fool and Arcimboldo, W Field

sceneggiatura:
Haruhiko Arai, Futoshi Nakano

fotografia:
Nabeshima Atsuhiro

montaggio:
Kikuchu Jun'ichi

musiche:
Tsuji Ayano, Yasui Shin

Tokyo Love Hotel | Recensione | Ondacinema

Tokyo Love Hotel

di Hiroki Ryuichi

commedia, drammatico, Giappone (2014)

di Stefano Guerini Rocco

Voto: 7.0

Dopo una lunga gavetta nel circuito dei pinku eiga, i leggendari softcore di matrice nipponica, e alcuni successi mainstream, Hiroki Ryuichi torna alla sua vocazione indie con "Tokyo Love Hotel", presentato in anteprima al Far East Film Festival di Udine dello scorso anno.
Come suggerisce già il titolo, il film ruota attorno a uno squallido alberghetto a ore situato nel centro di Kabukicho, il famigerato quartiere a luci rosse della capitale giapponese. "Chi finisce in posti come questo, lo fa perché ha i propri motivi", afferma lo scafato e indolente concierge al suo giovane collega. E infatti tra i corridoi dalla luce soffusa si aggirano, tra gli altri, un giovanotto di bell'aspetto che abborda ragazzine per convincerle a prostituirsi, un fattorino che sogna di lavorare in un hotel di gran lusso, una detective che non sa scegliere tra amore e carriera, una squillo al suo ultimo giorno di servizio, un'anziana cameriera che nasconde un passato criminale.

Un'umanità varia ed eterogenea, dunque, ma ugualmente spaventata, solitaria e diffidente, che trova rifugio in questa sorta di "mondo a parte" per sfuggire alle tensioni che attraversano la vita di ognuno. Nei racconti degli sconsolati clienti dell'albergo si affacciano gli echi della povertà e della disoccupazione, della distruzione dello tsunami, della mancanza di welfare e di un'integrazione che sembra irraggiungibile.

"Tokyo Love Hotel" allarga così il proprio sguardo e svela la sua vera natura: non soltanto una disamina agrodolce della vita di coppia oggi, bensì una fotografia complessa e lucidissima del Giappone contemporaneo. Hiroki Ryuichi coglie con precisione chirurgica e sguardo empatico le contraddizioni del suo Paese, dallo spettro nucleare di Fukushima ai rigurgiti xenofobi contro gli immigrati coreani, e poi le restituisce allo spettatore con distratta leggerezza, quasi con pudore, in un film che non rinuncia mai al suo tono da commedia farsesca.

La rappresentazione stessa del sesso rispecchia le contraddizioni di un Paese confuso e smarrito, in balia dei propri fantasmi e dei propri pregiudizi. Le ragazze a domicilio, per esempio, sembrano socialmente accettate, mentre le prostitute da strada vengono puntualmente insultate, emarginate ed esposte alla violenza perché "disgustose". Allo stesso modo, le call girl possono essere legate e tenute al guinzaglio come cani addomesticati, ma qualsiasi tentativo di penetrazione è proibito "per contratto".

Tra tradimenti, bugie e prostituzione, il sesso assume così una valenza quasi esclusivamente negativa, luttuosa, violenta, colpevolista: i coiti rappresentati sono goffi, grotteschi, furiosi, a volte persino censurati con pixelature e sfumature opportune come nella migliore tradizione del porno giapponese. Nonostante le apparenze da commedia sentimentale, c'è ben poco amore in "Tokyo Love Hotel" e, quando c'è, non si consuma sotto le lenzuola. In un contesto sociale apatico e anaffettivo, l'espressione delle emozioni trova spazio dove può: in una corsa liberatoria in bicicletta, per esempio, oppure in un caldo abbraccio in una vasca che, non a caso, assume un potere redentore e toglie lo "sporco" dai corpi colpevoli, corrotti, dolenti. Alla fine di questo intricato puzzle c'è chi vince e chi perde, chi si lascia e chi si ritrova, chi parte e chi resta. Tutti convinti che, parafrasando il titolo originale, per iniziare una nuova vita basti dire "Sayonara Kabukicho".

Non tutto si tiene in questo "Tokyo Love Hotel". I difetti e le approssimazioni di scrittura non mancano, alcuni personaggi si perdono nella caotica coralità dell'insieme, ridotti a macchiette improbabili o a elementi di servizio, mentre i repentini cambi di registro risultano talvolta spiazzanti e innaturali e penalizzano il ritmo complessivo. Eppure lo sguardo acutissimo e sensibile di Hiroki Ryuichi regala al film una dimensione politica di urgente attualità, stimolante e inedita, impossibile da ignorare.
Il regista congeda infine lo spettatore con un sorriso conciliatorio (avvertenza: aspettare la fine dei titoli di coda per non perdere la chiosa conclusiva). Ma è uno slancio favolistico che non cancella il ritratto amaro e lacerante di un'umanità allo sbando.